Dante Alighieri
La Divina Commedia

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QUESTO E-BOOK:

TITOLO: La Divina Commedia
AUTORE: Alighieri, Dante
TRADUTTORE:
CURATORE: Petrocchi, Giorgio
NOTE:

DIRITTI D'AUTORE: no

LICENZA: questo testo  distribuito con la licenza
 specificata al seguente indirizzo Internet:
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TRATTO DA: "Le opere di Dante Alighieri"
           Edizione Nazionale a cura della 
           Societ Dantesca Italiana.
           Comprende:
           "La Commedia secondo l'antica vulgata"
           di Dante Alighieri,
           a cura di Giorgio Petrocchi,
           3 volumi.
           A. Mondadori Editore.
           Milano, 1966-67.
           
CODICE ISBN: informazione non disponibile

1a EDIZIONE ELETTRONICA DEL: 11 luglio 1997
2a EDIZIONE ELETTRONICA DEL: 2 dicembre 1999
3a EDIZIONE ELETTRONICA DEL: 20 giugno 2005

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REVISIONE:
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Marina De Stasio, Marina_De_Stasio@rcm.inet.it
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Catia Righi, catia.righi@risorsei.it

PUBBLICATO DA:
Alberto Barberi

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LA DIVINA COMMEDIA
di Dante Alighieri


INFERNO


CANTO I
[Incomincia la Comedia di Dante Alleghieri di Fiorenza, ne la quale tratta de le pene e punimenti de' vizi e de' meriti e premi de le virt. Comincia il canto primo de la prima parte la quale si chiama Inferno, nel qual l'auttore fa proemio a tutta l'opera.]


Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ch la diritta via era smarrita.
Ahi quanto a dir qual era  cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!
Tant'  amara che poco  pi morte;
ma per trattar del ben ch'i' vi trovai,
dir de l'altre cose ch'i' v'ho scorte.
Io non so ben ridir com' i' v'intrai,
tant' era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.
Ma poi ch'i' fui al pi d'un colle giunto,
l dove terminava quella valle
che m'avea di paura il cor compunto,
guardai in alto e vidi le sue spalle
vestite gi de' raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle.
Allor fu la paura un poco queta,
che nel lago del cor m'era durata
la notte ch'i' passai con tanta pieta.
E come quei che con lena affannata,
uscito fuor del pelago a la riva,
si volge a l'acqua perigliosa e guata,
cos l'animo mio, ch'ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasci gi mai persona viva.
Poi ch'i posato un poco il corpo lasso,
ripresi via per la piaggia diserta,
s che 'l pi fermo sempre era 'l pi basso.
Ed ecco, quasi al cominciar de l'erta,
una lonza leggiera e presta molto,
che di pel macolato era coverta;
e non mi si partia dinanzi al volto,
anzi 'mpediva tanto il mio cammino,
ch'i' fui per ritornar pi volte vlto.
Temp' era dal principio del mattino,
e 'l sol montava 'n s con quelle stelle
ch'eran con lui quando l'amor divino
mosse di prima quelle cose belle;
s ch'a bene sperar m'era cagione
di quella fiera a la gaetta pelle
l'ora del tempo e la dolce stagione;
ma non s che paura non mi desse
la vista che m'apparve d'un leone.
Questi parea che contra me venisse
con la test' alta e con rabbiosa fame,
s che parea che l'aere ne tremesse.
Ed una lupa, che di tutte brame
sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti f gi viver grame,
questa mi porse tanto di gravezza
con la paura ch'uscia di sua vista,
ch'io perdei la speranza de l'altezza.
E qual  quei che volontieri acquista,
e giugne 'l tempo che perder lo face,
che 'n tutti suoi pensier piange e s'attrista;
tal mi fece la bestia sanza pace,
che, venendomi 'ncontro, a poco a poco
mi ripigneva l dove 'l sol tace.
Mentre ch'i' rovinava in basso loco,
dinanzi a li occhi mi si fu offerto
chi per lungo silenzio parea fioco.
Quando vidi costui nel gran diserto,
Miserere di me, gridai a lui,
qual che tu sii, od ombra od omo certo!.
Rispuosemi: Non omo, omo gi fui,
e li parenti miei furon lombardi,
mantoani per patra ambedui.
Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
e vissi a Roma sotto 'l buono Augusto
nel tempo de li di falsi e bugiardi.
Poeta fui, e cantai di quel giusto
figliuol d'Anchise che venne di Troia,
poi che 'l superbo Iln fu combusto.
Ma tu perch ritorni a tanta noia?
perch non sali il dilettoso monte
ch' principio e cagion di tutta gioia?.
Or se' tu quel Virgilio e quella fonte
che spandi di parlar s largo fiume?,
rispuos' io lui con vergognosa fronte.
O de li altri poeti onore e lume,
vagliami 'l lungo studio e 'l grande amore
che m'ha fatto cercar lo tuo volume.
Tu se' lo mio maestro e 'l mio autore,
tu se' solo colui da cu' io tolsi
lo bello stilo che m'ha fatto onore.
Vedi la bestia per cu' io mi volsi;
aiutami da lei, famoso saggio,
ch'ella mi fa tremar le vene e i polsi.
A te convien tenere altro vaggio,
rispuose, poi che lagrimar mi vide,
se vuo' campar d'esto loco selvaggio;
ch questa bestia, per la qual tu gride,
non lascia altrui passar per la sua via,
ma tanto lo 'mpedisce che l'uccide;
e ha natura s malvagia e ria,
che mai non empie la bramosa voglia,
e dopo 'l pasto ha pi fame che pria.
Molti son li animali a cui s'ammoglia,
e pi saranno ancora, infin che 'l veltro
verr, che la far morir con doglia.
Questi non ciber terra n peltro,
ma sapenza, amore e virtute,
e sua nazion sar tra feltro e feltro.
Di quella umile Italia fia salute
per cui mor la vergine Cammilla,
Eurialo e Turno e Niso di ferute.
Questi la caccer per ogne villa,
fin che l'avr rimessa ne lo 'nferno,
l onde 'nvidia prima dipartilla.
Ond' io per lo tuo me' penso e discerno
che tu mi segui, e io sar tua guida,
e trarrotti di qui per loco etterno;
ove udirai le disperate strida,
vedrai li antichi spiriti dolenti,
ch'a la seconda morte ciascun grida;
e vederai color che son contenti
nel foco, perch speran di venire
quando che sia a le beate genti.
A le quai poi se tu vorrai salire,
anima fia a ci pi di me degna:
con lei ti lascer nel mio partire;
ch quello imperador che l s regna,
perch' i' fu' ribellante a la sua legge,
non vuol che 'n sua citt per me si vegna.
In tutte parti impera e quivi regge;
quivi  la sua citt e l'alto seggio:
oh felice colui cu' ivi elegge!.
E io a lui: Poeta, io ti richeggio
per quello Dio che tu non conoscesti,
a ci ch'io fugga questo male e peggio,
che tu mi meni l dov' or dicesti,
s ch'io veggia la porta di san Pietro
e color cui tu fai cotanto mesti.
Allor si mosse, e io li tenni dietro.

CANTO II
[Canto secondo de la prima parte ne la quale fa proemio a la prima cantica cio a la prima parte di questo libro solamente, e in questo canto tratta l'auttore come trov Virgilio, il quale il fece sicuro del cammino per le tre donne che di lui aveano cura ne la corte del cielo.]


Lo giorno se n'andava, e l'aere bruno
toglieva li animai che sono in terra
da le fatiche loro; e io sol uno
m'apparecchiava a sostener la guerra
s del cammino e s de la pietate,
che ritrarr la mente che non erra.
O muse, o alto ingegno, or m'aiutate;
o mente che scrivesti ci ch'io vidi,
qui si parr la tua nobilitate.
Io cominciai: Poeta che mi guidi,
guarda la mia virt s'ell'  possente,
prima ch'a l'alto passo tu mi fidi.
Tu dici che di Silvo il parente,
corruttibile ancora, ad immortale
secolo and, e fu sensibilmente.
Per, se l'avversario d'ogne male
cortese i fu, pensando l'alto effetto
ch'uscir dovea di lui, e 'l chi e 'l quale
non pare indegno ad omo d'intelletto;
ch'e' fu de l'alma Roma e di suo impero
ne l'empireo ciel per padre eletto:
la quale e 'l quale, a voler dir lo vero,
fu stabilita per lo loco santo
u' siede il successor del maggior Piero.
Per quest' andata onde li dai tu vanto,
intese cose che furon cagione
di sua vittoria e del papale ammanto.
Andovvi poi lo Vas d'elezone,
per recarne conforto a quella fede
ch' principio a la via di salvazione.
Ma io, perch venirvi? o chi 'l concede?
Io non Ena, io non Paulo sono;
me degno a ci n io n altri 'l crede.
Per che, se del venire io m'abbandono,
temo che la venuta non sia folle.
Se' savio; intendi me' ch'i' non ragiono.
E qual  quei che disvuol ci che volle
e per novi pensier cangia proposta,
s che dal cominciar tutto si tolle,
tal mi fec' o 'n quella oscura costa,
perch, pensando, consumai la 'mpresa
che fu nel cominciar cotanto tosta.
S'i' ho ben la parola tua intesa,
rispuose del magnanimo quell' ombra,
l'anima tua  da viltade offesa;
la qual molte fate l'omo ingombra
s che d'onrata impresa lo rivolve,
come falso veder bestia quand' ombra.
Da questa tema acci che tu ti solve,
dirotti perch' io venni e quel ch'io 'ntesi
nel primo punto che di te mi dolve.
Io era tra color che son sospesi,
e donna mi chiam beata e bella,
tal che di comandare io la richiesi.
Lucevan li occhi suoi pi che la stella;
e cominciommi a dir soave e piana,
con angelica voce, in sua favella:
"O anima cortese mantoana,
di cui la fama ancor nel mondo dura,
e durer quanto 'l mondo lontana,
l'amico mio, e non de la ventura,
ne la diserta piaggia  impedito
s nel cammin, che vlt'  per paura;
e temo che non sia gi s smarrito,
ch'io mi sia tardi al soccorso levata,
per quel ch'i' ho di lui nel cielo udito.
Or movi, e con la tua parola ornata
e con ci c'ha mestieri al suo campare,
l'aiuta s ch'i' ne sia consolata.
I' son Beatrice che ti faccio andare;
vegno del loco ove tornar disio;
amor mi mosse, che mi fa parlare.
Quando sar dinanzi al segnor mio,
di te mi loder sovente a lui".
Tacette allora, e poi comincia' io:
"O donna di virt sola per cui
l'umana spezie eccede ogne contento
di quel ciel c'ha minor li cerchi sui,
tanto m'aggrada il tuo comandamento,
che l'ubidir, se gi fosse, m' tardi;
pi non t' uo' ch'aprirmi il tuo talento.
Ma dimmi la cagion che non ti guardi
de lo scender qua giuso in questo centro
de l'ampio loco ove tornar tu ardi".
"Da che tu vuo' saver cotanto a dentro,
dirotti brievemente", mi rispuose,
"perch' i' non temo di venir qua entro.
Temer si dee di sole quelle cose
c'hanno potenza di fare altrui male;
de l'altre no, ch non son paurose.
I' son fatta da Dio, sua merc, tale,
che la vostra miseria non mi tange,
n fiamma d'esto 'ncendio non m'assale.
Donna  gentil nel ciel che si compiange
di questo 'mpedimento ov' io ti mando,
s che duro giudicio l s frange.
Questa chiese Lucia in suo dimando
e disse: - Or ha bisogno il tuo fedele
di te, e io a te lo raccomando -.
Lucia, nimica di ciascun crudele,
si mosse, e venne al loco dov' i' era,
che mi sedea con l'antica Rachele.
Disse: - Beatrice, loda di Dio vera,
ch non soccorri quei che t'am tanto,
ch'usc per te de la volgare schiera?
Non odi tu la pieta del suo pianto,
non vedi tu la morte che 'l combatte
su la fiumana ove 'l mar non ha vanto? -.
Al mondo non fur mai persone ratte
a far lor pro o a fuggir lor danno,
com' io, dopo cotai parole fatte,
venni qua gi del mio beato scanno,
fidandomi del tuo parlare onesto,
ch'onora te e quei ch'udito l'hanno".
Poscia che m'ebbe ragionato questo,
li occhi lucenti lagrimando volse,
per che mi fece del venir pi presto.
E venni a te cos com' ella volse:
d'inanzi a quella fiera ti levai
che del bel monte il corto andar ti tolse.
Dunque: che ? perch, perch restai,
perch tanta vilt nel core allette,
perch ardire e franchezza non hai,
poscia che tai tre donne benedette
curan di te ne la corte del cielo,
e 'l mio parlar tanto ben ti promette?.
Quali fioretti dal notturno gelo
chinati e chiusi, poi che 'l sol li 'mbianca,
si drizzan tutti aperti in loro stelo,
tal mi fec' io di mia virtude stanca,
e tanto buono ardire al cor mi corse,
ch'i' cominciai come persona franca:
Oh pietosa colei che mi soccorse!
e te cortese ch'ubidisti tosto
a le vere parole che ti porse!
Tu m'hai con disiderio il cor disposto
s al venir con le parole tue,
ch'i' son tornato nel primo proposto.
Or va, ch'un sol volere  d'ambedue:
tu duca, tu segnore e tu maestro.
Cos li dissi; e poi che mosso fue,
intrai per lo cammino alto e silvestro.

CANTO III
[Canto terzo, nel quale tratta de la porta e de l'entrata de l'inferno e del fiume d'Acheronte, de la pena di coloro che vissero sanza opere di fama degne, e come il demonio Caron li trae in sua nave e come elli parl a l'auttore; e tocca qui questo vizio ne la persona di papa Cilestino.]


'Per me si va ne la citt dolente,
per me si va ne l'etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.
Giustizia mosse il mio alto fattore;
fecemi la divina podestate,
la somma sapenza e 'l primo amore.
Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate'.
Queste parole di colore oscuro
vid' o scritte al sommo d'una porta;
per ch'io: Maestro, il senso lor m' duro.
Ed elli a me, come persona accorta:
Qui si convien lasciare ogne sospetto;
ogne vilt convien che qui sia morta.
Noi siam venuti al loco ov' i' t'ho detto
che tu vedrai le genti dolorose
c'hanno perduto il ben de l'intelletto.
E poi che la sua mano a la mia puose
con lieto volto, ond' io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose.
Quivi sospiri, pianti e alti guai
risonavan per l'aere sanza stelle,
per ch'io al cominciar ne lagrimai.
Diverse lingue, orribili favelle,
parole di dolore, accenti d'ira,
voci alte e fioche, e suon di man con elle
facevano un tumulto, il qual s'aggira
sempre in quell' aura sanza tempo tinta,
come la rena quando turbo spira.
E io ch'avea d'error la testa cinta,
dissi: Maestro, che  quel ch'i' odo?
e che gent'  che par nel duol s vinta?.
Ed elli a me: Questo misero modo
tegnon l'anime triste di coloro
che visser sanza 'nfamia e sanza lodo.
Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
n fur fedeli a Dio, ma per s fuoro.
Caccianli i ciel per non esser men belli,
n lo profondo inferno li riceve,
ch'alcuna gloria i rei avrebber d'elli.
E io: Maestro, che  tanto greve
a lor che lamentar li fa s forte?.
Rispuose: Dicerolti molto breve.
Questi non hanno speranza di morte,
e la lor cieca vita  tanto bassa,
che 'nvidosi son d'ogne altra sorte.
Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa.
E io, che riguardai, vidi una 'nsegna
che girando correva tanto ratta,
che d'ogne posa mi parea indegna;
e dietro le vena s lunga tratta
di gente, ch'i' non averei creduto
che morte tanta n'avesse disfatta.
Poscia ch'io v'ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l'ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto.
Incontanente intesi e certo fui
che questa era la setta d'i cattivi,
a Dio spiacenti e a' nemici sui.
Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
erano ignudi e stimolati molto
da mosconi e da vespe ch'eran ivi.
Elle rigavan lor di sangue il volto,
che, mischiato di lagrime, a' lor piedi
da fastidiosi vermi era ricolto.
E poi ch'a riguardar oltre mi diedi,
vidi genti a la riva d'un gran fiume;
per ch'io dissi: Maestro, or mi concedi
ch'i' sappia quali sono, e qual costume
le fa di trapassar parer s pronte,
com' i' discerno per lo fioco lume.
Ed elli a me: Le cose ti fier conte
quando noi fermerem li nostri passi
su la trista riviera d'Acheronte.
Allor con li occhi vergognosi e bassi,
temendo no 'l mio dir li fosse grave,
infino al fiume del parlar mi trassi.
Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: Guai a voi, anime prave!
Non isperate mai veder lo cielo:
i' vegno per menarvi a l'altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo e 'n gelo.
E tu che se' cost, anima viva,
prtiti da cotesti che son morti.
Ma poi che vide ch'io non mi partiva,
disse: Per altra via, per altri porti
verrai a piaggia, non qui, per passare:
pi lieve legno convien che ti porti.
E 'l duca lui: Caron, non ti crucciare:
vuolsi cos col dove si puote
ci che si vuole, e pi non dimandare.
Quinci fuor quete le lanose gote
al nocchier de la livida palude,
che 'ntorno a li occhi avea di fiamme rote.
Ma quell' anime, ch'eran lasse e nude,
cangiar colore e dibattero i denti,
ratto che 'nteser le parole crude.
Bestemmiavano Dio e lor parenti,
l'umana spezie e 'l loco e 'l tempo e 'l seme
di lor semenza e di lor nascimenti.
Poi si ritrasser tutte quante insieme,
forte piangendo, a la riva malvagia
ch'attende ciascun uom che Dio non teme.
Caron dimonio, con occhi di bragia
loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque s'adagia.
Come d'autunno si levan le foglie
l'una appresso de l'altra, fin che 'l ramo
vede a la terra tutte le sue spoglie,
similemente il mal seme d'Adamo
gittansi di quel lito ad una ad una,
per cenni come augel per suo richiamo.
Cos sen vanno su per l'onda bruna,
e avanti che sien di l discese,
anche di qua nuova schiera s'auna.
Figliuol mio, disse 'l maestro cortese,
quelli che muoion ne l'ira di Dio
tutti convegnon qui d'ogne paese;
e pronti sono a trapassar lo rio,
ch la divina giustizia li sprona,
s che la tema si volve in disio.
Quinci non passa mai anima buona;
e per, se Caron di te si lagna,
ben puoi sapere omai che 'l suo dir suona.
Finito questo, la buia campagna
trem s forte, che de lo spavento
la mente di sudore ancor mi bagna.
La terra lagrimosa diede vento,
che balen una luce vermiglia
la qual mi vinse ciascun sentimento;
e caddi come l'uom cui sonno piglia.

CANTO IV
[Canto quarto, nel quale mostra del primo cerchio de l'inferno, luogo detto Limbo, e quivi tratta de la pena de' non battezzati e de' valenti uomini, li quali moriron innanzi l'avvenimento di Ges Cristo e non conobbero debitamente Idio; e come Ies Cristo trasse di questo luogo molte anime.]


Ruppemi l'alto sonno ne la testa
un greve truono, s ch'io mi riscossi
come persona ch' per forza desta;
e l'occhio riposato intorno mossi,
dritto levato, e fiso riguardai
per conoscer lo loco dov' io fossi.
Vero  che 'n su la proda mi trovai
de la valle d'abisso dolorosa
che 'ntrono accoglie d'infiniti guai.
Oscura e profonda era e nebulosa
tanto che, per ficcar lo viso a fondo,
io non vi discernea alcuna cosa.
Or discendiam qua gi nel cieco mondo,
cominci il poeta tutto smorto.
Io sar primo, e tu sarai secondo.
E io, che del color mi fui accorto,
dissi: Come verr, se tu paventi
che suoli al mio dubbiare esser conforto?.
Ed elli a me: L'angoscia de le genti
che son qua gi, nel viso mi dipigne
quella piet che tu per tema senti.
Andiam, ch la via lunga ne sospigne.
Cos si mise e cos mi f intrare
nel primo cerchio che l'abisso cigne.
Quivi, secondo che per ascoltare,
non avea pianto mai che di sospiri
che l'aura etterna facevan tremare;
ci avvenia di duol sanza martri,
ch'avean le turbe, ch'eran molte e grandi,
d'infanti e di femmine e di viri.
Lo buon maestro a me: Tu non dimandi
che spiriti son questi che tu vedi?
Or vo' che sappi, innanzi che pi andi,
ch'ei non peccaro; e s'elli hanno mercedi,
non basta, perch non ebber battesmo,
ch' porta de la fede che tu credi;
e s'e' furon dinanzi al cristianesmo,
non adorar debitamente a Dio:
e di questi cotai son io medesmo.
Per tai difetti, non per altro rio,
semo perduti, e sol di tanto offesi
che sanza speme vivemo in disio.
Gran duol mi prese al cor quando lo 'ntesi,
per che gente di molto valore
conobbi che 'n quel limbo eran sospesi.
Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore,
comincia' io per volere esser certo
di quella fede che vince ogne errore:
uscicci mai alcuno, o per suo merto
o per altrui, che poi fosse beato?.
E quei che 'ntese il mio parlar coverto,
rispuose: Io era nuovo in questo stato,
quando ci vidi venire un possente,
con segno di vittoria coronato.
Trasseci l'ombra del primo parente,
d'Abl suo figlio e quella di No,
di Mos legista e ubidente;
Abram patrarca e Davd re,
Isral con lo padre e co' suoi nati
e con Rachele, per cui tanto f,
e altri molti, e feceli beati.
E vo' che sappi che, dinanzi ad essi,
spiriti umani non eran salvati.
Non lasciavam l'andar perch' ei dicessi,
ma passavam la selva tuttavia,
la selva, dico, di spiriti spessi.
Non era lunga ancor la nostra via
di qua dal sonno, quand' io vidi un foco
ch'emisperio di tenebre vincia.
Di lungi n'eravamo ancora un poco,
ma non s ch'io non discernessi in parte
ch'orrevol gente possedea quel loco.
O tu ch'onori scenza e arte,
questi chi son c'hanno cotanta onranza,
che dal modo de li altri li diparte?.
E quelli a me: L'onrata nominanza
che di lor suona s ne la tua vita,
graza acquista in ciel che s li avanza.
Intanto voce fu per me udita:
Onorate l'altissimo poeta;
l'ombra sua torna, ch'era dipartita.
Poi che la voce fu restata e queta,
vidi quattro grand' ombre a noi venire:
sembianz' avevan n trista n lieta.
Lo buon maestro cominci a dire:
Mira colui con quella spada in mano,
che vien dinanzi ai tre s come sire:
quelli  Omero poeta sovrano;
l'altro  Orazio satiro che vene;
Ovidio  'l terzo, e l'ultimo Lucano.
Per che ciascun meco si convene
nel nome che son la voce sola,
fannomi onore, e di ci fanno bene.
Cos vid' i' adunar la bella scola
di quel segnor de l'altissimo canto
che sovra li altri com' aquila vola.
Da ch'ebber ragionato insieme alquanto,
volsersi a me con salutevol cenno,
e 'l mio maestro sorrise di tanto;
e pi d'onore ancora assai mi fenno,
ch'e' s mi fecer de la loro schiera,
s ch'io fui sesto tra cotanto senno.
Cos andammo infino a la lumera,
parlando cose che 'l tacere  bello,
s com' era 'l parlar col dov' era.
Venimmo al pi d'un nobile castello,
sette volte cerchiato d'alte mura,
difeso intorno d'un bel fiumicello.
Questo passammo come terra dura;
per sette porte intrai con questi savi:
giugnemmo in prato di fresca verdura.
Genti v'eran con occhi tardi e gravi,
di grande autorit ne' lor sembianti:
parlavan rado, con voci soavi.
Traemmoci cos da l'un de' canti,
in loco aperto, luminoso e alto,
s che veder si potien tutti quanti.
Col diritto, sovra 'l verde smalto,
mi fuor mostrati li spiriti magni,
che del vedere in me stesso m'essalto.
I' vidi Eletra con molti compagni,
tra ' quai conobbi Ettr ed Enea,
Cesare armato con li occhi grifagni.
Vidi Cammilla e la Pantasilea;
da l'altra parte vidi 'l re Latino
che con Lavina sua figlia sedea.
Vidi quel Bruto che cacci Tarquino,
Lucrezia, Iulia, Marza e Corniglia;
e solo, in parte, vidi 'l Saladino.
Poi ch'innalzai un poco pi le ciglia,
vidi 'l maestro di color che sanno
seder tra filosofica famiglia.
Tutti lo miran, tutti onor li fanno:
quivi vid' o Socrate e Platone,
che 'nnanzi a li altri pi presso li stanno;
Democrito che 'l mondo a caso pone,
Dogens, Anassagora e Tale,
Empedocls, Eraclito e Zenone;
e vidi il buono accoglitor del quale,
Dascoride dico; e vidi Orfeo,
Tulo e Lino e Seneca morale;
Euclide geomtra e Tolomeo,
Ipocrte, Avicenna e Galeno,
Averos, che 'l gran comento feo.
Io non posso ritrar di tutti a pieno,
per che s mi caccia il lungo tema,
che molte volte al fatto il dir vien meno.
La sesta compagnia in due si scema:
per altra via mi mena il savio duca,
fuor de la queta, ne l'aura che trema.
E vegno in parte ove non  che luca.

CANTO V
[Canto quinto, nel quale mostra del secondo cerchio de l'inferno, e tratta de la pena del vizio de la lussuria ne la persona di pi famosi gentili uomini.]


Cos discesi del cerchio primaio
gi nel secondo, che men loco cinghia
e tanto pi dolor, che punge a guaio.
Stavvi Mins orribilmente, e ringhia:
essamina le colpe ne l'intrata;
giudica e manda secondo ch'avvinghia.
Dico che quando l'anima mal nata
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le peccata
vede qual loco d'inferno  da essa;
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che gi sia messa.
Sempre dinanzi a lui ne stanno molte:
vanno a vicenda ciascuna al giudizio,
dicono e odono e poi son gi volte.
O tu che vieni al doloroso ospizio,
disse Mins a me quando mi vide,
lasciando l'atto di cotanto offizio,
guarda com' entri e di cui tu ti fide;
non t'inganni l'ampiezza de l'intrare!.
E 'l duca mio a lui: Perch pur gride?
Non impedir lo suo fatale andare:
vuolsi cos col dove si puote
ci che si vuole, e pi non dimandare.
Or incomincian le dolenti note
a farmisi sentire; or son venuto
l dove molto pianto mi percuote.
Io venni in loco d'ogne luce muto,
che mugghia come fa mar per tempesta,
se da contrari venti  combattuto.
La bufera infernal, che mai non resta,
mena li spirti con la sua rapina;
voltando e percotendo li molesta.
Quando giungon davanti a la ruina,
quivi le strida, il compianto, il lamento;
bestemmian quivi la virt divina.
Intesi ch'a cos fatto tormento
enno dannati i peccator carnali,
che la ragion sommettono al talento.
E come li stornei ne portan l'ali
nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
cos quel fiato li spiriti mali
di qua, di l, di gi, di s li mena;
nulla speranza li conforta mai,
non che di posa, ma di minor pena.
E come i gru van cantando lor lai,
faccendo in aere di s lunga riga,
cos vid' io venir, traendo guai,
ombre portate da la detta briga;
per ch'i' dissi: Maestro, chi son quelle
genti che l'aura nera s gastiga?.
La prima di color di cui novelle
tu vuo' saper, mi disse quelli allotta,
fu imperadrice di molte favelle.
A vizio di lussuria fu s rotta,
che libito f licito in sua legge,
per trre il biasmo in che era condotta.
Ell'  Semirams, di cui si legge
che succedette a Nino e fu sua sposa:
tenne la terra che 'l Soldan corregge.
L'altra  colei che s'ancise amorosa,
e ruppe fede al cener di Sicheo;
poi  Cleopatrs lussurosa.
Elena vedi, per cui tanto reo
tempo si volse, e vedi 'l grande Achille,
che con amore al fine combatteo.
Vedi Pars, Tristano; e pi di mille
ombre mostrommi e nominommi a dito,
ch'amor di nostra vita dipartille.
Poscia ch'io ebbi 'l mio dottore udito
nomar le donne antiche e ' cavalieri,
piet mi giunse, e fui quasi smarrito.
I' cominciai: Poeta, volontieri
parlerei a quei due che 'nsieme vanno,
e paion s al vento esser leggieri.
Ed elli a me: Vedrai quando saranno
pi presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno.
S tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: O anime affannate,
venite a noi parlar, s'altri nol niega!.
Quali colombe dal disio chiamate
con l'ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l'aere, dal voler portate;
cotali uscir de la schiera ov'  Dido,
a noi venendo per l'aere maligno,
s forte fu l'affettoso grido.
O animal grazoso e benigno
che visitando vai per l'aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,
se fosse amico il re de l'universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c'hai piet del nostro mal perverso.
Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che 'l vento, come fa, ci tace.
Siede la terra dove nata fui
su la marina dove 'l Po discende
per aver pace co' seguaci sui.
Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.
Amor, ch'a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer s forte,
che, come vedi, ancor non m'abbandona.
Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense.
Queste parole da lor ci fuor porte.
Quand' io intesi quell' anime offense,
china' il viso, e tanto il tenni basso,
fin che 'l poeta mi disse: Che pense?.
Quando rispuosi, cominciai: Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
men costoro al doloroso passo!.
Poi mi rivolsi a loro e parla' io,
e cominciai: Francesca, i tuoi martri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.
Ma dimmi: al tempo d'i dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?.
E quella a me: Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ci sa 'l tuo dottore.
Ma s'a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dir come colui che piange e dice.
Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
Per pi fate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
Quando leggemmo il disato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi basci tutto tremante.
Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse:
quel giorno pi non vi leggemmo avante.
Mentre che l'uno spirto questo disse,
l'altro pianga; s che di pietade
io venni men cos com' io morisse.
E caddi come corpo morto cade.

CANTO VI
[Canto sesto, nel quale mostra del terzo cerchio de l'inferno e tratta del punimento del vizio de la gola, e massimamente in persona d'un fiorentino chiamato Ciacco; in confusione di tutt'i buffoni tratta del dimonio Cerbero e narra in forma di predicere pi cose a divenire a la citt di Fiorenza.]


Al tornar de la mente, che si chiuse
dinanzi a la piet d'i due cognati,
che di trestizia tutto mi confuse,
novi tormenti e novi tormentati
mi veggio intorno, come ch'io mi mova
e ch'io mi volga, e come che io guati.
Io sono al terzo cerchio, de la piova
etterna, maladetta, fredda e greve;
regola e qualit mai non l' nova.
Grandine grossa, acqua tinta e neve
per l'aere tenebroso si riversa;
pute la terra che questo riceve.
Cerbero, fiera crudele e diversa,
con tre gole caninamente latra
sovra la gente che quivi  sommersa.
Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
e 'l ventre largo, e unghiate le mani;
graffia li spirti ed iscoia ed isquatra.
Urlar li fa la pioggia come cani;
de l'un de' lati fanno a l'altro schermo;
volgonsi spesso i miseri profani.
Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,
le bocche aperse e mostrocci le sanne;
non avea membro che tenesse fermo.
E 'l duca mio distese le sue spanne,
prese la terra, e con piene le pugna
la gitt dentro a le bramose canne.
Qual  quel cane ch'abbaiando agogna,
e si racqueta poi che 'l pasto morde,
ch solo a divorarlo intende e pugna,
cotai si fecer quelle facce lorde
de lo demonio Cerbero, che 'ntrona
l'anime s, ch'esser vorrebber sorde.
Noi passavam su per l'ombre che adona
la greve pioggia, e ponavam le piante
sovra lor vanit che par persona.
Elle giacean per terra tutte quante,
fuor d'una ch'a seder si lev, ratto
ch'ella ci vide passarsi davante.
O tu che se' per questo 'nferno tratto,
mi disse, riconoscimi, se sai:
tu fosti, prima ch'io disfatto, fatto.
E io a lui: L'angoscia che tu hai
forse ti tira fuor de la mia mente,
s che non par ch'i' ti vedessi mai.
Ma dimmi chi tu se' che 'n s dolente
loco se' messo, e hai s fatta pena,
che, s'altra  maggio, nulla  s spiacente.
Ed elli a me: La tua citt, ch' piena
d'invidia s che gi trabocca il sacco,
seco mi tenne in la vita serena.
Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
per la dannosa colpa de la gola,
come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.
E io anima trista non son sola,
ch tutte queste a simil pena stanno
per simil colpa. E pi non f parola.
Io li rispuosi: Ciacco, il tuo affanno
mi pesa s, ch'a lagrimar mi 'nvita;
ma dimmi, se tu sai, a che verranno
li cittadin de la citt partita;
s'alcun v' giusto; e dimmi la cagione
per che l'ha tanta discordia assalita.
E quelli a me: Dopo lunga tencione
verranno al sangue, e la parte selvaggia
caccer l'altra con molta offensione.
Poi appresso convien che questa caggia
infra tre soli, e che l'altra sormonti
con la forza di tal che test piaggia.
Alte terr lungo tempo le fronti,
tenendo l'altra sotto gravi pesi,
come che di ci pianga o che n'aonti.
Giusti son due, e non vi sono intesi;
superbia, invidia e avarizia sono
le tre faville c'hanno i cuori accesi.
Qui puose fine al lagrimabil suono.
E io a lui: Ancor vo' che mi 'nsegni
e che di pi parlar mi facci dono.
Farinata e 'l Tegghiaio, che fuor s degni,
Iacopo Rusticucci, Arrigo e 'l Mosca
e li altri ch'a ben far puoser li 'ngegni,
dimmi ove sono e fa ch'io li conosca;
ch gran disio mi stringe di savere
se 'l ciel li addolcia o lo 'nferno li attosca.
E quelli: Ei son tra l'anime pi nere;
diverse colpe gi li grava al fondo:
se tanto scendi, l i potrai vedere.
Ma quando tu sarai nel dolce mondo,
priegoti ch'a la mente altrui mi rechi:
pi non ti dico e pi non ti rispondo.
Li diritti occhi torse allora in biechi;
guardommi un poco e poi chin la testa:
cadde con essa a par de li altri ciechi.
E 'l duca disse a me: Pi non si desta
di qua dal suon de l'angelica tromba,
quando verr la nimica podesta:
ciascun riveder la trista tomba,
ripiglier sua carne e sua figura,
udir quel ch'in etterno rimbomba.
S trapassammo per sozza mistura
de l'ombre e de la pioggia, a passi lenti,
toccando un poco la vita futura;
per ch'io dissi: Maestro, esti tormenti
crescerann' ei dopo la gran sentenza,
o fier minori, o saran s cocenti?.
Ed elli a me: Ritorna a tua scenza,
che vuol, quanto la cosa  pi perfetta,
pi senta il bene, e cos la doglienza.
Tutto che questa gente maladetta
in vera perfezion gi mai non vada,
di l pi che di qua essere aspetta.
Noi aggirammo a tondo quella strada,
parlando pi assai ch'i' non ridico;
venimmo al punto dove si digrada:
quivi trovammo Pluto, il gran nemico.

CANTO VII
[Canto settimo, dove si dimostra del quarto cerchio de l'inferno e alquanto del quinto; qui pone la pena del peccato de l'avarizia e del vizio de la prodigalit; e del dimonio Pluto; e quello che  fortuna.]


Pape Satn, pape Satn aleppe!,
cominci Pluto con la voce chioccia;
e quel savio gentil, che tutto seppe,
disse per confortarmi: Non ti noccia
la tua paura; ch, poder ch'elli abbia,
non ci torr lo scender questa roccia.
Poi si rivolse a quella 'nfiata labbia,
e disse: Taci, maladetto lupo!
consuma dentro te con la tua rabbia.
Non  sanza cagion l'andare al cupo:
vuolsi ne l'alto, l dove Michele
f la vendetta del superbo strupo.
Quali dal vento le gonfiate vele
caggiono avvolte, poi che l'alber fiacca,
tal cadde a terra la fiera crudele.
Cos scendemmo ne la quarta lacca,
pigliando pi de la dolente ripa
che 'l mal de l'universo tutto insacca.
Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa
nove travaglie e pene quant' io viddi?
e perch nostra colpa s ne scipa?
Come fa l'onda l sovra Cariddi,
che si frange con quella in cui s'intoppa,
cos convien che qui la gente riddi.
Qui vid' i' gente pi ch'altrove troppa,
e d'una parte e d'altra, con grand' urli,
voltando pesi per forza di poppa.
Percotansi 'ncontro; e poscia pur l
si rivolgea ciascun, voltando a retro,
gridando: Perch tieni? e Perch burli?.
Cos tornavan per lo cerchio tetro
da ogne mano a l'opposito punto,
gridandosi anche loro ontoso metro;
poi si volgea ciascun, quand' era giunto,
per lo suo mezzo cerchio a l'altra giostra.
E io, ch'avea lo cor quasi compunto,
dissi: Maestro mio, or mi dimostra
che gente  questa, e se tutti fuor cherci
questi chercuti a la sinistra nostra.
Ed elli a me: Tutti quanti fuor guerci
s de la mente in la vita primaia,
che con misura nullo spendio ferci.
Assai la voce lor chiaro l'abbaia,
quando vegnono a' due punti del cerchio
dove colpa contraria li dispaia.
Questi fuor cherci, che non han coperchio
piloso al capo, e papi e cardinali,
in cui usa avarizia il suo soperchio.
E io: Maestro, tra questi cotali
dovre' io ben riconoscere alcuni
che furo immondi di cotesti mali.
Ed elli a me: Vano pensiero aduni:
la sconoscente vita che i f sozzi,
ad ogne conoscenza or li fa bruni.
In etterno verranno a li due cozzi:
questi resurgeranno del sepulcro
col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi.
Mal dare e mal tener lo mondo pulcro
ha tolto loro, e posti a questa zuffa:
qual ella sia, parole non ci appulcro.
Or puoi, figliuol, veder la corta buffa
d'i ben che son commessi a la fortuna,
per che l'umana gente si rabuffa;
ch tutto l'oro ch' sotto la luna
e che gi fu, di quest' anime stanche
non poterebbe farne posare una.
Maestro mio, diss' io, or mi d anche:
questa fortuna di che tu mi tocche,
che , che i ben del mondo ha s tra branche?.
E quelli a me: Oh creature sciocche,
quanta ignoranza  quella che v'offende!
Or vo' che tu mia sentenza ne 'mbocche.
Colui lo cui saver tutto trascende,
fece li cieli e di lor chi conduce
s, ch'ogne parte ad ogne parte splende,
distribuendo igualmente la luce.
Similemente a li splendor mondani
ordin general ministra e duce
che permutasse a tempo li ben vani
di gente in gente e d'uno in altro sangue,
oltre la difension d'i senni umani;
per ch'una gente impera e l'altra langue,
seguendo lo giudicio di costei,
che  occulto come in erba l'angue.
Vostro saver non ha contasto a lei:
questa provede, giudica, e persegue
suo regno come il loro li altri di.
Le sue permutazion non hanno triegue:
necessit la fa esser veloce;
s spesso vien chi vicenda consegue.
Quest'  colei ch' tanto posta in croce
pur da color che le dovrien dar lode,
dandole biasmo a torto e mala voce;
ma ella s' beata e ci non ode:
con l'altre prime creature lieta
volve sua spera e beata si gode.
Or discendiamo omai a maggior pieta;
gi ogne stella cade che saliva
quand' io mi mossi, e 'l troppo star si vieta.
Noi ricidemmo il cerchio a l'altra riva
sovr' una fonte che bolle e riversa
per un fossato che da lei deriva.
L'acqua era buia assai pi che persa;
e noi, in compagnia de l'onde bige,
intrammo gi per una via diversa.
In la palude va c'ha nome Stige
questo tristo ruscel, quand'  disceso
al pi de le maligne piagge grige.
E io, che di mirare stava inteso,
vidi genti fangose in quel pantano,
ignude tutte, con sembiante offeso.
Queste si percotean non pur con mano,
ma con la testa e col petto e coi piedi,
troncandosi co' denti a brano a brano.
Lo buon maestro disse: Figlio, or vedi
l'anime di color cui vinse l'ira;
e anche vo' che tu per certo credi
che sotto l'acqua  gente che sospira,
e fanno pullular quest' acqua al summo,
come l'occhio ti dice, u' che s'aggira.
Fitti nel limo dicon: "Tristi fummo
ne l'aere dolce che dal sol s'allegra,
portando dentro accidoso fummo:
or ci attristiam ne la belletta negra".
Quest' inno si gorgoglian ne la strozza,
ch dir nol posson con parola integra.
Cos girammo de la lorda pozza
grand' arco, tra la ripa secca e 'l mzzo,
con li occhi vlti a chi del fango ingozza.
Venimmo al pi d'una torre al da sezzo.

CANTO VIII
[Canto ottavo, ove tratta del quinto cerchio de l'inferno e alquanto del sesto, e de la pena del peccato de l'ira, massimamente in persona d'uno cavaliere fiorentino chiamato messer Filippo Argenti, e del dimonio Flegias e de la palude di Stige e del pervenire a la citt d'inferno detta Dite.]


Io dico, seguitando, ch'assai prima
che noi fossimo al pi de l'alta torre,
li occhi nostri n'andar suso a la cima
per due fiammette che i vedemmo porre,
e un'altra da lungi render cenno,
tanto ch'a pena il potea l'occhio trre.
E io mi volsi al mar di tutto 'l senno;
dissi: Questo che dice? e che risponde
quell' altro foco? e chi son quei che 'l fenno?.
Ed elli a me: Su per le sucide onde
gi scorgere puoi quello che s'aspetta,
se 'l fummo del pantan nol ti nasconde.
Corda non pinse mai da s saetta
che s corresse via per l'aere snella,
com' io vidi una nave piccioletta
venir per l'acqua verso noi in quella,
sotto 'l governo d'un sol galeoto,
che gridava: Or se' giunta, anima fella!.
Flegs, Flegs, tu gridi a vto,
disse lo mio segnore, a questa volta:
pi non ci avrai che sol passando il loto.
Qual  colui che grande inganno ascolta
che li sia fatto, e poi se ne rammarca,
fecesi Flegs ne l'ira accolta.
Lo duca mio discese ne la barca,
e poi mi fece intrare appresso lui;
e sol quand' io fui dentro parve carca.
Tosto che 'l duca e io nel legno fui,
segando se ne va l'antica prora
de l'acqua pi che non suol con altrui.
Mentre noi corravam la morta gora,
dinanzi mi si fece un pien di fango,
e disse: Chi se' tu che vieni anzi ora?.
E io a lui: S'i' vegno, non rimango;
ma tu chi se', che s se' fatto brutto?.
Rispuose: Vedi che son un che piango.
E io a lui: Con piangere e con lutto,
spirito maladetto, ti rimani;
ch'i' ti conosco, ancor sie lordo tutto.
Allor distese al legno ambo le mani;
per che 'l maestro accorto lo sospinse,
dicendo: Via cost con li altri cani!.
Lo collo poi con le braccia mi cinse;
basciommi 'l volto e disse: Alma sdegnosa,
benedetta colei che 'n te s'incinse!
Quei fu al mondo persona orgogliosa;
bont non  che sua memoria fregi:
cos s' l'ombra sua qui furosa.
Quanti si tegnon or l s gran regi
che qui staranno come porci in brago,
di s lasciando orribili dispregi!.
E io: Maestro, molto sarei vago
di vederlo attuffare in questa broda
prima che noi uscissimo del lago.
Ed elli a me: Avante che la proda
ti si lasci veder, tu sarai sazio:
di tal diso convien che tu goda.
Dopo ci poco vid' io quello strazio
far di costui a le fangose genti,
che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.
Tutti gridavano: A Filippo Argenti!;
e 'l fiorentino spirito bizzarro
in s medesmo si volvea co' denti.
Quivi il lasciammo, che pi non ne narro;
ma ne l'orecchie mi percosse un duolo,
per ch'io avante l'occhio intento sbarro.
Lo buon maestro disse: Omai, figliuolo,
s'appressa la citt c'ha nome Dite,
coi gravi cittadin, col grande stuolo.
E io: Maestro, gi le sue meschite
l entro certe ne la valle cerno,
vermiglie come se di foco uscite
fossero. Ed ei mi disse: Il foco etterno
ch'entro l'affoca le dimostra rosse,
come tu vedi in questo basso inferno.
Noi pur giugnemmo dentro a l'alte fosse
che vallan quella terra sconsolata:
le mura mi parean che ferro fosse.
Non sanza prima far grande aggirata,
venimmo in parte dove il nocchier forte
Usciteci, grid: qui  l'intrata.
Io vidi pi di mille in su le porte
da ciel piovuti, che stizzosamente
dicean: Chi  costui che sanza morte
va per lo regno de la morta gente?.
E 'l savio mio maestro fece segno
di voler lor parlar segretamente.
Allor chiusero un poco il gran disdegno
e disser: Vien tu solo, e quei sen vada
che s ardito intr per questo regno.
Sol si ritorni per la folle strada:
pruovi, se sa; ch tu qui rimarrai,
che li ha' iscorta s buia contrada.
Pensa, lettor, se io mi sconfortai
nel suon de le parole maladette,
ch non credetti ritornarci mai.
O caro duca mio, che pi di sette
volte m'hai sicurt renduta e tratto
d'alto periglio che 'ncontra mi stette,
non mi lasciar, diss' io, cos disfatto;
e se 'l passar pi oltre ci  negato,
ritroviam l'orme nostre insieme ratto.
E quel segnor che l m'avea menato,
mi disse: Non temer; ch 'l nostro passo
non ci pu trre alcun: da tal n' dato.
Ma qui m'attendi, e lo spirito lasso
conforta e ciba di speranza buona,
ch'i' non ti lascer nel mondo basso.
Cos sen va, e quivi m'abbandona
lo dolce padre, e io rimagno in forse,
che s e no nel capo mi tenciona.
Udir non potti quello ch'a lor porse;
ma ei non stette l con essi guari,
che ciascun dentro a pruova si ricorse.
Chiuser le porte que' nostri avversari
nel petto al mio segnor, che fuor rimase
e rivolsesi a me con passi rari.
Li occhi a la terra e le ciglia avea rase
d'ogne baldanza, e dicea ne' sospiri:
Chi m'ha negate le dolenti case!.
E a me disse: Tu, perch' io m'adiri,
non sbigottir, ch'io vincer la prova,
qual ch'a la difension dentro s'aggiri.
Questa lor tracotanza non  nova;
ch gi l'usaro a men segreta porta,
la qual sanza serrame ancor si trova.
Sovr' essa vedest la scritta morta:
e gi di qua da lei discende l'erta,
passando per li cerchi sanza scorta,
tal che per lui ne fia la terra aperta.

CANTO IX
[Canto nono, ove tratta e dimostra de la cittade c'ha nome Dite, la qual si  nel sesto cerchio de l'inferno e vedesi messa la qualit de le pene de li eretici; e dichiara in questo canto Virgilio a Dante una questione, e rendelo sicuro dicendo s esservi stato dentro altra fiata.]


Quel color che vilt di fuor mi pinse
veggendo il duca mio tornare in volta,
pi tosto dentro il suo novo ristrinse.
Attento si ferm com' uom ch'ascolta;
ch l'occhio nol potea menare a lunga
per l'aere nero e per la nebbia folta.
Pur a noi converr vincer la punga,
cominci el, se non... Tal ne s'offerse.
Oh quanto tarda a me ch'altri qui giunga!.
I' vidi ben s com' ei ricoperse
lo cominciar con l'altro che poi venne,
che fur parole a le prime diverse;
ma nondimen paura il suo dir dienne,
perch' io traeva la parola tronca
forse a peggior sentenzia che non tenne.
In questo fondo de la trista conca
discende mai alcun del primo grado,
che sol per pena ha la speranza cionca?.
Questa question fec' io; e quei Di rado
incontra, mi rispuose, che di noi
faccia il cammino alcun per qual io vado.
Ver  ch'altra fata qua gi fui,
congiurato da quella Eritn cruda
che richiamava l'ombre a' corpi sui.
Di poco era di me la carne nuda,
ch'ella mi fece intrar dentr' a quel muro,
per trarne un spirto del cerchio di Giuda.
Quell'  'l pi basso loco e 'l pi oscuro,
e 'l pi lontan dal ciel che tutto gira:
ben so 'l cammin; per ti fa sicuro.
Questa palude che 'l gran puzzo spira
cigne dintorno la citt dolente,
u' non potemo intrare omai sanz' ira.
E altro disse, ma non l'ho a mente;
per che l'occhio m'avea tutto tratto
ver' l'alta torre a la cima rovente,
dove in un punto furon dritte ratto
tre fure infernal di sangue tinte,
che membra feminine avieno e atto,
e con idre verdissime eran cinte;
serpentelli e ceraste avien per crine,
onde le fiere tempie erano avvinte.
E quei, che ben conobbe le meschine
de la regina de l'etterno pianto,
Guarda, mi disse, le feroci Erine.
Quest'  Megera dal sinistro canto;
quella che piange dal destro  Aletto;
Tesifn  nel mezzo; e tacque a tanto.
Con l'unghie si fendea ciascuna il petto;
battiensi a palme e gridavan s alto,
ch'i' mi strinsi al poeta per sospetto.
Vegna Medusa: s 'l farem di smalto,
dicevan tutte riguardando in giuso;
mal non vengiammo in Teso l'assalto.
Volgiti 'n dietro e tien lo viso chiuso;
ch se 'l Gorgn si mostra e tu 'l vedessi,
nulla sarebbe di tornar mai suso.
Cos disse 'l maestro; ed elli stessi
mi volse, e non si tenne a le mie mani,
che con le sue ancor non mi chiudessi.
O voi ch'avete li 'ntelletti sani,
mirate la dottrina che s'asconde
sotto 'l velame de li versi strani.
E gi vena su per le torbide onde
un fracasso d'un suon, pien di spavento,
per cui tremavano amendue le sponde,
non altrimenti fatto che d'un vento
impetoso per li avversi ardori,
che fier la selva e sanz' alcun rattento
li rami schianta, abbatte e porta fori;
dinanzi polveroso va superbo,
e fa fuggir le fiere e li pastori.
Li occhi mi sciolse e disse: Or drizza il nerbo
del viso su per quella schiuma antica
per indi ove quel fummo  pi acerbo.
Come le rane innanzi a la nimica
biscia per l'acqua si dileguan tutte,
fin ch'a la terra ciascuna s'abbica,
vid' io pi di mille anime distrutte
fuggir cos dinanzi ad un ch'al passo
passava Stige con le piante asciutte.
Dal volto rimovea quell' aere grasso,
menando la sinistra innanzi spesso;
e sol di quell' angoscia parea lasso.
Ben m'accorsi ch'elli era da ciel messo,
e volsimi al maestro; e quei f segno
ch'i' stessi queto ed inchinassi ad esso.
Ahi quanto mi parea pien di disdegno!
Venne a la porta e con una verghetta
l'aperse, che non v'ebbe alcun ritegno.
O cacciati del ciel, gente dispetta,
cominci elli in su l'orribil soglia,
ond' esta oltracotanza in voi s'alletta?
Perch recalcitrate a quella voglia
a cui non puote il fin mai esser mozzo,
e che pi volte v'ha cresciuta doglia?
Che giova ne le fata dar di cozzo?
Cerbero vostro, se ben vi ricorda,
ne porta ancor pelato il mento e 'l gozzo.
Poi si rivolse per la strada lorda,
e non f motto a noi, ma f sembiante
d'omo cui altra cura stringa e morda
che quella di colui che li  davante;
e noi movemmo i piedi inver' la terra,
sicuri appresso le parole sante.
Dentro li 'ntrammo sanz' alcuna guerra;
e io, ch'avea di riguardar disio
la condizion che tal fortezza serra,
com' io fui dentro, l'occhio intorno invio:
e veggio ad ogne man grande campagna,
piena di duolo e di tormento rio.
S come ad Arli, ove Rodano stagna,
s com' a Pola, presso del Carnaro
ch'Italia chiude e suoi termini bagna,
fanno i sepulcri tutt' il loco varo,
cos facevan quivi d'ogne parte,
salvo che 'l modo v'era pi amaro;
ch tra li avelli fiamme erano sparte,
per le quali eran s del tutto accesi,
che ferro pi non chiede verun' arte.
Tutti li lor coperchi eran sospesi,
e fuor n'uscivan s duri lamenti,
che ben parean di miseri e d'offesi.
E io: Maestro, quai son quelle genti
che, seppellite dentro da quell' arche,
si fan sentir coi sospiri dolenti?.
E quelli a me: Qui son li eresarche
con lor seguaci, d'ogne setta, e molto
pi che non credi son le tombe carche.
Simile qui con simile  sepolto,
e i monimenti son pi e men caldi.
E poi ch'a la man destra si fu vlto,
passammo tra i martri e li alti spaldi.

CANTO X
[Canto decimo, ove tratta del sesto cerchio de l'inferno e de la pena de li eretici, e in forma d'indovinare in persona di messer Farinata predice molte cose e di quelle che avvennero a Dante, e solve una questione.]


Ora sen va per un secreto calle,
tra 'l muro de la terra e li martri,
lo mio maestro, e io dopo le spalle.
O virt somma, che per li empi giri
mi volvi, cominciai, com' a te piace,
parlami, e sodisfammi a' miei disiri.
La gente che per li sepolcri giace
potrebbesi veder? gi son levati
tutt' i coperchi, e nessun guardia face.
E quelli a me: Tutti saran serrati
quando di Iosaft qui torneranno
coi corpi che l s hanno lasciati.
Suo cimitero da questa parte hanno
con Epicuro tutti suoi seguaci,
che l'anima col corpo morta fanno.
Per a la dimanda che mi faci
quinc' entro satisfatto sar tosto,
e al disio ancor che tu mi taci.
E io: Buon duca, non tegno riposto
a te mio cuor se non per dicer poco,
e tu m'hai non pur mo a ci disposto.
O Tosco che per la citt del foco
vivo ten vai cos parlando onesto,
piacciati di restare in questo loco.
La tua loquela ti fa manifesto
di quella nobil patra natio,
a la qual forse fui troppo molesto.
Subitamente questo suono usco
d'una de l'arche; per m'accostai,
temendo, un poco pi al duca mio.
Ed el mi disse: Volgiti! Che fai?
Vedi l Farinata che s' dritto:
da la cintola in s tutto 'l vedrai.
Io avea gi il mio viso nel suo fitto;
ed el s'ergea col petto e con la fronte
com' avesse l'inferno a gran dispitto.
E l'animose man del duca e pronte
mi pinser tra le sepulture a lui,
dicendo: Le parole tue sien conte.
Com' io al pi de la sua tomba fui,
guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,
mi dimand: Chi fuor li maggior tui?.
Io ch'era d'ubidir disideroso,
non gliel celai, ma tutto gliel' apersi;
ond' ei lev le ciglia un poco in suso;
poi disse: Fieramente furo avversi
a me e a miei primi e a mia parte,
s che per due fate li dispersi.
S'ei fur cacciati, ei tornar d'ogne parte,
rispuos' io lui, l'una e l'altra fata;
ma i vostri non appreser ben quell' arte.
Allor surse a la vista scoperchiata
un'ombra, lungo questa, infino al mento:
credo che s'era in ginocchie levata.
Dintorno mi guard, come talento
avesse di veder s'altri era meco;
e poi che 'l sospecciar fu tutto spento,
piangendo disse: Se per questo cieco
carcere vai per altezza d'ingegno,
mio figlio ov' ? e perch non  teco?.
E io a lui: Da me stesso non vegno:
colui ch'attende l, per qui mi mena
forse cui Guido vostro ebbe a disdegno.
Le sue parole e 'l modo de la pena
m'avean di costui gi letto il nome;
per fu la risposta cos piena.
Di sbito drizzato grid: Come?
dicesti "elli ebbe"? non viv' elli ancora?
non fiere li occhi suoi lo dolce lume?.
Quando s'accorse d'alcuna dimora
ch'io faca dinanzi a la risposta,
supin ricadde e pi non parve fora.
Ma quell' altro magnanimo, a cui posta
restato m'era, non mut aspetto,
n mosse collo, n pieg sua costa;
e s continando al primo detto,
S'elli han quell' arte, disse, male appresa,
ci mi tormenta pi che questo letto.
Ma non cinquanta volte fia raccesa
la faccia de la donna che qui regge,
che tu saprai quanto quell' arte pesa.
E se tu mai nel dolce mondo regge,
dimmi: perch quel popolo  s empio
incontr' a' miei in ciascuna sua legge?.
Ond' io a lui: Lo strazio e 'l grande scempio
che fece l'Arbia colorata in rosso,
tal orazion fa far nel nostro tempio.
Poi ch'ebbe sospirando il capo mosso,
A ci non fu' io sol, disse, n certo
sanza cagion con li altri sarei mosso.
Ma fu' io solo, l dove sofferto
fu per ciascun di trre via Fiorenza,
colui che la difesi a viso aperto.
Deh, se riposi mai vostra semenza,
prega' io lui, solvetemi quel nodo
che qui ha 'nviluppata mia sentenza.
El par che voi veggiate, se ben odo,
dinanzi quel che 'l tempo seco adduce,
e nel presente tenete altro modo.
Noi veggiam, come quei c'ha mala luce,
le cose, disse, che ne son lontano;
cotanto ancor ne splende il sommo duce.
Quando s'appressano o son, tutto  vano
nostro intelletto; e s'altri non ci apporta,
nulla sapem di vostro stato umano.
Per comprender puoi che tutta morta
fia nostra conoscenza da quel punto
che del futuro fia chiusa la porta.
Allor, come di mia colpa compunto,
dissi: Or direte dunque a quel caduto
che 'l suo nato  co' vivi ancor congiunto;
e s'i' fui, dianzi, a la risposta muto,
fate i saper che 'l fei perch pensava
gi ne l'error che m'avete soluto.
E gi 'l maestro mio mi richiamava;
per ch'i' pregai lo spirto pi avaccio
che mi dicesse chi con lu' istava.
Dissemi: Qui con pi di mille giaccio:
qua dentro  'l secondo Federico
e 'l Cardinale; e de li altri mi taccio.
Indi s'ascose; e io inver' l'antico
poeta volsi i passi, ripensando
a quel parlar che mi parea nemico.
Elli si mosse; e poi, cos andando,
mi disse: Perch se' tu s smarrito?.
E io li sodisfeci al suo dimando.
La mente tua conservi quel ch'udito
hai contra te, mi comand quel saggio;
e ora attendi qui, e drizz 'l dito:
quando sarai dinanzi al dolce raggio
di quella il cui bell' occhio tutto vede,
da lei saprai di tua vita il vaggio.
Appresso mosse a man sinistra il piede:
lasciammo il muro e gimmo inver' lo mezzo
per un sentier ch'a una valle fiede,
che 'nfin l s facea spiacer suo lezzo.

CANTO XI
[Canto undecimo, nel quale tratta de' tre cerchi disotto d'inferno, e distingue de le genti che dentro vi sono punite, e che quivi pi che altrove; e solve una questione.]


In su l'estremit d'un'alta ripa
che facevan gran pietre rotte in cerchio,
venimmo sopra pi crudele stipa;
e quivi, per l'orribile soperchio
del puzzo che 'l profondo abisso gitta,
ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio
d'un grand' avello, ov' io vidi una scritta
che dicea: 'Anastasio papa guardo,
lo qual trasse Fotin de la via dritta'.
Lo nostro scender conviene esser tardo,
s che s'ausi un poco in prima il senso
al tristo fiato; e poi no i fia riguardo.
Cos 'l maestro; e io Alcun compenso,
dissi lui, trova che 'l tempo non passi
perduto. Ed elli: Vedi ch'a ci penso.
Figliuol mio, dentro da cotesti sassi,
cominci poi a dir, son tre cerchietti
di grado in grado, come que' che lassi.
Tutti son pien di spirti maladetti;
ma perch poi ti basti pur la vista,
intendi come e perch son costretti.
D'ogne malizia, ch'odio in cielo acquista,
ingiuria  'l fine, ed ogne fin cotale
o con forza o con frode altrui contrista.
Ma perch frode  de l'uom proprio male,
pi spiace a Dio; e per stan di sotto
li frodolenti, e pi dolor li assale.
Di volenti il primo cerchio  tutto;
ma perch si fa forza a tre persone,
in tre gironi  distinto e costrutto.
A Dio, a s, al prossimo si pne
far forza, dico in loro e in lor cose,
come udirai con aperta ragione.
Morte per forza e ferute dogliose
nel prossimo si danno, e nel suo avere
ruine, incendi e tollette dannose;
onde omicide e ciascun che mal fiere,
guastatori e predon, tutti tormenta
lo giron primo per diverse schiere.
Puote omo avere in s man volenta
e ne' suoi beni; e per nel secondo
giron convien che sanza pro si penta
qualunque priva s del vostro mondo,
biscazza e fonde la sua facultade,
e piange l dov' esser de' giocondo.
Puossi far forza ne la detade,
col cor negando e bestemmiando quella,
e spregiando natura e sua bontade;
e per lo minor giron suggella
del segno suo e Soddoma e Caorsa
e chi, spregiando Dio col cor, favella.
La frode, ond' ogne coscenza  morsa,
pu l'omo usare in colui che 'n lui fida
e in quel che fidanza non imborsa.
Questo modo di retro par ch'incida
pur lo vinco d'amor che fa natura;
onde nel cerchio secondo s'annida
ipocresia, lusinghe e chi affattura,
falsit, ladroneccio e simonia,
ruffian, baratti e simile lordura.
Per l'altro modo quell' amor s'oblia
che fa natura, e quel ch' poi aggiunto,
di che la fede spezal si cria;
onde nel cerchio minore, ov'  'l punto
de l'universo in su che Dite siede,
qualunque trade in etterno  consunto.
E io: Maestro, assai chiara procede
la tua ragione, e assai ben distingue
questo bartro e 'l popol ch'e' possiede.
Ma dimmi: quei de la palude pingue,
che mena il vento, e che batte la pioggia,
e che s'incontran con s aspre lingue,
perch non dentro da la citt roggia
sono ei puniti, se Dio li ha in ira?
e se non li ha, perch sono a tal foggia?.
Ed elli a me Perch tanto delira,
disse, lo 'ngegno tuo da quel che sle?
o ver la mente dove altrove mira?
Non ti rimembra di quelle parole
con le quai la tua Etica pertratta
le tre disposizion che 'l ciel non vole,
incontenenza, malizia e la matta
bestialitade? e come incontenenza
men Dio offende e men biasimo accatta?
Se tu riguardi ben questa sentenza,
e rechiti a la mente chi son quelli
che s di fuor sostegnon penitenza,
tu vedrai ben perch da questi felli
sien dipartiti, e perch men crucciata
la divina vendetta li martelli.
O sol che sani ogne vista turbata,
tu mi contenti s quando tu solvi,
che, non men che saver, dubbiar m'aggrata.
Ancora in dietro un poco ti rivolvi,
diss' io, l dove di' ch'usura offende
la divina bontade, e 'l groppo solvi.
Filosofia, mi disse, a chi la 'ntende,
nota, non pure in una sola parte,
come natura lo suo corso prende
dal divino 'ntelletto e da sua arte;
e se tu ben la tua Fisica note,
tu troverai, non dopo molte carte,
che l'arte vostra quella, quanto pote,
segue, come 'l maestro fa 'l discente;
s che vostr' arte a Dio quasi  nepote.
Da queste due, se tu ti rechi a mente
lo Genes dal principio, convene
prender sua vita e avanzar la gente;
e perch l'usuriere altra via tene,
per s natura e per la sua seguace
dispregia, poi ch'in altro pon la spene.
Ma seguimi oramai che 'l gir mi piace;
ch i Pesci guizzan su per l'orizzonta,
e 'l Carro tutto sovra 'l Coro giace,
e 'l balzo via l oltra si dismonta.

CANTO XII
[Canto XII, ove tratta del discendimento nel settimo cerchio d'inferno, e de le pene di quelli che fecero forza in persona de' tiranni, e qui tratta di Minotauro e del fiume del sangue, e come per uno centauro furono scorti e guidati sicuri oltre il fiume.]


Era lo loco ov' a scender la riva
venimmo, alpestro e, per quel che v'er' anco,
tal, ch'ogne vista ne sarebbe schiva.
Qual  quella ruina che nel fianco
di qua da Trento l'Adice percosse,
o per tremoto o per sostegno manco,
che da cima del monte, onde si mosse,
al piano  s la roccia discoscesa,
ch'alcuna via darebbe a chi s fosse:
cotal di quel burrato era la scesa;
e 'n su la punta de la rotta lacca
l'infama di Creti era distesa
che fu concetta ne la falsa vacca;
e quando vide noi, s stesso morse,
s come quei cui l'ira dentro fiacca.
Lo savio mio inver' lui grid: Forse
tu credi che qui sia 'l duca d'Atene,
che s nel mondo la morte ti porse?
Prtiti, bestia, ch questi non vene
ammaestrato da la tua sorella,
ma vassi per veder le vostre pene.
Qual  quel toro che si slaccia in quella
c'ha ricevuto gi 'l colpo mortale,
che gir non sa, ma qua e l saltella,
vid' io lo Minotauro far cotale;
e quello accorto grid: Corri al varco;
mentre ch'e' 'nfuria,  buon che tu ti cale.
Cos prendemmo via gi per lo scarco
di quelle pietre, che spesso moviensi
sotto i miei piedi per lo novo carco.
Io gia pensando; e quei disse: Tu pensi
forse a questa ruina, ch' guardata
da quell' ira bestial ch'i' ora spensi.
Or vo' che sappi che l'altra fata
ch'i' discesi qua gi nel basso inferno,
questa roccia non era ancor cascata.
Ma certo poco pria, se ben discerno,
che venisse colui che la gran preda
lev a Dite del cerchio superno,
da tutte parti l'alta valle feda
trem s, ch'i' pensai che l'universo
sentisse amor, per lo qual  chi creda
pi volte il mondo in casso converso;
e in quel punto questa vecchia roccia,
qui e altrove, tal fece riverso.
Ma ficca li occhi a valle, ch s'approccia
la riviera del sangue in la qual bolle
qual che per volenza in altrui noccia.
Oh cieca cupidigia e ira folle,
che s ci sproni ne la vita corta,
e ne l'etterna poi s mal c'immolle!
Io vidi un'ampia fossa in arco torta,
come quella che tutto 'l piano abbraccia,
secondo ch'avea detto la mia scorta;
e tra 'l pi de la ripa ed essa, in traccia
corrien centauri, armati di saette,
come solien nel mondo andare a caccia.
Veggendoci calar, ciascun ristette,
e de la schiera tre si dipartiro
con archi e asticciuole prima elette;
e l'un grid da lungi: A qual martiro
venite voi che scendete la costa?
Ditel costinci; se non, l'arco tiro.
Lo mio maestro disse: La risposta
farem noi a Chirn cost di presso:
mal fu la voglia tua sempre s tosta.
Poi mi tent, e disse: Quelli  Nesso,
che mor per la bella Deianira,
e f di s la vendetta elli stesso.
E quel di mezzo, ch'al petto si mira,
 il gran Chirn, il qual nodr Achille;
quell' altro  Folo, che fu s pien d'ira.
Dintorno al fosso vanno a mille a mille,
saettando qual anima si svelle
del sangue pi che sua colpa sortille.
Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle:
Chirn prese uno strale, e con la cocca
fece la barba in dietro a le mascelle.
Quando s'ebbe scoperta la gran bocca,
disse a' compagni: Siete voi accorti
che quel di retro move ci ch'el tocca?
Cos non soglion far li pi d'i morti.
E 'l mio buon duca, che gi li er' al petto,
dove le due nature son consorti,
rispuose: Ben  vivo, e s soletto
mostrar li mi convien la valle buia;
necessit 'l ci 'nduce, e non diletto.
Tal si part da cantare alleluia
che mi commise quest' officio novo:
non  ladron, n io anima fuia.
Ma per quella virt per cu' io movo
li passi miei per s selvaggia strada,
danne un de' tuoi, a cui noi siamo a provo,
e che ne mostri l dove si guada,
e che porti costui in su la groppa,
ch non  spirto che per l'aere vada.
Chirn si volse in su la destra poppa,
e disse a Nesso: Torna, e s li guida,
e fa cansar s'altra schiera v'intoppa.
Or ci movemmo con la scorta fida
lungo la proda del bollor vermiglio,
dove i bolliti facieno alte strida.
Io vidi gente sotto infino al ciglio;
e 'l gran centauro disse: E' son tiranni
che dier nel sangue e ne l'aver di piglio.
Quivi si piangon li spietati danni;
quivi  Alessandro, e Donisio fero
che f Cicilia aver dolorosi anni.
E quella fronte c'ha 'l pel cos nero,
 Azzolino; e quell' altro ch' biondo,
 Opizzo da Esti, il qual per vero
fu spento dal figliastro s nel mondo.
Allor mi volsi al poeta, e quei disse:
Questi ti sia or primo, e io secondo.
Poco pi oltre il centauro s'affisse
sovr' una gente che 'nfino a la gola
parea che di quel bulicame uscisse.
Mostrocci un'ombra da l'un canto sola,
dicendo: Colui fesse in grembo a Dio
lo cor che 'n su Tamisi ancor si cola.
Poi vidi gente che di fuor del rio
tenean la testa e ancor tutto 'l casso;
e di costoro assai riconobb' io.
Cos a pi a pi si facea basso
quel sangue, s che cocea pur li piedi;
e quindi fu del fosso il nostro passo.
S come tu da questa parte vedi
lo bulicame che sempre si scema,
disse 'l centauro, voglio che tu credi
che da quest' altra a pi a pi gi prema
lo fondo suo, infin ch'el si raggiunge
ove la tirannia convien che gema.
La divina giustizia di qua punge
quell' Attila che fu flagello in terra,
e Pirro e Sesto; e in etterno munge
le lagrime, che col bollor diserra,
a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo,
che fecero a le strade tanta guerra.
Poi si rivolse e ripassossi 'l guazzo.

CANTO XIII
[Canto XIII, ove tratta de l'esenzia del secondo girone ch' nel settimo circulo, dove punisce coloro ch'ebbero contra s medesimi violenta mano, ovvero non uccidendo s ma guastando i loro beni.]


Non era ancor di l Nesso arrivato,
quando noi ci mettemmo per un bosco
che da neun sentiero era segnato.
Non fronda verde, ma di color fosco;
non rami schietti, ma nodosi e 'nvolti;
non pomi v'eran, ma stecchi con tsco.
Non han s aspri sterpi n s folti
quelle fiere selvagge che 'n odio hanno
tra Cecina e Corneto i luoghi clti.
Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,
che cacciar de le Strofade i Troiani
con tristo annunzio di futuro danno.
Ali hanno late, e colli e visi umani,
pi con artigli, e pennuto 'l gran ventre;
fanno lamenti in su li alberi strani.
E 'l buon maestro Prima che pi entre,
sappi che se' nel secondo girone,
mi cominci a dire, e sarai mentre
che tu verrai ne l'orribil sabbione.
Per riguarda ben; s vederai
cose che torrien fede al mio sermone.
Io sentia d'ogne parte trarre guai
e non vedea persona che 'l facesse;
per ch'io tutto smarrito m'arrestai.
Cred' o ch'ei credette ch'io credesse
che tante voci uscisser, tra quei bronchi,
da gente che per noi si nascondesse.
Per disse 'l maestro: Se tu tronchi
qualche fraschetta d'una d'este piante,
li pensier c'hai si faran tutti monchi.
Allor porsi la mano un poco avante
e colsi un ramicel da un gran pruno;
e 'l tronco suo grid: Perch mi schiante?.
Da che fatto fu poi di sangue bruno,
ricominci a dir: Perch mi scerpi?
non hai tu spirto di pietade alcuno?
Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
ben dovrebb' esser la tua man pi pia,
se state fossimo anime di serpi.
Come d'un stizzo verde ch'arso sia
da l'un de' capi, che da l'altro geme
e cigola per vento che va via,
s de la scheggia rotta usciva insieme
parole e sangue; ond' io lasciai la cima
cadere, e stetti come l'uom che teme.
S'elli avesse potuto creder prima,
rispuose 'l savio mio, anima lesa,
ci c'ha veduto pur con la mia rima,
non averebbe in te la man distesa;
ma la cosa incredibile mi fece
indurlo ad ovra ch'a me stesso pesa.
Ma dilli chi tu fosti, s che 'n vece
d'alcun' ammenda tua fama rinfreschi
nel mondo s, dove tornar li lece.
E 'l tronco: S col dolce dir m'adeschi,
ch'i' non posso tacere; e voi non gravi
perch' o un poco a ragionar m'inveschi.
Io son colui che tenni ambo le chiavi
del cor di Federigo, e che le volsi,
serrando e diserrando, s soavi,
che dal secreto suo quasi ogn' uom tolsi;
fede portai al gloroso offizio,
tanto ch'i' ne perde' li sonni e ' polsi.
La meretrice che mai da l'ospizio
di Cesare non torse li occhi putti,
morte comune e de le corti vizio,
infiamm contra me li animi tutti;
e li 'nfiammati infiammar s Augusto,
che ' lieti onor tornaro in tristi lutti.
L'animo mio, per disdegnoso gusto,
credendo col morir fuggir disdegno,
ingiusto fece me contra me giusto.
Per le nove radici d'esto legno
vi giuro che gi mai non ruppi fede
al mio segnor, che fu d'onor s degno.
E se di voi alcun nel mondo riede,
conforti la memoria mia, che giace
ancor del colpo che 'nvidia le diede.
Un poco attese, e poi Da ch'el si tace,
disse 'l poeta a me, non perder l'ora;
ma parla, e chiedi a lui, se pi ti piace.
Ond' o a lui: Domandal tu ancora
di quel che credi ch'a me satisfaccia;
ch'i' non potrei, tanta piet m'accora.
Perci ricominci: Se l'om ti faccia
liberamente ci che 'l tuo dir priega,
spirito incarcerato, ancor ti piaccia
di dirne come l'anima si lega
in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,
s'alcuna mai di tai membra si spiega.
Allor soffi il tronco forte, e poi
si convert quel vento in cotal voce:
Brievemente sar risposto a voi.
Quando si parte l'anima feroce
dal corpo ond' ella stessa s' disvelta,
Mins la manda a la settima foce.
Cade in la selva, e non l' parte scelta;
ma l dove fortuna la balestra,
quivi germoglia come gran di spelta.
Surge in vermena e in pianta silvestra:
l'Arpie, pascendo poi de le sue foglie,
fanno dolore, e al dolor fenestra.
Come l'altre verrem per nostre spoglie,
ma non per ch'alcuna sen rivesta,
ch non  giusto aver ci ch'om si toglie.
Qui le strascineremo, e per la mesta
selva saranno i nostri corpi appesi,
ciascuno al prun de l'ombra sua molesta.
Noi eravamo ancora al tronco attesi,
credendo ch'altro ne volesse dire,
quando noi fummo d'un romor sorpresi,
similemente a colui che venire
sente 'l porco e la caccia a la sua posta,
ch'ode le bestie, e le frasche stormire.
Ed ecco due da la sinistra costa,
nudi e graffiati, fuggendo s forte,
che de la selva rompieno ogne rosta.
Quel dinanzi: Or accorri, accorri, morte!.
E l'altro, cui pareva tardar troppo,
gridava: Lano, s non furo accorte
le gambe tue a le giostre dal Toppo!.
E poi che forse li fallia la lena,
di s e d'un cespuglio fece un groppo.
Di rietro a loro era la selva piena
di nere cagne, bramose e correnti
come veltri ch'uscisser di catena.
In quel che s'appiatt miser li denti,
e quel dilaceraro a brano a brano;
poi sen portar quelle membra dolenti.
Presemi allor la mia scorta per mano,
e menommi al cespuglio che piangea
per le rotture sanguinenti in vano.
O Iacopo, dicea, da Santo Andrea,
che t' giovato di me fare schermo?
che colpa ho io de la tua vita rea?.
Quando 'l maestro fu sovr' esso fermo,
disse: Chi fosti, che per tante punte
soffi con sangue doloroso sermo?.
Ed elli a noi: O anime che giunte
siete a veder lo strazio disonesto
c'ha le mie fronde s da me disgiunte,
raccoglietele al pi del tristo cesto.
I' fui de la citt che nel Batista
mut 'l primo padrone; ond' ei per questo
sempre con l'arte sua la far trista;
e se non fosse che 'n sul passo d'Arno
rimane ancor di lui alcuna vista,
que' cittadin che poi la rifondarno
sovra 'l cener che d'Attila rimase,
avrebber fatto lavorare indarno.
Io fei gibetto a me de le mie case.

CANTO XIV
[Canto XIV, ove tratta de la qualit del terzo girone, contento nel settimo circulo; e quivi si puniscono coloro che fanno forza ne la deitade, negando e bestemmiando quella; e nomina qui spezialmente il re Capaneo scelleratissimo in questo preditto peccato.]

Poi che la carit del natio loco
mi strinse, raunai le fronde sparte
e rende'le a colui, ch'era gi fioco.
Indi venimmo al fine ove si parte
lo secondo giron dal terzo, e dove
si vede di giustizia orribil arte.
A ben manifestar le cose nove,
dico che arrivammo ad una landa
che dal suo letto ogne pianta rimove.
La dolorosa selva l' ghirlanda
intorno, come 'l fosso tristo ad essa;
quivi fermammo i passi a randa a randa.
Lo spazzo era una rena arida e spessa,
non d'altra foggia fatta che colei
che fu da' pi di Caton gi soppressa.
O vendetta di Dio, quanto tu dei
esser temuta da ciascun che legge
ci che fu manifesto a li occhi mei!
D'anime nude vidi molte gregge
che piangean tutte assai miseramente,
e parea posta lor diversa legge.
Supin giacea in terra alcuna gente,
alcuna si sedea tutta raccolta,
e altra andava continamente.
Quella che giva 'ntorno era pi molta,
e quella men che giaca al tormento,
ma pi al duolo avea la lingua sciolta.
Sovra tutto 'l sabbion, d'un cader lento,
piovean di foco dilatate falde,
come di neve in alpe sanza vento.
Quali Alessandro in quelle parti calde
d'Inda vide sopra 'l so stuolo
fiamme cadere infino a terra salde,
per ch'ei provide a scalpitar lo suolo
con le sue schiere, acci che lo vapore
mei si stingueva mentre ch'era solo:
tale scendeva l'etternale ardore;
onde la rena s'accendea, com' esca
sotto focile, a doppiar lo dolore.
Sanza riposo mai era la tresca
de le misere mani, or quindi or quinci
escotendo da s l'arsura fresca.
I' cominciai: Maestro, tu che vinci
tutte le cose, fuor che ' demon duri
ch'a l'intrar de la porta incontra uscinci,
chi  quel grande che non par che curi
lo 'ncendio e giace dispettoso e torto,
s che la pioggia non par che 'l marturi?.
E quel medesmo, che si fu accorto
ch'io domandava il mio duca di lui,
grid: Qual io fui vivo, tal son morto.
Se Giove stanchi 'l suo fabbro da cui
crucciato prese la folgore aguta
onde l'ultimo d percosso fui;
o s'elli stanchi li altri a muta a muta
in Mongibello a la focina negra,
chiamando "Buon Vulcano, aiuta, aiuta!",
s com' el fece a la pugna di Flegra,
e me saetti con tutta sua forza:
non ne potrebbe aver vendetta allegra.
Allora il duca mio parl di forza
tanto, ch'i' non l'avea s forte udito:
O Capaneo, in ci che non s'ammorza
la tua superbia, se' tu pi punito;
nullo martiro, fuor che la tua rabbia,
sarebbe al tuo furor dolor compito.
Poi si rivolse a me con miglior labbia,
dicendo: Quei fu l'un d'i sette regi
ch'assiser Tebe; ed ebbe e par ch'elli abbia
Dio in disdegno, e poco par che 'l pregi;
ma, com' io dissi lui, li suoi dispetti
sono al suo petto assai debiti fregi.
Or mi vien dietro, e guarda che non metti,
ancor, li piedi ne la rena arsiccia;
ma sempre al bosco tien li piedi stretti.
Tacendo divenimmo l 've spiccia
fuor de la selva un picciol fiumicello,
lo cui rossore ancor mi raccapriccia.
Quale del Bulicame esce ruscello
che parton poi tra lor le peccatrici,
tal per la rena gi sen giva quello.
Lo fondo suo e ambo le pendici
fatt' era 'n pietra, e ' margini da lato;
per ch'io m'accorsi che 'l passo era lici.
Tra tutto l'altro ch'i' t'ho dimostrato,
poscia che noi intrammo per la porta
lo cui sogliare a nessuno  negato,
cosa non fu da li tuoi occhi scorta
notabile com'  'l presente rio,
che sovra s tutte fiammelle ammorta.
Queste parole fuor del duca mio;
per ch'io 'l pregai che mi largisse 'l pasto
di cui largito m'ava il disio.
In mezzo mar siede un paese guasto,
diss' elli allora, che s'appella Creta,
sotto 'l cui rege fu gi 'l mondo casto.
Una montagna v' che gi fu lieta
d'acqua e di fronde, che si chiam Ida;
or  diserta come cosa vieta.
Ra la scelse gi per cuna fida
del suo figliuolo, e per celarlo meglio,
quando piangea, vi facea far le grida.
Dentro dal monte sta dritto un gran veglio,
che tien volte le spalle inver' Dammiata
e Roma guarda come so speglio.
La sua testa  di fin oro formata,
e puro argento son le braccia e 'l petto,
poi  di rame infino a la forcata;
da indi in giuso  tutto ferro eletto,
salvo che 'l destro piede  terra cotta;
e sta 'n su quel, pi che 'n su l'altro, eretto.
Ciascuna parte, fuor che l'oro,  rotta
d'una fessura che lagrime goccia,
le quali, accolte, fran quella grotta.
Lor corso in questa valle si diroccia;
fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;
poi sen van gi per questa stretta doccia,
infin, l dove pi non si dismonta,
fanno Cocito; e qual sia quello stagno
tu lo vedrai, per qui non si conta.
E io a lui: Se 'l presente rigagno
si diriva cos dal nostro mondo,
perch ci appar pur a questo vivagno?.
Ed elli a me: Tu sai che 'l loco  tondo;
e tutto che tu sie venuto molto,
pur a sinistra, gi calando al fondo,
non se' ancor per tutto 'l cerchio vlto;
per che, se cosa n'apparisce nova,
non de' addur maraviglia al tuo volto.
E io ancor: Maestro, ove si trova
Flegetonta e Let? ch de l'un taci,
e l'altro di' che si fa d'esta piova.
In tutte tue question certo mi piaci,
rispuose, ma 'l bollor de l'acqua rossa
dovea ben solver l'una che tu faci.
Let vedrai, ma fuor di questa fossa,
l dove vanno l'anime a lavarsi
quando la colpa pentuta  rimossa.
Poi disse: Omai  tempo da scostarsi
dal bosco; fa che di retro a me vegne:
li margini fan via, che non son arsi,
e sopra loro ogne vapor si spegne.

CANTO XV
[Canto XV, ove tratta di quello medesimo girone e di quello medesimo cerchio; e qui sono puniti coloro che fanno forza ne la deitade, spregiando natura e sua bontade, s come sono li soddomiti.]


Ora cen porta l'un de' duri margini;
e 'l fummo del ruscel di sopra aduggia,
s che dal foco salva l'acqua e li argini.
Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia,
temendo 'l fiotto che 'nver' lor s'avventa,
fanno lo schermo perch 'l mar si fuggia;
e quali Padoan lungo la Brenta,
per difender lor ville e lor castelli,
anzi che Carentana il caldo senta:
a tale imagine eran fatti quelli,
tutto che n s alti n s grossi,
qual che si fosse, lo maestro flli.
Gi eravam da la selva rimossi
tanto, ch'i' non avrei visto dov' era,
perch' io in dietro rivolto mi fossi,
quando incontrammo d'anime una schiera
che venian lungo l'argine, e ciascuna
ci riguardava come suol da sera
guardare uno altro sotto nuova luna;
e s ver' noi aguzzavan le ciglia
come 'l vecchio sartor fa ne la cruna.
Cos adocchiato da cotal famiglia,
fui conosciuto da un, che mi prese
per lo lembo e grid: Qual maraviglia!.
E io, quando 'l suo braccio a me distese,
ficca li occhi per lo cotto aspetto,
s che 'l viso abbrusciato non difese
la conoscenza sa al mio 'ntelletto;
e chinando la mano a la sua faccia,
rispuosi: Siete voi qui, ser Brunetto?.
E quelli: O figliuol mio, non ti dispiaccia
se Brunetto Latino un poco teco
ritorna 'n dietro e lascia andar la traccia.
I' dissi lui: Quanto posso, ven preco;
e se volete che con voi m'asseggia,
farl, se piace a costui che vo seco.
O figliuol, disse, qual di questa greggia
s'arresta punto, giace poi cent' anni
sanz' arrostarsi quando 'l foco il feggia.
Per va oltre: i' ti verr a' panni;
e poi rigiugner la mia masnada,
che va piangendo i suoi etterni danni.
Io non osava scender de la strada
per andar par di lui; ma 'l capo chino
tenea com' uom che reverente vada.
El cominci: Qual fortuna o destino
anzi l'ultimo d qua gi ti mena?
e chi  questi che mostra 'l cammino?.
L s di sopra, in la vita serena,
rispuos' io lui, mi smarri' in una valle,
avanti che l'et mia fosse piena.
Pur ier mattina le volsi le spalle:
questi m'apparve, tornand' o in quella,
e reducemi a ca per questo calle.
Ed elli a me: Se tu segui tua stella,
non puoi fallire a gloroso porto,
se ben m'accorsi ne la vita bella;
e s'io non fossi s per tempo morto,
veggendo il cielo a te cos benigno,
dato t'avrei a l'opera conforto.
Ma quello ingrato popolo maligno
che discese di Fiesole ab antico,
e tiene ancor del monte e del macigno,
ti si far, per tuo ben far, nimico;
ed  ragion, ch tra li lazzi sorbi
si disconvien fruttare al dolce fico.
Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;
gent'  avara, invidiosa e superba:
dai lor costumi fa che tu ti forbi.
La tua fortuna tanto onor ti serba,
che l'una parte e l'altra avranno fame
di te; ma lungi fia dal becco l'erba.
Faccian le bestie fiesolane strame
di lor medesme, e non tocchin la pianta,
s'alcuna surge ancora in lor letame,
in cui riviva la sementa santa
di que' Roman che vi rimaser quando
fu fatto il nido di malizia tanta.
Se fosse tutto pieno il mio dimando,
rispuos' io lui, voi non sareste ancora
de l'umana natura posto in bando;
ch 'n la mente m' fitta, e or m'accora,
la cara e buona imagine paterna
di voi quando nel mondo ad ora ad ora
m'insegnavate come l'uom s'etterna:
e quant' io l'abbia in grado, mentr' io vivo
convien che ne la mia lingua si scerna.
Ci che narrate di mio corso scrivo,
e serbolo a chiosar con altro testo
a donna che sapr, s'a lei arrivo.
Tanto vogl' io che vi sia manifesto,
pur che mia coscenza non mi garra,
ch'a la Fortuna, come vuol, son presto.
Non  nuova a li orecchi miei tal arra:
per giri Fortuna la sua rota
come le piace, e 'l villan la sua marra.
Lo mio maestro allora in su la gota
destra si volse in dietro e riguardommi;
poi disse: Bene ascolta chi la nota.
N per tanto di men parlando vommi
con ser Brunetto, e dimando chi sono
li suoi compagni pi noti e pi sommi.
Ed elli a me: Saper d'alcuno  buono;
de li altri fia laudabile tacerci,
ch 'l tempo saria corto a tanto suono.
In somma sappi che tutti fur cherci
e litterati grandi e di gran fama,
d'un peccato medesmo al mondo lerci.
Priscian sen va con quella turba grama,
e Francesco d'Accorso anche; e vedervi,
s'avessi avuto di tal tigna brama,
colui potei che dal servo de' servi
fu trasmutato d'Arno in Bacchiglione,
dove lasci li mal protesi nervi.
Di pi direi; ma 'l venire e 'l sermone
pi lungo esser non pu, per ch'i' veggio
l surger nuovo fummo del sabbione.
Gente vien con la quale esser non deggio.
Sieti raccomandato il mio Tesoro,
nel qual io vivo ancora, e pi non cheggio.
Poi si rivolse, e parve di coloro
che corrono a Verona il drappo verde
per la campagna; e parve di costoro
quelli che vince, non colui che perde.

CANTO XVI
[Canto XVI, ove tratta di quello medesimo girone e di quello medesimo cerchio e di quello medesimo peccato.]


Gi era in loco onde s'udia 'l rimbombo
de l'acqua che cadea ne l'altro giro,
simile a quel che l'arnie fanno rombo,
quando tre ombre insieme si partiro,
correndo, d'una torma che passava
sotto la pioggia de l'aspro martiro.
Venian ver' noi, e ciascuna gridava:
Sstati tu ch'a l'abito ne sembri
essere alcun di nostra terra prava.
Ahim, che piaghe vidi ne' lor membri,
ricenti e vecchie, da le fiamme incese!
Ancor men duol pur ch'i' me ne rimembri.
A le lor grida il mio dottor s'attese;
volse 'l viso ver' me, e Or aspetta,
disse, a costor si vuole esser cortese.
E se non fosse il foco che saetta
la natura del loco, i' dicerei
che meglio stesse a te che a lor la fretta.
Ricominciar, come noi restammo, ei
l'antico verso; e quando a noi fuor giunti,
fenno una rota di s tutti e trei.
Qual sogliono i campion far nudi e unti,
avvisando lor presa e lor vantaggio,
prima che sien tra lor battuti e punti,
cos rotando, ciascuno il visaggio
drizzava a me, s che 'n contraro il collo
faceva ai pi contino vaggio.
E Se miseria d'esto loco sollo
rende in dispetto noi e nostri prieghi,
cominci l'uno, e 'l tinto aspetto e brollo,
la fama nostra il tuo animo pieghi
a dirne chi tu se', che i vivi piedi
cos sicuro per lo 'nferno freghi.
Questi, l'orme di cui pestar mi vedi,
tutto che nudo e dipelato vada,
fu di grado maggior che tu non credi:
nepote fu de la buona Gualdrada;
Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita
fece col senno assai e con la spada.
L'altro, ch'appresso me la rena trita,
 Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce
nel mondo s dovria esser gradita.
E io, che posto son con loro in croce,
Iacopo Rusticucci fui, e certo
la fiera moglie pi ch'altro mi nuoce.
S'i' fossi stato dal foco coperto,
gittato mi sarei tra lor di sotto,
e credo che 'l dottor l'avria sofferto;
ma perch' io mi sarei brusciato e cotto,
vinse paura la mia buona voglia
che di loro abbracciar mi facea ghiotto.
Poi cominciai: Non dispetto, ma doglia
la vostra condizion dentro mi fisse,
tanta che tardi tutta si dispoglia,
tosto che questo mio segnor mi disse
parole per le quali i' mi pensai
che qual voi siete, tal gente venisse.
Di vostra terra sono, e sempre mai
l'ovra di voi e li onorati nomi
con affezion ritrassi e ascoltai.
Lascio lo fele e vo per dolci pomi
promessi a me per lo verace duca;
ma 'nfino al centro pria convien ch'i' tomi.
Se lungamente l'anima conduca
le membra tue, rispuose quelli ancora,
e se la fama tua dopo te luca,
cortesia e valor d se dimora
ne la nostra citt s come suole,
o se del tutto se n' gita fora;
ch Guiglielmo Borsiere, il qual si duole
con noi per poco e va l coi compagni,
assai ne cruccia con le sue parole.
La gente nuova e i sbiti guadagni
orgoglio e dismisura han generata,
Fiorenza, in te, s che tu gi ten piagni.
Cos gridai con la faccia levata;
e i tre, che ci inteser per risposta,
guardar l'un l'altro com' al ver si guata.
Se l'altre volte s poco ti costa,
rispuoser tutti, il satisfare altrui,
felice te se s parli a tua posta!
Per, se campi d'esti luoghi bui
e torni a riveder le belle stelle,
quando ti giover dicere "I' fui",
fa che di noi a la gente favelle.
Indi rupper la rota, e a fuggirsi
ali sembiar le gambe loro isnelle.
Un amen non saria possuto dirsi
tosto cos com' e' fuoro spariti;
per ch'al maestro parve di partirsi.
Io lo seguiva, e poco eravam iti,
che 'l suon de l'acqua n'era s vicino,
che per parlar saremmo a pena uditi.
Come quel fiume c'ha proprio cammino
prima dal Monte Viso 'nver' levante,
da la sinistra costa d'Apennino,
che si chiama Acquacheta suso, avante
che si divalli gi nel basso letto,
e a Forl di quel nome  vacante,
rimbomba l sovra San Benedetto
de l'Alpe per cadere ad una scesa
ove dovea per mille esser recetto;
cos, gi d'una ripa discoscesa,
trovammo risonar quell' acqua tinta,
s che 'n poc' ora avria l'orecchia offesa.
Io avea una corda intorno cinta,
e con essa pensai alcuna volta
prender la lonza a la pelle dipinta.
Poscia ch'io l'ebbi tutta da me sciolta,
s come 'l duca m'avea comandato,
porsila a lui aggroppata e ravvolta.
Ond' ei si volse inver' lo destro lato,
e alquanto di lunge da la sponda
la gitt giuso in quell' alto burrato.
E' pur convien che novit risponda,
dicea fra me medesmo, al novo cenno
che 'l maestro con l'occhio s seconda.
Ahi quanto cauti li uomini esser dienno
presso a color che non veggion pur l'ovra,
ma per entro i pensier miran col senno!
El disse a me: Tosto verr di sovra
ci ch'io attendo e che il tuo pensier sogna;
tosto convien ch'al tuo viso si scovra.
Sempre a quel ver c'ha faccia di menzogna
de' l'uom chiuder le labbra fin ch'el puote,
per che sanza colpa fa vergogna;
ma qui tacer nol posso; e per le note
di questa comeda, lettor, ti giuro,
s'elle non sien di lunga grazia vte,
ch'i' vidi per quell' aere grosso e scuro
venir notando una figura in suso,
maravigliosa ad ogne cor sicuro,
s come torna colui che va giuso
talora a solver l'ncora ch'aggrappa
o scoglio o altro che nel mare  chiuso,
che 'n s si stende e da pi si rattrappa.

CANTO XVII
[Canto XVII, nel quale si tratta del discendimento nel luogo detto Malebolge, che  l'ottavo cerchio de l'inferno; ancora fa proemio alquanto di quelli che sono nel settimo circulo; e quivi si truova il demonio Gerione sopra '1 quale passaro il fiume; e quivi parl Dante ad alcuni prestatori e usurai del settimo cerchio.]


Ecco la fiera con la coda aguzza,
che passa i monti e rompe i muri e l'armi!
Ecco colei che tutto 'l mondo appuzza!.
S cominci lo mio duca a parlarmi;
e accennolle che venisse a proda,
vicino al fin d'i passeggiati marmi.
E quella sozza imagine di froda
sen venne, e arriv la testa e 'l busto,
ma 'n su la riva non trasse la coda.
La faccia sua era faccia d'uom giusto,
tanto benigna avea di fuor la pelle,
e d'un serpente tutto l'altro fusto;
due branche avea pilose insin l'ascelle;
lo dosso e 'l petto e ambedue le coste
dipinti avea di nodi e di rotelle.
Con pi color, sommesse e sovraposte
non fer mai drappi Tartari n Turchi,
n fuor tai tele per Aragne imposte.
Come talvolta stanno a riva i burchi,
che parte sono in acqua e parte in terra,
e come l tra li Tedeschi lurchi
lo bivero s'assetta a far sua guerra,
cos la fiera pessima si stava
su l'orlo ch' di pietra e 'l sabbion serra.
Nel vano tutta sua coda guizzava,
torcendo in s la venenosa forca
ch'a guisa di scorpion la punta armava.
Lo duca disse: Or convien che si torca
la nostra via un poco insino a quella
bestia malvagia che col si corca.
Per scendemmo a la destra mammella,
e diece passi femmo in su lo stremo,
per ben cessar la rena e la fiammella.
E quando noi a lei venuti semo,
poco pi oltre veggio in su la rena
gente seder propinqua al loco scemo.
Quivi 'l maestro Acci che tutta piena
esperenza d'esto giron porti,
mi disse, va, e vedi la lor mena.
Li tuoi ragionamenti sian l corti;
mentre che torni, parler con questa,
che ne conceda i suoi omeri forti.
Cos ancor su per la strema testa
di quel settimo cerchio tutto solo
andai, dove sedea la gente mesta.
Per li occhi fora scoppiava lor duolo;
di qua, di l soccorrien con le mani
quando a' vapori, e quando al caldo suolo:
non altrimenti fan di state i cani
or col ceffo or col pi, quando son morsi
o da pulci o da mosche o da tafani.
Poi che nel viso a certi li occhi porsi,
ne' quali 'l doloroso foco casca,
non ne conobbi alcun; ma io m'accorsi
che dal collo a ciascun pendea una tasca
ch'avea certo colore e certo segno,
e quindi par che 'l loro occhio si pasca.
E com' io riguardando tra lor vegno,
in una borsa gialla vidi azzurro
che d'un leone avea faccia e contegno.
Poi, procedendo di mio sguardo il curro,
vidine un'altra come sangue rossa,
mostrando un'oca bianca pi che burro.
E un che d'una scrofa azzurra e grossa
segnato avea lo suo sacchetto bianco,
mi disse: Che fai tu in questa fossa?
Or te ne va; e perch se' vivo anco,
sappi che 'l mio vicin Vitalano
seder qui dal mio sinistro fianco.
Con questi Fiorentin son padoano:
spesse fate mi 'ntronan li orecchi
gridando: "Vegna 'l cavalier sovrano,
che recher la tasca con tre becchi!".
Qui distorse la bocca e di fuor trasse
la lingua, come bue che 'l naso lecchi.
E io, temendo no 'l pi star crucciasse
lui che di poco star m'avea 'mmonito,
torna'mi in dietro da l'anime lasse.
Trova' il duca mio ch'era salito
gi su la groppa del fiero animale,
e disse a me: Or sie forte e ardito.
Omai si scende per s fatte scale;
monta dinanzi, ch'i' voglio esser mezzo,
s che la coda non possa far male.
Qual  colui che s presso ha 'l riprezzo
de la quartana, c'ha gi l'unghie smorte,
e triema tutto pur guardando 'l rezzo,
tal divenn' io a le parole porte;
ma vergogna mi f le sue minacce,
che innanzi a buon segnor fa servo forte.
I' m'assettai in su quelle spallacce;
s volli dir, ma la voce non venne
com' io credetti: 'Fa che tu m'abbracce'.
Ma esso, ch'altra volta mi sovvenne
ad altro forse, tosto ch'i' montai
con le braccia m'avvinse e mi sostenne;
e disse: Geron, moviti omai:
le rote larghe, e lo scender sia poco;
pensa la nova soma che tu hai.
Come la navicella esce di loco
in dietro in dietro, s quindi si tolse;
e poi ch'al tutto si sent a gioco,
l 'v' era 'l petto, la coda rivolse,
e quella tesa, come anguilla, mosse,
e con le branche l'aere a s raccolse.
Maggior paura non credo che fosse
quando Fetonte abbandon li freni,
per che 'l ciel, come pare ancor, si cosse;
n quando Icaro misero le reni
sent spennar per la scaldata cera,
gridando il padre a lui Mala via tieni!,
che fu la mia, quando vidi ch'i' era
ne l'aere d'ogne parte, e vidi spenta
ogne veduta fuor che de la fera.
Ella sen va notando lenta lenta;
rota e discende, ma non me n'accorgo
se non che al viso e di sotto mi venta.
Io sentia gi da la man destra il gorgo
far sotto noi un orribile scroscio,
per che con li occhi 'n gi la testa sporgo.
Allor fu' io pi timido a lo stoscio,
per ch'i' vidi fuochi e senti' pianti;
ond' io tremando tutto mi raccoscio.
E vidi poi, ch nol vedea davanti,
lo scendere e 'l girar per li gran mali
che s'appressavan da diversi canti.
Come 'l falcon ch' stato assai su l'ali,
che sanza veder logoro o uccello
fa dire al falconiere Om, tu cali!,
discende lasso onde si move isnello,
per cento rote, e da lunge si pone
dal suo maestro, disdegnoso e fello;
cos ne puose al fondo Gerone
al pi al pi de la stagliata rocca,
e, discarcate le nostre persone,
si dilegu come da corda cocca.

CANTO XVIII
[Canto XVIII, ove si descrive come  fatto il luogo di Malebolge e tratta de' ruffiani e ingannatori e lusinghieri, ove dinomina in questa setta messer Venedico Caccianemico da Bologna e Giasone greco e Alessio de li Interminelli da Lucca, e tratta come sono state loro pene.]


Luogo  in inferno detto Malebolge,
tutto di pietra di color ferrigno,
come la cerchia che dintorno il volge.
Nel dritto mezzo del campo maligno
vaneggia un pozzo assai largo e profondo,
di cui suo loco dicer l'ordigno.
Quel cinghio che rimane adunque  tondo
tra 'l pozzo e 'l pi de l'alta ripa dura,
e ha distinto in dieci valli il fondo.
Quale, dove per guardia de le mura
pi e pi fossi cingon li castelli,
la parte dove son rende figura,
tale imagine quivi facean quelli;
e come a tai fortezze da' lor sogli
a la ripa di fuor son ponticelli,
cos da imo de la roccia scogli
movien che ricidien li argini e ' fossi
infino al pozzo che i tronca e raccogli.
In questo luogo, de la schiena scossi
di Geron, trovammoci; e 'l poeta
tenne a sinistra, e io dietro mi mossi.
A la man destra vidi nova pieta,
novo tormento e novi frustatori,
di che la prima bolgia era repleta.
Nel fondo erano ignudi i peccatori;
dal mezzo in qua ci venien verso 'l volto,
di l con noi, ma con passi maggiori,
come i Roman per l'essercito molto,
l'anno del giubileo, su per lo ponte
hanno a passar la gente modo colto,
che da l'un lato tutti hanno la fronte
verso 'l castello e vanno a Santo Pietro,
da l'altra sponda vanno verso 'l monte.
Di qua, di l, su per lo sasso tetro
vidi demon cornuti con gran ferze,
che li battien crudelmente di retro.
Ahi come facean lor levar le berze
a le prime percosse! gi nessuno
le seconde aspettava n le terze.
Mentr' io andava, li occhi miei in uno
furo scontrati; e io s tosto dissi:
Gi di veder costui non son digiuno.
Per ch'o a figurarlo i piedi affissi;
e 'l dolce duca meco si ristette,
e assentio ch'alquanto in dietro gissi.
E quel frustato celar si credette
bassando 'l viso; ma poco li valse,
ch'io dissi: O tu che l'occhio a terra gette,
se le fazion che porti non son false,
Venedico se' tu Caccianemico.
Ma che ti mena a s pungenti salse?.
Ed elli a me: Mal volontier lo dico;
ma sforzami la tua chiara favella,
che mi fa sovvenir del mondo antico.
I' fui colui che la Ghisolabella
condussi a far la voglia del marchese,
come che suoni la sconcia novella.
E non pur io qui piango bolognese;
anzi n' questo loco tanto pieno,
che tante lingue non son ora apprese
a dicer 'sipa' tra Svena e Reno;
e se di ci vuoi fede o testimonio,
rcati a mente il nostro avaro seno.
Cos parlando il percosse un demonio
de la sua scurada, e disse: Via,
ruffian! qui non son femmine da conio.
I' mi raggiunsi con la scorta mia;
poscia con pochi passi divenimmo
l 'v' uno scoglio de la ripa uscia.
Assai leggeramente quel salimmo;
e vlti a destra su per la sua scheggia,
da quelle cerchie etterne ci partimmo.
Quando noi fummo l dov' el vaneggia
di sotto per dar passo a li sferzati,
lo duca disse: Attienti, e fa che feggia
lo viso in te di quest' altri mal nati,
ai quali ancor non vedesti la faccia
per che son con noi insieme andati.
Del vecchio ponte guardavam la traccia
che vena verso noi da l'altra banda,
e che la ferza similmente scaccia.
E 'l buon maestro, sanza mia dimanda,
mi disse: Guarda quel grande che vene,
e per dolor non par lagrime spanda:
quanto aspetto reale ancor ritene!
Quelli  Iasn, che per cuore e per senno
li Colchi del monton privati fne.
Ello pass per l'isola di Lenno
poi che l'ardite femmine spietate
tutti li maschi loro a morte dienno.
Ivi con segni e con parole ornate
Isifile ingann, la giovinetta
che prima avea tutte l'altre ingannate.
Lasciolla quivi, gravida, soletta;
tal colpa a tal martiro lui condanna;
e anche di Medea si fa vendetta.
Con lui sen va chi da tal parte inganna;
e questo basti de la prima valle
sapere e di color che 'n s assanna.
Gi eravam l 've lo stretto calle
con l'argine secondo s'incrocicchia,
e fa di quello ad un altr' arco spalle.
Quindi sentimmo gente che si nicchia
ne l'altra bolgia e che col muso scuffa,
e s medesma con le palme picchia.
Le ripe eran grommate d'una muffa,
per l'alito di gi che vi s'appasta,
che con li occhi e col naso facea zuffa.
Lo fondo  cupo s, che non ci basta
loco a veder sanza montare al dosso
de l'arco, ove lo scoglio pi sovrasta.
Quivi venimmo; e quindi gi nel fosso
vidi gente attuffata in uno sterco
che da li uman privadi parea mosso.
E mentre ch'io l gi con l'occhio cerco,
vidi un col capo s di merda lordo,
che non para s'era laico o cherco.
Quei mi sgrid: Perch se' tu s gordo
di riguardar pi me che li altri brutti?.
E io a lui: Perch, se ben ricordo,
gi t'ho veduto coi capelli asciutti,
e se' Alessio Interminei da Lucca:
per t'adocchio pi che li altri tutti.
Ed elli allor, battendosi la zucca:
Qua gi m'hanno sommerso le lusinghe
ond' io non ebbi mai la lingua stucca.
Appresso ci lo duca Fa che pinghe,
mi disse, il viso un poco pi avante,
s che la faccia ben con l'occhio attinghe
di quella sozza e scapigliata fante
che l si graffia con l'unghie merdose,
e or s'accoscia e ora  in piedi stante.
Tade , la puttana che rispuose
al drudo suo quando disse "Ho io grazie
grandi apo te?": "Anzi maravigliose!".
E quinci sian le nostre viste sazie.

CANTO XIX
[Canto XIX, nel quale sgrida contra li simoniachi in persona di Simone Mago, che fu al tempo di san Pietro e di santo Paulo, e contra tutti coloro che simonia seguitano, e qui pone le pene che sono concedute a coloro che seguitano il sopradetto vizio, e dinomaci entro papa Niccola de li Orsini di Roma perch seguit simonia; e pone de la terza bolgia de l'inferno.]


O Simon mago, o miseri seguaci
che le cose di Dio, che di bontate
deon essere spose, e voi rapaci
per oro e per argento avolterate,
or convien che per voi suoni la tromba,
per che ne la terza bolgia state.
Gi eravamo, a la seguente tomba,
montati de lo scoglio in quella parte
ch'a punto sovra mezzo 'l fosso piomba.
O somma sapenza, quanta  l'arte
che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo,
e quanto giusto tua virt comparte!
Io vidi per le coste e per lo fondo
piena la pietra livida di fri,
d'un largo tutti e ciascun era tondo.
Non mi parean men ampi n maggiori
che que' che son nel mio bel San Giovanni,
fatti per loco d'i battezzatori;
l'un de li quali, ancor non  molt' anni,
rupp' io per un che dentro v'annegava:
e questo sia suggel ch'ogn' omo sganni.
Fuor de la bocca a ciascun soperchiava
d'un peccator li piedi e de le gambe
infino al grosso, e l'altro dentro stava.
Le piante erano a tutti accese intrambe;
per che s forte guizzavan le giunte,
che spezzate averien ritorte e strambe.
Qual suole il fiammeggiar de le cose unte
muoversi pur su per la strema buccia,
tal era l dai calcagni a le punte.
Chi  colui, maestro, che si cruccia
guizzando pi che li altri suoi consorti,
diss' io, e cui pi roggia fiamma succia?.
Ed elli a me: Se tu vuo' ch'i' ti porti
l gi per quella ripa che pi giace,
da lui saprai di s e de' suoi torti.
E io: Tanto m' bel, quanto a te piace:
tu se' segnore, e sai ch'i' non mi parto
dal tuo volere, e sai quel che si tace.
Allor venimmo in su l'argine quarto;
volgemmo e discendemmo a mano stanca
l gi nel fondo foracchiato e arto.
Lo buon maestro ancor de la sua anca
non mi dipuose, s mi giunse al rotto
di quel che si piangeva con la zanca.
O qual che se' che 'l di s tien di sotto,
anima trista come pal commessa,
comincia' io a dir, se puoi, fa motto.
Io stava come 'l frate che confessa
lo perfido assessin, che, poi ch' fitto,
richiama lui per che la morte cessa.
Ed el grid: Se' tu gi cost ritto,
se' tu gi cost ritto, Bonifazio?
Di parecchi anni mi ment lo scritto.
Se' tu s tosto di quell' aver sazio
per lo qual non temesti trre a 'nganno
la bella donna, e poi di farne strazio?.
Tal mi fec' io, quai son color che stanno,
per non intender ci ch' lor risposto,
quasi scornati, e risponder non sanno.
Allor Virgilio disse: Dilli tosto:
"Non son colui, non son colui che credi";
e io rispuosi come a me fu imposto.
Per che lo spirto tutti storse i piedi;
poi, sospirando e con voce di pianto,
mi disse: Dunque che a me richiedi?
Se di saper ch'i' sia ti cal cotanto,
che tu abbi per la ripa corsa,
sappi ch'i' fui vestito del gran manto;
e veramente fui figliuol de l'orsa,
cupido s per avanzar li orsatti,
che s l'avere e qui me misi in borsa.
Di sotto al capo mio son li altri tratti
che precedetter me simoneggiando,
per le fessure de la pietra piatti.
L gi cascher io altres quando
verr colui ch'i' credea che tu fossi,
allor ch'i' feci 'l sbito dimando.
Ma pi  'l tempo gi che i pi mi cossi
e ch'i' son stato cos sottosopra,
ch'el non star piantato coi pi rossi:
ch dopo lui verr di pi laida opra,
di ver' ponente, un pastor sanza legge,
tal che convien che lui e me ricuopra.
Nuovo Iasn sar, di cui si legge
ne' Maccabei; e come a quel fu molle
suo re, cos fia lui chi Francia regge.
Io non so s'i' mi fui qui troppo folle,
ch'i' pur rispuosi lui a questo metro:
Deh, or mi d: quanto tesoro volle
Nostro Segnore in prima da san Pietro
ch'ei ponesse le chiavi in sua bala?
Certo non chiese se non "Viemmi retro".
N Pier n li altri tolsero a Matia
oro od argento, quando fu sortito
al loco che perd l'anima ria.
Per ti sta, ch tu se' ben punito;
e guarda ben la mal tolta moneta
ch'esser ti fece contra Carlo ardito.
E se non fosse ch'ancor lo mi vieta
la reverenza de le somme chiavi
che tu tenesti ne la vita lieta,
io userei parole ancor pi gravi;
ch la vostra avarizia il mondo attrista,
calcando i buoni e sollevando i pravi.
Di voi pastor s'accorse il Vangelista,
quando colei che siede sopra l'acque
puttaneggiar coi regi a lui fu vista;
quella che con le sette teste nacque,
e da le diece corna ebbe argomento,
fin che virtute al suo marito piacque.
Fatto v'avete dio d'oro e d'argento;
e che altro  da voi a l'idolatre,
se non ch'elli uno, e voi ne orate cento?
Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,
non la tua conversion, ma quella dote
che da te prese il primo ricco patre!.
E mentr' io li cantava cotai note,
o ira o coscenza che 'l mordesse,
forte spingava con ambo le piote.
I' credo ben ch'al mio duca piacesse,
con s contenta labbia sempre attese
lo suon de le parole vere espresse.
Per con ambo le braccia mi prese;
e poi che tutto su mi s'ebbe al petto,
rimont per la via onde discese.
N si stanc d'avermi a s distretto,
s men port sovra 'l colmo de l'arco
che dal quarto al quinto argine  tragetto.
Quivi soavemente spuose il carco,
soave per lo scoglio sconcio ed erto
che sarebbe a le capre duro varco.
Indi un altro vallon mi fu scoperto.

CANTO XX
[Canto XX, dove si tratta de l'indovini e sortilegi e de l'incantatori, e de l'origine di Mantova, di che trattare diede cagione Manto incantatrice; e di loro pene e miseria e de la condizione loro misera, ne la quarta bolgia, in persona di Michele di Scozia e di pi altri.]


Di nova pena mi conven far versi
e dar matera al ventesimo canto
de la prima canzon, ch' d'i sommersi.
Io era gi disposto tutto quanto
a riguardar ne lo scoperto fondo,
che si bagnava d'angoscioso pianto;
e vidi gente per lo vallon tondo
venir, tacendo e lagrimando, al passo
che fanno le letane in questo mondo.
Come 'l viso mi scese in lor pi basso,
mirabilmente apparve esser travolto
ciascun tra 'l mento e 'l principio del casso,
ch da le reni era tornato 'l volto,
e in dietro venir li convenia,
perch 'l veder dinanzi era lor tolto.
Forse per forza gi di parlasia
si travolse cos alcun del tutto;
ma io nol vidi, n credo che sia.
Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto
di tua lezione, or pensa per te stesso
com' io potea tener lo viso asciutto,
quando la nostra imagine di presso
vidi s torta, che 'l pianto de li occhi
le natiche bagnava per lo fesso.
Certo io piangea, poggiato a un de' rocchi
del duro scoglio, s che la mia scorta
mi disse: Ancor se' tu de li altri sciocchi?
Qui vive la piet quand'  ben morta;
chi  pi scellerato che colui
che al giudicio divin passion comporta?
Drizza la testa, drizza, e vedi a cui
s'aperse a li occhi d'i Teban la terra;
per ch'ei gridavan tutti: "Dove rui,
Anfarao? perch lasci la guerra?".
E non rest di ruinare a valle
fino a Mins che ciascheduno afferra.
Mira c'ha fatto petto de le spalle;
perch volse veder troppo davante,
di retro guarda e fa retroso calle.
Vedi Tiresia, che mut sembiante
quando di maschio femmina divenne,
cangiandosi le membra tutte quante;
e prima, poi, ribatter li convenne
li duo serpenti avvolti, con la verga,
che ravesse le maschili penne.
Aronta  quel ch'al ventre li s'atterga,
che ne' monti di Luni, dove ronca
lo Carrarese che di sotto alberga,
ebbe tra ' bianchi marmi la spelonca
per sua dimora; onde a guardar le stelle
e 'l mar non li era la veduta tronca.
E quella che ricuopre le mammelle,
che tu non vedi, con le trecce sciolte,
e ha di l ogne pilosa pelle,
Manto fu, che cerc per terre molte;
poscia si puose l dove nacqu' io;
onde un poco mi piace che m'ascolte.
Poscia che 'l padre suo di vita usco
e venne serva la citt di Baco,
questa gran tempo per lo mondo gio.
Suso in Italia bella giace un laco,
a pi de l'Alpe che serra Lamagna
sovra Tiralli, c'ha nome Benaco.
Per mille fonti, credo, e pi si bagna
tra Garda e Val Camonica e Pennino
de l'acqua che nel detto laco stagna.
Loco  nel mezzo l dove 'l trentino
pastore e quel di Brescia e 'l veronese
segnar poria, s'e' fesse quel cammino.
Siede Peschiera, bello e forte arnese
da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi,
ove la riva 'ntorno pi discese.
Ivi convien che tutto quanto caschi
ci che 'n grembo a Benaco star non pu,
e fassi fiume gi per verdi paschi.
Tosto che l'acqua a correr mette co,
non pi Benaco, ma Mencio si chiama
fino a Governol, dove cade in Po.
Non molto ha corso, ch'el trova una lama,
ne la qual si distende e la 'mpaluda;
e suol di state talor esser grama.
Quindi passando la vergine cruda
vide terra, nel mezzo del pantano,
sanza coltura e d'abitanti nuda.
L, per fuggire ogne consorzio umano,
ristette con suoi servi a far sue arti,
e visse, e vi lasci suo corpo vano.
Li uomini poi che 'ntorno erano sparti
s'accolsero a quel loco, ch'era forte
per lo pantan ch'avea da tutte parti.
Fer la citt sovra quell' ossa morte;
e per colei che 'l loco prima elesse,
Manta l'appellar sanz' altra sorte.
Gi fuor le genti sue dentro pi spesse,
prima che la mattia da Casalodi
da Pinamonte inganno ricevesse.
Per t'assenno che, se tu mai odi
originar la mia terra altrimenti,
la verit nulla menzogna frodi.
E io: Maestro, i tuoi ragionamenti
mi son s certi e prendon s mia fede,
che li altri mi sarien carboni spenti.
Ma dimmi, de la gente che procede,
se tu ne vedi alcun degno di nota;
ch solo a ci la mia mente rifiede.
Allor mi disse: Quel che da la gota
porge la barba in su le spalle brune,
fu - quando Grecia fu di maschi vta,
s ch'a pena rimaser per le cune - 
augure, e diede 'l punto con Calcanta
in Aulide a tagliar la prima fune.
Euripilo ebbe nome, e cos 'l canta
l'alta mia trageda in alcun loco:
ben lo sai tu che la sai tutta quanta.
Quell' altro che ne' fianchi  cos poco,
Michele Scotto fu, che veramente
de le magiche frode seppe 'l gioco.
Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente,
ch'avere inteso al cuoio e a lo spago
ora vorrebbe, ma tardi si pente.
Vedi le triste che lasciaron l'ago,
la spuola e 'l fuso, e fecersi 'ndivine;
fecer malie con erbe e con imago.
Ma vienne omai, ch gi tiene 'l confine
d'amendue li emisperi e tocca l'onda
sotto Sobilia Caino e le spine;
e gi iernotte fu la luna tonda:
ben ten de' ricordar, ch non ti nocque
alcuna volta per la selva fonda.
S mi parlava, e andavamo introcque.

CANTO XXI
[Canto XXI, il quale tratta de le pene ne le quali sono puniti coloro che commisero baratteria, nel quale vizio abbomina li lucchesi; e qui tratta di dieci demoni, ministri a l'offizio di questo luogo; e cogliesi qui il tempo che fue compilata per Dante questa opera.]


Cos di ponte in ponte, altro parlando
che la mia comeda cantar non cura,
venimmo; e tenavamo 'l colmo, quando
restammo per veder l'altra fessura
di Malebolge e li altri pianti vani;
e vidila mirabilmente oscura.
Quale ne l'arzan de' Viniziani
bolle l'inverno la tenace pece
a rimpalmare i legni lor non sani,
ch navicar non ponno - in quella vece
chi fa suo legno novo e chi ristoppa
le coste a quel che pi vaggi fece;
chi ribatte da proda e chi da poppa;
altri fa remi e altri volge sarte;
chi terzeruolo e artimon rintoppa - :
tal, non per foco ma per divin' arte,
bollia l giuso una pegola spessa,
che 'nviscava la ripa d'ogne parte.
I' vedea lei, ma non veda in essa
mai che le bolle che 'l bollor levava,
e gonfiar tutta, e riseder compressa.
Mentr' io l gi fisamente mirava,
lo duca mio, dicendo Guarda, guarda!,
mi trasse a s del loco dov' io stava.
Allor mi volsi come l'uom cui tarda
di veder quel che li convien fuggire
e cui paura sbita sgagliarda,
che, per veder, non indugia 'l partire:
e vidi dietro a noi un diavol nero
correndo su per lo scoglio venire.
Ahi quant' elli era ne l'aspetto fero!
e quanto mi parea ne l'atto acerbo,
con l'ali aperte e sovra i pi leggero!
L'omero suo, ch'era aguto e superbo,
carcava un peccator con ambo l'anche,
e quei tenea de' pi ghermito 'l nerbo.
Del nostro ponte disse: O Malebranche,
ecco un de li anzan di Santa Zita!
Mettetel sotto, ch'i' torno per anche
a quella terra, che n' ben fornita:
ogn' uom v' barattier, fuor che Bonturo;
del no, per li denar, vi si fa ita.
L gi 'l butt, e per lo scoglio duro
si volse; e mai non fu mastino sciolto
con tanta fretta a seguitar lo furo.
Quel s'attuff, e torn s convolto;
ma i demon che del ponte avean coperchio,
gridar: Qui non ha loco il Santo Volto!
qui si nuota altrimenti che nel Serchio!
Per, se tu non vuo' di nostri graffi,
non far sopra la pegola soverchio.
Poi l'addentar con pi di cento raffi,
disser: Coverto convien che qui balli,
s che, se puoi, nascosamente accaffi.
Non altrimenti i cuoci a' lor vassalli
fanno attuffare in mezzo la caldaia
la carne con li uncin, perch non galli.
Lo buon maestro Acci che non si paia
che tu ci sia, mi disse, gi t'acquatta
dopo uno scheggio, ch'alcun schermo t'aia;
e per nulla offension che mi sia fatta,
non temer tu, ch'i' ho le cose conte,
perch' altra volta fui a tal baratta.
Poscia pass di l dal co del ponte;
e com' el giunse in su la ripa sesta,
mestier li fu d'aver sicura fronte.
Con quel furore e con quella tempesta
ch'escono i cani a dosso al poverello
che di sbito chiede ove s'arresta,
usciron quei di sotto al ponticello,
e volser contra lui tutt' i runcigli;
ma el grid: Nessun di voi sia fello!
Innanzi che l'uncin vostro mi pigli,
traggasi avante l'un di voi che m'oda,
e poi d'arruncigliarmi si consigli.
Tutti gridaron: Vada Malacoda!;
per ch'un si mosse - e li altri stetter fermi - 
e venne a lui dicendo: Che li approda?.
Credi tu, Malacoda, qui vedermi
esser venuto, disse 'l mio maestro,
sicuro gi da tutti vostri schermi,
sanza voler divino e fato destro?
Lascian' andar, ch nel cielo  voluto
ch'i' mostri altrui questo cammin silvestro.
Allor li fu l'orgoglio s caduto,
ch'e' si lasci cascar l'uncino a' piedi,
e disse a li altri: Omai non sia feruto.
E 'l duca mio a me: O tu che siedi
tra li scheggion del ponte quatto quatto,
sicuramente omai a me ti riedi.
Per ch'io mi mossi e a lui venni ratto;
e i diavoli si fecer tutti avanti,
s ch'io temetti ch'ei tenesser patto;
cos vid' o gi temer li fanti
ch'uscivan patteggiati di Caprona,
veggendo s tra nemici cotanti.
I' m'accostai con tutta la persona
lungo 'l mio duca, e non torceva li occhi
da la sembianza lor ch'era non buona.
Ei chinavan li raffi e Vuo' che 'l tocchi,
diceva l'un con l'altro, in sul groppone?.
E rispondien: S, fa che gliel' accocchi.
Ma quel demonio che tenea sermone
col duca mio, si volse tutto presto
e disse: Posa, posa, Scarmiglione!.
Poi disse a noi: Pi oltre andar per questo
iscoglio non si pu, per che giace
tutto spezzato al fondo l'arco sesto.
E se l'andare avante pur vi piace,
andatevene su per questa grotta;
presso  un altro scoglio che via face.
Ier, pi oltre cinqu' ore che quest' otta,
mille dugento con sessanta sei
anni compi che qui la via fu rotta.
Io mando verso l di questi miei
a riguardar s'alcun se ne sciorina;
gite con lor, che non saranno rei.
Tra'ti avante, Alichino, e Calcabrina,
cominci elli a dire, e tu, Cagnazzo;
e Barbariccia guidi la decina.
Libicocco vegn' oltre e Draghignazzo,
Ciratto sannuto e Graffiacane
e Farfarello e Rubicante pazzo.
Cercate 'ntorno le boglienti pane;
costor sian salvi infino a l'altro scheggio
che tutto intero va sovra le tane.
Om, maestro, che  quel ch'i' veggio?,
diss' io, deh, sanza scorta andianci soli,
se tu sa' ir; ch'i' per me non la cheggio.
Se tu se' s accorto come suoli,
non vedi tu ch'e' digrignan li denti
e con le ciglia ne minaccian duoli?.
Ed elli a me: Non vo' che tu paventi;
lasciali digrignar pur a lor senno,
ch'e' fanno ci per li lessi dolenti.
Per l'argine sinistro volta dienno;
ma prima avea ciascun la lingua stretta
coi denti, verso lor duca, per cenno;
ed elli avea del cul fatto trombetta.

CANTO XXII
[Canto XXII, nel quale abomina quelli di Sardigna e tratta alcuna cosa de la sagacitade de' barattieri in persona d'uno navarrese, e de' barattieri medesimi questo canta.]


Io vidi gi cavalier muover campo,
e cominciare stormo e far lor mostra,
e talvolta partir per loro scampo;
corridor vidi per la terra vostra,
o Aretini, e vidi gir gualdane,
fedir torneamenti e correr giostra;
quando con trombe, e quando con campane,
con tamburi e con cenni di castella,
e con cose nostrali e con istrane;
n gi con s diversa cennamella
cavalier vidi muover n pedoni,
n nave a segno di terra o di stella.
Noi andavam con li diece demoni.
Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa
coi santi, e in taverna coi ghiottoni.
Pur a la pegola era la mia 'ntesa,
per veder de la bolgia ogne contegno
e de la gente ch'entro v'era incesa.
Come i dalfini, quando fanno segno
a' marinar con l'arco de la schiena
che s'argomentin di campar lor legno,
talor cos, ad alleggiar la pena,
mostrav' alcun de' peccatori 'l dosso
e nascondea in men che non balena.
E come a l'orlo de l'acqua d'un fosso
stanno i ranocchi pur col muso fuori,
s che celano i piedi e l'altro grosso,
s stavan d'ogne parte i peccatori;
ma come s'appressava Barbariccia,
cos si ritran sotto i bollori.
I' vidi, e anco il cor me n'accapriccia,
uno aspettar cos, com' elli 'ncontra
ch'una rana rimane e l'altra spiccia;
e Graffiacan, che li era pi di contra,
li arruncigli le 'mpegolate chiome
e trassel s, che mi parve una lontra.
I' sapea gi di tutti quanti 'l nome,
s li notai quando fuorono eletti,
e poi ch'e' si chiamaro, attesi come.
O Rubicante, fa che tu li metti
li unghioni a dosso, s che tu lo scuoi!,
gridavan tutti insieme i maladetti.
E io: Maestro mio, fa, se tu puoi,
che tu sappi chi  lo sciagurato
venuto a man de li avversari suoi.
Lo duca mio li s'accost allato;
domandollo ond' ei fosse, e quei rispuose:
I' fui del regno di Navarra nato.
Mia madre a servo d'un segnor mi puose,
che m'avea generato d'un ribaldo,
distruggitor di s e di sue cose.
Poi fui famiglia del buon re Tebaldo;
quivi mi misi a far baratteria,
di ch'io rendo ragione in questo caldo.
E Ciratto, a cui di bocca uscia
d'ogne parte una sanna come a porco,
li f sentir come l'una sdruscia.
Tra male gatte era venuto 'l sorco;
ma Barbariccia il chiuse con le braccia
e disse: State in l, mentr' io lo 'nforco.
E al maestro mio volse la faccia;
Domanda, disse, ancor, se pi disii
saper da lui, prima ch'altri 'l disfaccia.
Lo duca dunque: Or d: de li altri rii
conosci tu alcun che sia latino
sotto la pece?. E quelli: I' mi partii,
poco , da un che fu di l vicino.
Cos foss' io ancor con lui coperto,
ch'i' non temerei unghia n uncino!.
E Libicocco Troppo avem sofferto,
disse; e preseli 'l braccio col runciglio,
s che, stracciando, ne port un lacerto.
Draghignazzo anco i volle dar di piglio
giuso a le gambe; onde 'l decurio loro
si volse intorno intorno con mal piglio.
Quand' elli un poco rappaciati fuoro,
a lui, ch'ancor mirava sua ferita,
domand 'l duca mio sanza dimoro:
Chi fu colui da cui mala partita
di' che facesti per venire a proda?.
Ed ei rispuose: Fu frate Gomita,
quel di Gallura, vasel d'ogne froda,
ch'ebbe i nemici di suo donno in mano,
e f s lor, che ciascun se ne loda.
Danar si tolse e lasciolli di piano,
s com' e' dice; e ne li altri offici anche
barattier fu non picciol, ma sovrano.
Usa con esso donno Michel Zanche
di Logodoro; e a dir di Sardigna
le lingue lor non si sentono stanche.
Om, vedete l'altro che digrigna;
i' direi anche, ma i' temo ch'ello
non s'apparecchi a grattarmi la tigna.
E 'l gran proposto, vlto a Farfarello
che stralunava li occhi per fedire,
disse: Fatti 'n cost, malvagio uccello!.
Se voi volete vedere o udire,
ricominci lo sparato appresso,
Toschi o Lombardi, io ne far venire;
ma stieno i Malebranche un poco in cesso,
s ch'ei non teman de le lor vendette;
e io, seggendo in questo loco stesso,
per un ch'io son, ne far venir sette
quand' io suffoler, com'  nostro uso
di fare allor che fori alcun si mette.
Cagnazzo a cotal motto lev 'l muso,
crollando 'l capo, e disse: Odi malizia
ch'elli ha pensata per gittarsi giuso!.
Ond' ei, ch'avea lacciuoli a gran divizia,
rispuose: Malizioso son io troppo,
quand' io procuro a' mia maggior trestizia.
Alichin non si tenne e, di rintoppo
a li altri, disse a lui: Se tu ti cali,
io non ti verr dietro di gualoppo,
ma batter sovra la pece l'ali.
Lascisi 'l collo, e sia la ripa scudo,
a veder se tu sol pi di noi vali.
O tu che leggi, udirai nuovo ludo:
ciascun da l'altra costa li occhi volse,
quel prima, ch'a ci fare era pi crudo.
Lo Navarrese ben suo tempo colse;
ferm le piante a terra, e in un punto
salt e dal proposto lor si sciolse.
Di che ciascun di colpa fu compunto,
ma quei pi che cagion fu del difetto;
per si mosse e grid: Tu se' giunto!.
Ma poco i valse: ch l'ali al sospetto
non potero avanzar; quelli and sotto,
e quei drizz volando suso il petto:
non altrimenti l'anitra di botto,
quando 'l falcon s'appressa, gi s'attuffa,
ed ei ritorna s crucciato e rotto.
Irato Calcabrina de la buffa,
volando dietro li tenne, invaghito
che quei campasse per aver la zuffa;
e come 'l barattier fu disparito,
cos volse li artigli al suo compagno,
e fu con lui sopra 'l fosso ghermito.
Ma l'altro fu bene sparvier grifagno
ad artigliar ben lui, e amendue
cadder nel mezzo del bogliente stagno.
Lo caldo sghermitor sbito fue;
ma per di levarsi era neente,
s avieno inviscate l'ali sue.
Barbariccia, con li altri suoi dolente,
quattro ne f volar da l'altra costa
con tutt' i raffi, e assai prestamente
di qua, di l discesero a la posta;
porser li uncini verso li 'mpaniati,
ch'eran gi cotti dentro da la crosta.
E noi lasciammo lor cos 'mpacciati.

CANTO XXIII
[Canto XXIII, nel quale tratta de la divina vendetta contra l'ipocriti; del quale peccato sotto il vocabulo di due cittadini di Bologna abomina l'auttore li bolognesi, e li giudei sotto il nome d'Anna e di Caifas; e qui  la sesta bolgia.]


Taciti, soli, sanza compagnia
n'andavam l'un dinanzi e l'altro dopo,
come frati minor vanno per via.
Vlt' era in su la favola d'Isopo
lo mio pensier per la presente rissa,
dov' el parl de la rana e del topo;
ch pi non si pareggia 'mo' e 'issa'
che l'un con l'altro fa, se ben s'accoppia
principio e fine con la mente fissa.
E come l'un pensier de l'altro scoppia,
cos nacque di quello un altro poi,
che la prima paura mi f doppia.
Io pensava cos: Questi per noi
sono scherniti con danno e con beffa
s fatta, ch'assai credo che lor ni.
Se l'ira sovra 'l mal voler s'aggueffa,
ei ne verranno dietro pi crudeli
che 'l cane a quella lievre ch'elli acceffa.
Gi mi sentia tutti arricciar li peli
de la paura e stava in dietro intento,
quand' io dissi: Maestro, se non celi
te e me tostamente, i' ho pavento
d'i Malebranche. Noi li avem gi dietro;
io li 'magino s, che gi li sento.
E quei: S'i' fossi di piombato vetro,
l'imagine di fuor tua non trarrei
pi tosto a me, che quella dentro 'mpetro.
Pur mo venieno i tuo' pensier tra ' miei,
con simile atto e con simile faccia,
s che d'intrambi un sol consiglio fei.
S'elli  che s la destra costa giaccia,
che noi possiam ne l'altra bolgia scendere,
noi fuggirem l'imaginata caccia.
Gi non compi di tal consiglio rendere,
ch'io li vidi venir con l'ali tese
non molto lungi, per volerne prendere.
Lo duca mio di sbito mi prese,
come la madre ch'al romore  desta
e vede presso a s le fiamme accese,
che prende il figlio e fugge e non s'arresta,
avendo pi di lui che di s cura,
tanto che solo una camiscia vesta;
e gi dal collo de la ripa dura
supin si diede a la pendente roccia,
che l'un de' lati a l'altra bolgia tura.
Non corse mai s tosto acqua per doccia
a volger ruota di molin terragno,
quand' ella pi verso le pale approccia,
come 'l maestro mio per quel vivagno,
portandosene me sovra 'l suo petto,
come suo figlio, non come compagno.
A pena fuoro i pi suoi giunti al letto
del fondo gi, ch'e' furon in sul colle
sovresso noi; ma non l era sospetto:
ch l'alta provedenza che lor volle
porre ministri de la fossa quinta,
poder di partirs' indi a tutti tolle.
L gi trovammo una gente dipinta
che giva intorno assai con lenti passi,
piangendo e nel sembiante stanca e vinta.
Elli avean cappe con cappucci bassi
dinanzi a li occhi, fatte de la taglia
che in Clugn per li monaci fassi.
Di fuor dorate son, s ch'elli abbaglia;
ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,
che Federigo le mettea di paglia.
Oh in etterno faticoso manto!
Noi ci volgemmo ancor pur a man manca
con loro insieme, intenti al tristo pianto;
ma per lo peso quella gente stanca
vena s pian, che noi eravam nuovi
di compagnia ad ogne mover d'anca.
Per ch'io al duca mio: Fa che tu trovi
alcun ch'al fatto o al nome si conosca,
e li occhi, s andando, intorno movi.
E un che 'ntese la parola tosca,
di retro a noi grid: Tenete i piedi,
voi che correte s per l'aura fosca!
Forse ch'avrai da me quel che tu chiedi.
Onde 'l duca si volse e disse: Aspetta,
e poi secondo il suo passo procedi.
Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta
de l'animo, col viso, d'esser meco;
ma tardavali 'l carco e la via stretta.
Quando fuor giunti, assai con l'occhio bieco
mi rimiraron sanza far parola;
poi si volsero in s, e dicean seco:
Costui par vivo a l'atto de la gola;
e s'e' son morti, per qual privilegio
vanno scoperti de la grave stola?.
Poi disser me: O Tosco, ch'al collegio
de l'ipocriti tristi se' venuto,
dir chi tu se' non avere in dispregio.
E io a loro: I' fui nato e cresciuto
sovra 'l bel fiume d'Arno a la gran villa,
e son col corpo ch'i' ho sempre avuto.
Ma voi chi siete, a cui tanto distilla
quant' i' veggio dolor gi per le guance?
e che pena  in voi che s sfavilla?.
E l'un rispuose a me: Le cappe rance
son di piombo s grosse, che li pesi
fan cos cigolar le lor bilance.
Frati godenti fummo, e bolognesi;
io Catalano e questi Loderingo
nomati, e da tua terra insieme presi
come suole esser tolto un uom solingo,
per conservar sua pace; e fummo tali,
ch'ancor si pare intorno dal Gardingo.
Io cominciai: O frati, i vostri mali... ;
ma pi non dissi, ch'a l'occhio mi corse
un, crucifisso in terra con tre pali.
Quando mi vide, tutto si distorse,
soffiando ne la barba con sospiri;
e 'l frate Catalan, ch'a ci s'accorse,
mi disse: Quel confitto che tu miri,
consigli i Farisei che convenia
porre un uom per lo popolo a' martri.
Attraversato , nudo, ne la via,
come tu vedi, ed  mestier ch'el senta
qualunque passa, come pesa, pria.
E a tal modo il socero si stenta
in questa fossa, e li altri dal concilio
che fu per li Giudei mala sementa.
Allor vid' io maravigliar Virgilio
sovra colui ch'era disteso in croce
tanto vilmente ne l'etterno essilio.
Poscia drizz al frate cotal voce:
Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci
s'a la man destra giace alcuna foce
onde noi amendue possiamo uscirci,
sanza costrigner de li angeli neri
che vegnan d'esto fondo a dipartirci.
Rispuose adunque: Pi che tu non speri
s'appressa un sasso che da la gran cerchia
si move e varca tutt' i vallon feri,
salvo che 'n questo  rotto e nol coperchia;
montar potrete su per la ruina,
che giace in costa e nel fondo soperchia.
Lo duca stette un poco a testa china;
poi disse: Mal contava la bisogna
colui che i peccator di qua uncina.
E 'l frate: Io udi' gi dire a Bologna
del diavol vizi assai, tra ' quali udi'
ch'elli  bugiardo e padre di menzogna.
Appresso il duca a gran passi sen g,
turbato un poco d'ira nel sembiante;
ond' io da li 'ncarcati mi parti'
dietro a le poste de le care piante.

CANTO XXIV
[Canto XXIV, nel quale tratta de le pene che puniscono li furti, dove trattando de' ladroni sgrida contro a' Pistolesi sotto il vocabulo di Vanni Fucci, per la cui lingua antidice del tempo futuro; ed  la settima bolgia.]


In quella parte del giovanetto anno
che 'l sole i crin sotto l'Aquario tempra
e gi le notti al mezzo d sen vanno,
quando la brina in su la terra assempra
l'imagine di sua sorella bianca,
ma poco dura a la sua penna tempra,
lo villanello a cui la roba manca,
si leva, e guarda, e vede la campagna
biancheggiar tutta; ond' ei si batte l'anca,
ritorna in casa, e qua e l si lagna,
come 'l tapin che non sa che si faccia;
poi riede, e la speranza ringavagna,
veggendo 'l mondo aver cangiata faccia
in poco d'ora, e prende suo vincastro
e fuor le pecorelle a pascer caccia.
Cos mi fece sbigottir lo mastro
quand' io li vidi s turbar la fronte,
e cos tosto al mal giunse lo 'mpiastro;
ch, come noi venimmo al guasto ponte,
lo duca a me si volse con quel piglio
dolce ch'io vidi prima a pi del monte.
Le braccia aperse, dopo alcun consiglio
eletto seco riguardando prima
ben la ruina, e diedemi di piglio.
E come quei ch'adopera ed estima,
che sempre par che 'nnanzi si proveggia,
cos, levando me s ver' la cima
d'un ronchione, avvisava un'altra scheggia
dicendo: Sovra quella poi t'aggrappa;
ma tenta pria s' tal ch'ella ti reggia.
Non era via da vestito di cappa,
ch noi a pena, ei lieve e io sospinto,
potavam s montar di chiappa in chiappa.
E se non fosse che da quel precinto
pi che da l'altro era la costa corta,
non so di lui, ma io sarei ben vinto.
Ma perch Malebolge inver' la porta
del bassissimo pozzo tutta pende,
lo sito di ciascuna valle porta
che l'una costa surge e l'altra scende;
noi pur venimmo al fine in su la punta
onde l'ultima pietra si scoscende.
La lena m'era del polmon s munta
quand' io fui s, ch'i' non potea pi oltre,
anzi m'assisi ne la prima giunta.
Omai convien che tu cos ti spoltre,
disse 'l maestro; ch, seggendo in piuma,
in fama non si vien, n sotto coltre;
sanza la qual chi sua vita consuma,
cotal vestigio in terra di s lascia,
qual fummo in aere e in acqua la schiuma.
E per leva s; vinci l'ambascia
con l'animo che vince ogne battaglia,
se col suo grave corpo non s'accascia.
Pi lunga scala convien che si saglia;
non basta da costoro esser partito.
Se tu mi 'ntendi, or fa s che ti vaglia.
Leva'mi allor, mostrandomi fornito
meglio di lena ch'i' non mi sentia,
e dissi: Va, ch'i' son forte e ardito.
Su per lo scoglio prendemmo la via,
ch'era ronchioso, stretto e malagevole,
ed erto pi assai che quel di pria.
Parlando andava per non parer fievole;
onde una voce usc de l'altro fosso,
a parole formar disconvenevole.
Non so che disse, ancor che sovra 'l dosso
fossi de l'arco gi che varca quivi;
ma chi parlava ad ire parea mosso.
Io era vlto in gi, ma li occhi vivi
non poteano ire al fondo per lo scuro;
per ch'io: Maestro, fa che tu arrivi
da l'altro cinghio e dismontiam lo muro;
ch, com' i' odo quinci e non intendo,
cos gi veggio e neente affiguro.
Altra risposta, disse, non ti rendo
se non lo far; ch la dimanda onesta
si de' seguir con l'opera tacendo.
Noi discendemmo il ponte da la testa
dove s'aggiugne con l'ottava ripa,
e poi mi fu la bolgia manifesta:
e vidivi entro terribile stipa
di serpenti, e di s diversa mena
che la memoria il sangue ancor mi scipa.
Pi non si vanti Libia con sua rena;
ch se chelidri, iaculi e faree
produce, e cencri con anfisibena,
n tante pestilenzie n s ree
mostr gi mai con tutta l'Etopia
n con ci che di sopra al Mar Rosso e.
Tra questa cruda e tristissima copia
corran genti nude e spaventate,
sanza sperar pertugio o elitropia:
con serpi le man dietro avean legate;
quelle ficcavan per le ren la coda
e 'l capo, ed eran dinanzi aggroppate.
Ed ecco a un ch'era da nostra proda,
s'avvent un serpente che 'l trafisse
l dove 'l collo a le spalle s'annoda.
N O s tosto mai n I si scrisse,
com' el s'accese e arse, e cener tutto
convenne che cascando divenisse;
e poi che fu a terra s distrutto,
la polver si raccolse per s stessa
e 'n quel medesmo ritorn di butto.
Cos per li gran savi si confessa
che la fenice more e poi rinasce,
quando al cinquecentesimo anno appressa;
erba n biado in sua vita non pasce,
ma sol d'incenso lagrime e d'amomo,
e nardo e mirra son l'ultime fasce.
E qual  quel che cade, e non sa como,
per forza di demon ch'a terra il tira,
o d'altra oppilazion che lega l'omo,
quando si leva, che 'ntorno si mira
tutto smarrito de la grande angoscia
ch'elli ha sofferta, e guardando sospira:
tal era 'l peccator levato poscia.
Oh potenza di Dio, quant'  severa,
che cotai colpi per vendetta croscia!
Lo duca il domand poi chi ello era;
per ch'ei rispuose: Io piovvi di Toscana,
poco tempo , in questa gola fiera.
Vita bestial mi piacque e non umana,
s come a mul ch'i' fui; son Vanni Fucci
bestia, e Pistoia mi fu degna tana.
E o al duca: Dilli che non mucci,
e domanda che colpa qua gi 'l pinse;
ch'io 'l vidi uomo di sangue e di crucci.
E 'l peccator, che 'ntese, non s'infinse,
ma drizz verso me l'animo e 'l volto,
e di trista vergogna si dipinse;
poi disse: Pi mi duol che tu m'hai colto
ne la miseria dove tu mi vedi,
che quando fui de l'altra vita tolto.
Io non posso negar quel che tu chiedi;
in gi son messo tanto perch' io fui
ladro a la sagrestia d'i belli arredi,
e falsamente gi fu apposto altrui.
Ma perch di tal vista tu non godi,
se mai sarai di fuor da' luoghi bui,
apri li orecchi al mio annunzio, e odi.
Pistoia in pria d'i Neri si dimagra;
poi Fiorenza rinova gente e modi.
Tragge Marte vapor di Val di Magra
ch' di torbidi nuvoli involuto;
e con tempesta impetosa e agra
sovra Campo Picen fia combattuto;
ond' ei repente spezzer la nebbia,
s ch'ogne Bianco ne sar feruto.
E detto l'ho perch doler ti debbia!.

CANTO XXV
[Canto XXV, dove si tratta di quella medesima materia che detta  nel capitolo dinanzi a questo, e tratta contr' a' fiorentini, ma in prima sgrida contro a la citt di Pistoia; ed  quella medesima bolgia.]


Al fine de le sue parole il ladro
le mani alz con amendue le fiche,
gridando: Togli, Dio, ch'a te le squadro!.
Da indi in qua mi fuor le serpi amiche,
perch' una li s'avvolse allora al collo,
come dicesse 'Non vo' che pi diche';
e un'altra a le braccia, e rilegollo,
ribadendo s stessa s dinanzi,
che non potea con esse dare un crollo.
Ahi Pistoia, Pistoia, ch non stanzi
d'incenerarti s che pi non duri,
poi che 'n mal fare il seme tuo avanzi?
Per tutt' i cerchi de lo 'nferno scuri
non vidi spirto in Dio tanto superbo,
non quel che cadde a Tebe gi da' muri.
El si fugg che non parl pi verbo;
e io vidi un centauro pien di rabbia
venir chiamando: Ov' , ov'  l'acerbo?.
Maremma non cred' io che tante n'abbia,
quante bisce elli avea su per la groppa
infin ove comincia nostra labbia.
Sovra le spalle, dietro da la coppa,
con l'ali aperte li giacea un draco;
e quello affuoca qualunque s'intoppa.
Lo mio maestro disse: Questi  Caco,
che, sotto 'l sasso di monte Aventino,
di sangue fece spesse volte laco.
Non va co' suoi fratei per un cammino,
per lo furto che frodolente fece
del grande armento ch'elli ebbe a vicino;
onde cessar le sue opere biece
sotto la mazza d'Ercule, che forse
gliene di cento, e non sent le diece.
Mentre che s parlava, ed el trascorse,
e tre spiriti venner sotto noi,
de' quai n io n 'l duca mio s'accorse,
se non quando gridar: Chi siete voi?;
per che nostra novella si ristette,
e intendemmo pur ad essi poi.
Io non li conoscea; ma ei seguette,
come suol seguitar per alcun caso,
che l'un nomar un altro convenette,
dicendo: Cianfa dove fia rimaso?;
per ch'io, acci che 'l duca stesse attento,
mi puosi 'l dito su dal mento al naso.
Se tu se' or, lettore, a creder lento
ci ch'io dir, non sar maraviglia,
ch io che 'l vidi, a pena il mi consento.
Com' io tenea levate in lor le ciglia,
e un serpente con sei pi si lancia
dinanzi a l'uno, e tutto a lui s'appiglia.
Co' pi di mezzo li avvinse la pancia
e con li anteror le braccia prese;
poi li addent e l'una e l'altra guancia;
li diretani a le cosce distese,
e miseli la coda tra 'mbedue
e dietro per le ren s la ritese.
Ellera abbarbicata mai non fue
ad alber s, come l'orribil fiera
per l'altrui membra avviticchi le sue.
Poi s'appiccar, come di calda cera
fossero stati, e mischiar lor colore,
n l'un n l'altro gi parea quel ch'era:
come procede innanzi da l'ardore,
per lo papiro suso, un color bruno
che non  nero ancora e 'l bianco more.
Li altri due 'l riguardavano, e ciascuno
gridava: Om, Agnel, come ti muti!
Vedi che gi non se' n due n uno.
Gi eran li due capi un divenuti,
quando n'apparver due figure miste
in una faccia, ov' eran due perduti.
Fersi le braccia due di quattro liste;
le cosce con le gambe e 'l ventre e 'l casso
divenner membra che non fuor mai viste.
Ogne primaio aspetto ivi era casso:
due e nessun l'imagine perversa
parea; e tal sen gio con lento passo.
Come 'l ramarro sotto la gran fersa
dei d canicular, cangiando sepe,
folgore par se la via attraversa,
s pareva, venendo verso l'epe
de li altri due, un serpentello acceso,
livido e nero come gran di pepe;
e quella parte onde prima  preso
nostro alimento, a l'un di lor trafisse;
poi cadde giuso innanzi lui disteso.
Lo trafitto 'l mir, ma nulla disse;
anzi, co' pi fermati, sbadigliava
pur come sonno o febbre l'assalisse.
Elli 'l serpente e quei lui riguardava;
l'un per la piaga e l'altro per la bocca
fummavan forte, e 'l fummo si scontrava.
Taccia Lucano ormai l dov' e' tocca
del misero Sabello e di Nasidio,
e attenda a udir quel ch'or si scocca.
Taccia di Cadmo e d'Aretusa Ovidio,
ch se quello in serpente e quella in fonte
converte poetando, io non lo 'nvidio;
ch due nature mai a fronte a fronte
non trasmut s ch'amendue le forme
a cambiar lor matera fosser pronte.
Insieme si rispuosero a tai norme,
che 'l serpente la coda in forca fesse,
e 'l feruto ristrinse insieme l'orme.
Le gambe con le cosce seco stesse
s'appiccar s, che 'n poco la giuntura
non facea segno alcun che si paresse.
Togliea la coda fessa la figura
che si perdeva l, e la sua pelle
si facea molle, e quella di l dura.
Io vidi intrar le braccia per l'ascelle,
e i due pi de la fiera, ch'eran corti,
tanto allungar quanto accorciavan quelle.
Poscia li pi di rietro, insieme attorti,
diventaron lo membro che l'uom cela,
e 'l misero del suo n'avea due porti.
Mentre che 'l fummo l'uno e l'altro vela
di color novo, e genera 'l pel suso
per l'una parte e da l'altra il dipela,
l'un si lev e l'altro cadde giuso,
non torcendo per le lucerne empie,
sotto le quai ciascun cambiava muso.
Quel ch'era dritto, il trasse ver' le tempie,
e di troppa matera ch'in l venne
uscir li orecchi de le gote scempie;
ci che non corse in dietro e si ritenne
di quel soverchio, f naso a la faccia
e le labbra ingross quanto convenne.
Quel che giaca, il muso innanzi caccia,
e li orecchi ritira per la testa
come face le corna la lumaccia;
e la lingua, ch'ava unita e presta
prima a parlar, si fende, e la forcuta
ne l'altro si richiude; e 'l fummo resta.
L'anima ch'era fiera divenuta,
suffolando si fugge per la valle,
e l'altro dietro a lui parlando sputa.
Poscia li volse le novelle spalle,
e disse a l'altro: I' vo' che Buoso corra,
com' ho fatt' io, carpon per questo calle.
Cos vid' io la settima zavorra
mutare e trasmutare; e qui mi scusi
la novit se fior la penna abborra.
E avvegna che li occhi miei confusi
fossero alquanto e l'animo smagato,
non poter quei fuggirsi tanto chiusi,
ch'i' non scorgessi ben Puccio Sciancato;
ed era quel che sol, di tre compagni
che venner prima, non era mutato;
l'altr' era quel che tu, Gaville, piagni.

CANTO XXVI
[Canto XXVI, nel quale si tratta de l'ottava bolgia contro a quelli che mettono aguati e danno frodolenti consigli; e in prima sgrida contro a' fiorentini e tacitamente predice del futuro e in persona d'Ulisse e Diomedes pone loro pene.]


Godi, Fiorenza, poi che se' s grande
che per mare e per terra batti l'ali,
e per lo 'nferno tuo nome si spande!
Tra li ladron trovai cinque cotali
tuoi cittadini onde mi ven vergogna,
e tu in grande orranza non ne sali.
Ma se presso al mattin del ver si sogna,
tu sentirai, di qua da picciol tempo,
di quel che Prato, non ch'altri, t'agogna.
E se gi fosse, non saria per tempo.
Cos foss' ei, da che pur esser dee!
ch pi mi graver, com' pi m'attempo.
Noi ci partimmo, e su per le scalee
che n'avea fatto iborni a scender pria,
rimont 'l duca mio e trasse mee;
e proseguendo la solinga via,
tra le schegge e tra ' rocchi de lo scoglio
lo pi sanza la man non si spedia.
Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio
quando drizzo la mente a ci ch'io vidi,
e pi lo 'ngegno affreno ch'i' non soglio,
perch non corra che virt nol guidi;
s che, se stella bona o miglior cosa
m'ha dato 'l ben, ch'io stessi nol m'invidi.
Quante 'l villan ch'al poggio si riposa,
nel tempo che colui che 'l mondo schiara
la faccia sua a noi tien meno ascosa,
come la mosca cede a la zanzara,
vede lucciole gi per la vallea,
forse col dov' e' vendemmia e ara:
di tante fiamme tutta risplendea
l'ottava bolgia, s com' io m'accorsi
tosto che fui l 've 'l fondo parea.
E qual colui che si vengi con li orsi
vide 'l carro d'Elia al dipartire,
quando i cavalli al cielo erti levorsi,
che nol potea s con li occhi seguire,
ch'el vedesse altro che la fiamma sola,
s come nuvoletta, in s salire:
tal si move ciascuna per la gola
del fosso, ch nessuna mostra 'l furto,
e ogne fiamma un peccatore invola.
Io stava sovra 'l ponte a veder surto,
s che s'io non avessi un ronchion preso,
caduto sarei gi sanz' esser urto.
E 'l duca che mi vide tanto atteso,
disse: Dentro dai fuochi son li spirti;
catun si fascia di quel ch'elli  inceso.
Maestro mio, rispuos' io, per udirti
son io pi certo; ma gi m'era avviso
che cos fosse, e gi voleva dirti:
chi  'n quel foco che vien s diviso
di sopra, che par surger de la pira
dov' Etecle col fratel fu miso?.
Rispuose a me: L dentro si martira
Ulisse e Domede, e cos insieme
a la vendetta vanno come a l'ira;
e dentro da la lor fiamma si geme
l'agguato del caval che f la porta
onde usc de' Romani il gentil seme.
Piangevisi entro l'arte per che, morta,
Dedama ancor si duol d'Achille,
e del Palladio pena vi si porta.
S'ei posson dentro da quelle faville
parlar, diss' io, maestro, assai ten priego
e ripriego, che 'l priego vaglia mille,
che non mi facci de l'attender niego
fin che la fiamma cornuta qua vegna;
vedi che del disio ver' lei mi piego!.
Ed elli a me: La tua preghiera  degna
di molta loda, e io per l'accetto;
ma fa che la tua lingua si sostegna.
Lascia parlare a me, ch'i' ho concetto
ci che tu vuoi; ch'ei sarebbero schivi,
perch' e' fuor greci, forse del tuo detto.
Poi che la fiamma fu venuta quivi
dove parve al mio duca tempo e loco,
in questa forma lui parlare audivi:
O voi che siete due dentro ad un foco,
s'io meritai di voi mentre ch'io vissi,
s'io meritai di voi assai o poco
quando nel mondo li alti versi scrissi,
non vi movete; ma l'un di voi dica
dove, per lui, perduto a morir gissi.
Lo maggior corno de la fiamma antica
cominci a crollarsi mormorando,
pur come quella cui vento affatica;
indi la cima qua e l menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gitt voce di fuori e disse: Quando
mi diparti' da Circe, che sottrasse
me pi d'un anno l presso a Gaeta,
prima che s Ena la nomasse,
n dolcezza di figlio, n la pieta
del vecchio padre, n 'l debito amore
lo qual dovea Penelop far lieta,
vincer potero dentro a me l'ardore
ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore;
ma misi me per l'alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.
L'un lito e l'altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l'isola d'i Sardi,
e l'altre che quel mare intorno bagna.
Io e ' compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov' Ercule segn li suoi riguardi
acci che l'uom pi oltre non si metta;
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l'altra gi m'avea lasciata Setta.
"O frati", dissi, "che per cento milia
perigli siete giunti a l'occidente,
a questa tanto picciola vigilia
d'i nostri sensi ch' del rimanente
non vogliate negar l'esperenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza".
Li miei compagni fec' io s aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;
e volta nostra poppa nel mattino,
de' remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.
Tutte le stelle gi de l'altro polo
vedea la notte, e 'l nostro tanto basso,
che non surga fuor del marin suolo.
Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
poi che 'ntrati eravam ne l'alto passo,
quando n'apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non ava alcuna.
Noi ci allegrammo, e tosto torn in pianto;
ch de la nova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto.
Tre volte il f girar con tutte l'acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in gi, com' altrui piacque,
infin che 'l mar fu sovra noi richiuso.

CANTO XXVII
[Canto XXVII, dove tratta di que' medesimi aguatatori e falsi consiglieri d'inganni in persona del conte Guido da Montefeltro.]


Gi era dritta in s la fiamma e queta
per non dir pi, e gi da noi sen gia
con la licenza del dolce poeta,
quand' un'altra, che dietro a lei vena,
ne fece volger li occhi a la sua cima
per un confuso suon che fuor n'uscia.
Come 'l bue cicilian che mugghi prima
col pianto di colui, e ci fu dritto,
che l'avea temperato con sua lima,
mugghiava con la voce de l'afflitto,
s che, con tutto che fosse di rame,
pur el pareva dal dolor trafitto;
cos, per non aver via n forame
dal principio nel foco, in suo linguaggio
si convertan le parole grame.
Ma poscia ch'ebber colto lor vaggio
su per la punta, dandole quel guizzo
che dato avea la lingua in lor passaggio,
udimmo dire: O tu a cu' io drizzo
la voce e che parlavi mo lombardo,
dicendo "Istra ten va, pi non t'adizzo",
perch' io sia giunto forse alquanto tardo,
non t'incresca restare a parlar meco;
vedi che non incresce a me, e ardo!
Se tu pur mo in questo mondo cieco
caduto se' di quella dolce terra
latina ond' io mia colpa tutta reco,
dimmi se Romagnuoli han pace o guerra;
ch'io fui d'i monti l intra Orbino
e 'l giogo di che Tever si diserra.
Io era in giuso ancora attento e chino,
quando il mio duca mi tent di costa,
dicendo: Parla tu; questi  latino.
E io, ch'avea gi pronta la risposta,
sanza indugio a parlare incominciai:
O anima che se' l gi nascosta,
Romagna tua non , e non fu mai,
sanza guerra ne' cuor de' suoi tiranni;
ma 'n palese nessuna or vi lasciai.
Ravenna sta come stata  molt' anni:
l'aguglia da Polenta la si cova,
s che Cervia ricuopre co' suoi vanni.
La terra che f gi la lunga prova
e di Franceschi sanguinoso mucchio,
sotto le branche verdi si ritrova.
E 'l mastin vecchio e 'l nuovo da Verrucchio,
che fecer di Montagna il mal governo,
l dove soglion fan d'i denti succhio.
Le citt di Lamone e di Santerno
conduce il loncel dal nido bianco,
che muta parte da la state al verno.
E quella cu' il Savio bagna il fianco,
cos com' ella sie' tra 'l piano e 'l monte,
tra tirannia si vive e stato franco.
Ora chi se', ti priego che ne conte;
non esser duro pi ch'altri sia stato,
se 'l nome tuo nel mondo tegna fronte.
Poscia che 'l foco alquanto ebbe rugghiato
al modo suo, l'aguta punta mosse
di qua, di l, e poi di cotal fiato:
S'i' credesse che mia risposta fosse
a persona che mai tornasse al mondo,
questa fiamma staria sanza pi scosse;
ma per che gi mai di questo fondo
non torn vivo alcun, s'i' odo il vero,
sanza tema d'infamia ti rispondo.
Io fui uom d'arme, e poi fui cordigliero,
credendomi, s cinto, fare ammenda;
e certo il creder mio vena intero,
se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!,
che mi rimise ne le prime colpe;
e come e quare, voglio che m'intenda.
Mentre ch'io forma fui d'ossa e di polpe
che la madre mi di, l'opere mie
non furon leonine, ma di volpe.
Li accorgimenti e le coperte vie
io seppi tutte, e s menai lor arte,
ch'al fine de la terra il suono uscie.
Quando mi vidi giunto in quella parte
di mia etade ove ciascun dovrebbe
calar le vele e raccoglier le sarte,
ci che pria mi piaca, allor m'increbbe,
e pentuto e confesso mi rendei;
ahi miser lasso! e giovato sarebbe.
Lo principe d'i novi Farisei,
avendo guerra presso a Laterano,
e non con Saracin n con Giudei,
ch ciascun suo nimico era Cristiano,
e nessun era stato a vincer Acri
n mercatante in terra di Soldano,
n sommo officio n ordini sacri
guard in s, n in me quel capestro
che solea fare i suoi cinti pi macri.
Ma come Costantin chiese Silvestro
d'entro Siratti a guerir de la lebbre,
cos mi chiese questi per maestro
a guerir de la sua superba febbre;
domandommi consiglio, e io tacetti
perch le sue parole parver ebbre.
E' poi ridisse: "Tuo cuor non sospetti;
finor t'assolvo, e tu m'insegna fare
s come Penestrino in terra getti.
Lo ciel poss' io serrare e diserrare,
come tu sai; per son due le chiavi
che 'l mio antecessor non ebbe care".
Allor mi pinser li argomenti gravi
l 've 'l tacer mi fu avviso 'l peggio,
e dissi: "Padre, da che tu mi lavi
di quel peccato ov' io mo cader deggio,
lunga promessa con l'attender corto
ti far trunfar ne l'alto seggio".
Francesco venne poi, com' io fu' morto,
per me; ma un d'i neri cherubini
li disse: "Non portar: non mi far torto.
Venir se ne dee gi tra ' miei meschini
perch diede 'l consiglio frodolente,
dal quale in qua stato li sono a' crini;
ch'assolver non si pu chi non si pente,
n pentere e volere insieme puossi
per la contradizion che nol consente".
Oh me dolente! come mi riscossi
quando mi prese dicendomi: "Forse
tu non pensavi ch'io lico fossi!".
A Mins mi port; e quelli attorse
otto volte la coda al dosso duro;
e poi che per gran rabbia la si morse,
disse: "Questi  d'i rei del foco furo";
per ch'io l dove vedi son perduto,
e s vestito, andando, mi rancuro.
Quand' elli ebbe 'l suo dir cos compiuto,
la fiamma dolorando si partio,
torcendo e dibattendo 'l corno aguto.
Noi passamm' oltre, e io e 'l duca mio,
su per lo scoglio infino in su l'altr' arco
che cuopre 'l fosso in che si paga il fio
a quei che scommettendo acquistan carco.

CANTO XXVIII
[Canto XXVIII, nel quale tratta le qualitadi de la nona bolgia, dove l'auttore vide punire coloro che commisero scandali, e' seminatori di scisma e discordia e d'ogne altro male operare.]


Chi poria mai pur con parole sciolte
dicer del sangue e de le piaghe a pieno
ch'i' ora vidi, per narrar pi volte?
Ogne lingua per certo verria meno
per lo nostro sermone e per la mente
c'hanno a tanto comprender poco seno.
S'el s'aunasse ancor tutta la gente
che gi, in su la fortunata terra
di Puglia, fu del suo sangue dolente
per li Troiani e per la lunga guerra
che de l'anella f s alte spoglie,
come Livo scrive, che non erra,
con quella che sentio di colpi doglie
per contastare a Ruberto Guiscardo;
e l'altra il cui ossame ancor s'accoglie
a Ceperan, l dove fu bugiardo
ciascun Pugliese, e l da Tagliacozzo,
dove sanz' arme vinse il vecchio Alardo;
e qual forato suo membro e qual mozzo
mostrasse, d'aequar sarebbe nulla
il modo de la nona bolgia sozzo.
Gi veggia, per mezzul perdere o lulla,
com' io vidi un, cos non si pertugia,
rotto dal mento infin dove si trulla.
Tra le gambe pendevan le minugia;
la corata pareva e 'l tristo sacco
che merda fa di quel che si trangugia.
Mentre che tutto in lui veder m'attacco,
guardommi e con le man s'aperse il petto,
dicendo: Or vedi com' io mi dilacco!
vedi come storpiato  Mometto!
Dinanzi a me sen va piangendo Al,
fesso nel volto dal mento al ciuffetto.
E tutti li altri che tu vedi qui,
seminator di scandalo e di scisma
fuor vivi, e per son fessi cos.
Un diavolo  qua dietro che n'accisma
s crudelmente, al taglio de la spada
rimettendo ciascun di questa risma,
quand' avem volta la dolente strada;
per che le ferite son richiuse
prima ch'altri dinanzi li rivada.
Ma tu chi se' che 'n su lo scoglio muse,
forse per indugiar d'ire a la pena
ch' giudicata in su le tue accuse?.
N morte 'l giunse ancor, n colpa 'l mena,
rispuose 'l mio maestro, a tormentarlo;
ma per dar lui esperenza piena,
a me, che morto son, convien menarlo
per lo 'nferno qua gi di giro in giro;
e quest'  ver cos com' io ti parlo.
Pi fuor di cento che, quando l'udiro,
s'arrestaron nel fosso a riguardarmi
per maraviglia, oblando il martiro.
Or d a fra Dolcin dunque che s'armi,
tu che forse vedra' il sole in breve,
s'ello non vuol qui tosto seguitarmi,
s di vivanda, che stretta di neve
non rechi la vittoria al Noarese,
ch'altrimenti acquistar non saria leve.
Poi che l'un pi per girsene sospese,
Mometto mi disse esta parola;
indi a partirsi in terra lo distese.
Un altro, che forata avea la gola
e tronco 'l naso infin sotto le ciglia,
e non avea mai ch'una orecchia sola,
ristato a riguardar per maraviglia
con li altri, innanzi a li altri apr la canna,
ch'era di fuor d'ogne parte vermiglia,
e disse: O tu cui colpa non condanna
e cu' io vidi su in terra latina,
se troppa simiglianza non m'inganna,
rimembriti di Pier da Medicina,
se mai torni a veder lo dolce piano
che da Vercelli a Marcab dichina.
E fa saper a' due miglior da Fano,
a messer Guido e anco ad Angiolello,
che, se l'antiveder qui non  vano,
gittati saran fuor di lor vasello
e mazzerati presso a la Cattolica
per tradimento d'un tiranno fello.
Tra l'isola di Cipri e di Maiolica
non vide mai s gran fallo Nettuno,
non da pirate, non da gente argolica.
Quel traditor che vede pur con l'uno,
e tien la terra che tale qui meco
vorrebbe di vedere esser digiuno,
far venirli a parlamento seco;
poi far s, ch'al vento di Focara
non sar lor mestier voto n preco.
E io a lui: Dimostrami e dichiara,
se vuo' ch'i' porti s di te novella,
chi  colui da la veduta amara.
Allor puose la mano a la mascella
d'un suo compagno e la bocca li aperse,
gridando: Questi  desso, e non favella.
Questi, scacciato, il dubitar sommerse
in Cesare, affermando che 'l fornito
sempre con danno l'attender sofferse.
Oh quanto mi pareva sbigottito
con la lingua tagliata ne la strozza
Curo, ch'a dir fu cos ardito!
E un ch'avea l'una e l'altra man mozza,
levando i moncherin per l'aura fosca,
s che 'l sangue facea la faccia sozza,
grid: Ricordera'ti anche del Mosca,
che disse, lasso!, "Capo ha cosa fatta",
che fu mal seme per la gente tosca.
E io li aggiunsi: E morte di tua schiatta;
per ch'elli, accumulando duol con duolo,
sen gio come persona trista e matta.
Ma io rimasi a riguardar lo stuolo,
e vidi cosa ch'io avrei paura,
sanza pi prova, di contarla solo;
se non che coscenza m'assicura,
la buona compagnia che l'uom francheggia
sotto l'asbergo del sentirsi pura.
Io vidi certo, e ancor par ch'io 'l veggia,
un busto sanza capo andar s come
andavan li altri de la trista greggia;
e 'l capo tronco tenea per le chiome,
pesol con mano a guisa di lanterna:
e quel mirava noi e dicea: Oh me!.
Di s facea a s stesso lucerna,
ed eran due in uno e uno in due;
com' esser pu, quei sa che s governa.
Quando diritto al pi del ponte fue,
lev 'l braccio alto con tutta la testa
per appressarne le parole sue,
che fuoro: Or vedi la pena molesta,
tu che, spirando, vai veggendo i morti:
vedi s'alcuna  grande come questa.
E perch tu di me novella porti,
sappi ch'i' son Bertram dal Bornio, quelli
che diedi al re giovane i ma' conforti.
Io feci il padre e 'l figlio in s ribelli;
Achitofl non f pi d'Absalone
e di Davd coi malvagi punzelli.
Perch' io parti' cos giunte persone,
partito porto il mio cerebro, lasso!,
dal suo principio ch' in questo troncone.
Cos s'osserva in me lo contrapasso.

CANTO XXIX
[Canto XXIX, ove tratta de la decima bolgia, dove si puniscono i falsi fabricatori di qualunque opera, e isgrida e riprende l'autore i Sanesi.]


La molta gente e le diverse piaghe
avean le luci mie s inebrate,
che de lo stare a piangere eran vaghe.
Ma Virgilio mi disse: Che pur guate?
perch la vista tua pur si soffolge
l gi tra l'ombre triste smozzicate?
Tu non hai fatto s a l'altre bolge;
pensa, se tu annoverar le credi,
che miglia ventidue la valle volge.
E gi la luna  sotto i nostri piedi;
lo tempo  poco omai che n' concesso,
e altro  da veder che tu non vedi.
Se tu avessi, rispuos' io appresso,
atteso a la cagion per ch'io guardava,
forse m'avresti ancor lo star dimesso.
Parte sen giva, e io retro li andava,
lo duca, gi faccendo la risposta,
e soggiugnendo: Dentro a quella cava
dov' io tenea or li occhi s a posta,
credo ch'un spirto del mio sangue pianga
la colpa che l gi cotanto costa.
Allor disse 'l maestro: Non si franga
lo tuo pensier da qui innanzi sovr' ello.
Attendi ad altro, ed ei l si rimanga;
ch'io vidi lui a pi del ponticello
mostrarti e minacciar forte col dito,
e udi' 'l nominar Geri del Bello.
Tu eri allor s del tutto impedito
sovra colui che gi tenne Altaforte,
che non guardasti in l, s fu partito.
O duca mio, la volenta morte
che non li  vendicata ancor, diss' io,
per alcun che de l'onta sia consorte,
fece lui disdegnoso; ond' el sen gio
sanza parlarmi, s com' o estimo:
e in ci m'ha el fatto a s pi pio.
Cos parlammo infino al loco primo
che de lo scoglio l'altra valle mostra,
se pi lume vi fosse, tutto ad imo.
Quando noi fummo sor l'ultima chiostra
di Malebolge, s che i suoi conversi
potean parere a la veduta nostra,
lamenti saettaron me diversi,
che di piet ferrati avean li strali;
ond' io li orecchi con le man copersi.
Qual dolor fora, se de li spedali
di Valdichiana tra 'l luglio e 'l settembre
e di Maremma e di Sardigna i mali
fossero in una fossa tutti 'nsembre,
tal era quivi, e tal puzzo n'usciva
qual suol venir de le marcite membre.
Noi discendemmo in su l'ultima riva
del lungo scoglio, pur da man sinistra;
e allor fu la mia vista pi viva
gi ver' lo fondo, la 've la ministra
de l'alto Sire infallibil giustizia
punisce i falsador che qui registra.
Non credo ch'a veder maggior tristizia
fosse in Egina il popol tutto infermo,
quando fu l'aere s pien di malizia,
che li animali, infino al picciol vermo,
cascaron tutti, e poi le genti antiche,
secondo che i poeti hanno per fermo,
si ristorar di seme di formiche;
ch'era a veder per quella oscura valle
languir li spirti per diverse biche.
Qual sovra 'l ventre e qual sovra le spalle
l'un de l'altro giacea, e qual carpone
si trasmutava per lo tristo calle.
Passo passo andavam sanza sermone,
guardando e ascoltando li ammalati,
che non potean levar le lor persone.
Io vidi due sedere a s poggiati,
com' a scaldar si poggia tegghia a tegghia,
dal capo al pi di schianze macolati;
e non vidi gi mai menare stregghia
a ragazzo aspettato dal segnorso,
n a colui che mal volontier vegghia,
come ciascun menava spesso il morso
de l'unghie sopra s per la gran rabbia
del pizzicor, che non ha pi soccorso;
e s traevan gi l'unghie la scabbia,
come coltel di scardova le scaglie
o d'altro pesce che pi larghe l'abbia.
O tu che con le dita ti dismaglie,
cominci 'l duca mio a l'un di loro,
e che fai d'esse talvolta tanaglie,
dinne s'alcun Latino  tra costoro
che son quinc' entro, se l'unghia ti basti
etternalmente a cotesto lavoro.
Latin siam noi, che tu vedi s guasti
qui ambedue, rispuose l'un piangendo;
ma tu chi se' che di noi dimandasti?.
E 'l duca disse: I' son un che discendo
con questo vivo gi di balzo in balzo,
e di mostrar lo 'nferno a lui intendo.
Allor si ruppe lo comun rincalzo;
e tremando ciascuno a me si volse
con altri che l'udiron di rimbalzo.
Lo buon maestro a me tutto s'accolse,
dicendo: D a lor ci che tu vuoli;
e io incominciai, poscia ch'ei volse:
Se la vostra memoria non s'imboli
nel primo mondo da l'umane menti,
ma s'ella viva sotto molti soli,
ditemi chi voi siete e di che genti;
la vostra sconcia e fastidiosa pena
di palesarvi a me non vi spaventi.
Io fui d'Arezzo, e Albero da Siena,
rispuose l'un, mi f mettere al foco;
ma quel per ch'io mori' qui non mi mena.
Vero  ch'i' dissi lui, parlando a gioco:
"I' mi saprei levar per l'aere a volo";
e quei, ch'avea vaghezza e senno poco,
volle ch'i' li mostrassi l'arte; e solo
perch' io nol feci Dedalo, mi fece
ardere a tal che l'avea per figliuolo.
Ma ne l'ultima bolgia de le diece
me per l'alchmia che nel mondo usai
dann Mins, a cui fallar non lece.
E io dissi al poeta: Or fu gi mai
gente s vana come la sanese?
Certo non la francesca s d'assai!.
Onde l'altro lebbroso, che m'intese,
rispuose al detto mio: Tra'mene Stricca
che seppe far le temperate spese,
e Niccol che la costuma ricca
del garofano prima discoverse
ne l'orto dove tal seme s'appicca;
e tra'ne la brigata in che disperse
Caccia d'Ascian la vigna e la gran fonda,
e l'Abbagliato suo senno proferse.
Ma perch sappi chi s ti seconda
contra i Sanesi, aguzza ver' me l'occhio,
s che la faccia mia ben ti risponda:
s vedrai ch'io son l'ombra di Capocchio,
che falsai li metalli con l'alchmia;
e te dee ricordar, se ben t'adocchio,
com' io fui di natura buona scimia.

CANTO XXX
[Canto XXX, ove tratta di quella medesima materia e gente.]


Nel tempo che Iunone era crucciata
per Semel contra 'l sangue tebano,
come mostr una e altra fata,
Atamante divenne tanto insano,
che veggendo la moglie con due figli
andar carcata da ciascuna mano,
grid: Tendiam le reti, s ch'io pigli
la leonessa e ' leoncini al varco;
e poi distese i dispietati artigli,
prendendo l'un ch'avea nome Learco,
e rotollo e percosselo ad un sasso;
e quella s'anneg con l'altro carco.
E quando la fortuna volse in basso
l'altezza de' Troian che tutto ardiva,
s che 'nsieme col regno il re fu casso,
Ecuba trista, misera e cattiva,
poscia che vide Polissena morta,
e del suo Polidoro in su la riva
del mar si fu la dolorosa accorta,
forsennata latr s come cane;
tanto il dolor le f la mente torta.
Ma n di Tebe furie n troiane
si vider mi in alcun tanto crude,
non punger bestie, nonch membra umane,
quant' io vidi in due ombre smorte e nude,
che mordendo correvan di quel modo
che 'l porco quando del porcil si schiude.
L'una giunse a Capocchio, e in sul nodo
del collo l'assann, s che, tirando,
grattar li fece il ventre al fondo sodo.
E l'Aretin che rimase, tremando
mi disse: Quel folletto  Gianni Schicchi,
e va rabbioso altrui cos conciando.
Oh, diss' io lui, se l'altro non ti ficchi
li denti a dosso, non ti sia fatica
a dir chi , pria che di qui si spicchi.
Ed elli a me: Quell'  l'anima antica
di Mirra scellerata, che divenne
al padre, fuor del dritto amore, amica.
Questa a peccar con esso cos venne,
falsificando s in altrui forma,
come l'altro che l sen va, sostenne,
per guadagnar la donna de la torma,
falsificare in s Buoso Donati,
testando e dando al testamento norma.
E poi che i due rabbiosi fuor passati
sovra cu' io avea l'occhio tenuto,
rivolsilo a guardar li altri mal nati.
Io vidi un, fatto a guisa di luto,
pur ch'elli avesse avuta l'anguinaia
tronca da l'altro che l'uomo ha forcuto.
La grave idropes, che s dispaia
le membra con l'omor che mal converte,
che 'l viso non risponde a la ventraia,
faceva lui tener le labbra aperte
come l'etico fa, che per la sete
l'un verso 'l mento e l'altro in s rinverte.
O voi che sanz' alcuna pena siete,
e non so io perch, nel mondo gramo,
diss' elli a noi, guardate e attendete
a la miseria del maestro Adamo;
io ebbi, vivo, assai di quel ch'i' volli,
e ora, lasso!, un gocciol d'acqua bramo.
Li ruscelletti che d'i verdi colli
del Casentin discendon giuso in Arno,
faccendo i lor canali freddi e molli,
sempre mi stanno innanzi, e non indarno,
ch l'imagine lor vie pi m'asciuga
che 'l male ond' io nel volto mi discarno.
La rigida giustizia che mi fruga
tragge cagion del loco ov' io peccai
a metter pi li miei sospiri in fuga.
Ivi  Romena, l dov' io falsai
la lega suggellata del Batista;
per ch'io il corpo s arso lasciai.
Ma s'io vedessi qui l'anima trista
di Guido o d'Alessandro o di lor frate,
per Fonte Branda non darei la vista.
Dentro c' l'una gi, se l'arrabbiate
ombre che vanno intorno dicon vero;
ma che mi val, c'ho le membra legate?
S'io fossi pur di tanto ancor leggero
ch'i' potessi in cent' anni andare un'oncia,
io sarei messo gi per lo sentiero,
cercando lui tra questa gente sconcia,
con tutto ch'ella volge undici miglia,
e men d'un mezzo di traverso non ci ha.
Io son per lor tra s fatta famiglia;
e' m'indussero a batter li fiorini
ch'avevan tre carati di mondiglia.
E io a lui: Chi son li due tapini
che fumman come man bagnate 'l verno,
giacendo stretti a' tuoi destri confini?.
Qui li trovai - e poi volta non dierno - ,
rispuose, quando piovvi in questo greppo,
e non credo che dieno in sempiterno.
L'una  la falsa ch'accus Gioseppo;
l'altr'  'l falso Sinon greco di Troia:
per febbre aguta gittan tanto leppo.
E l'un di lor, che si rec a noia
forse d'esser nomato s oscuro,
col pugno li percosse l'epa croia.
Quella son come fosse un tamburo;
e mastro Adamo li percosse il volto
col braccio suo, che non parve men duro,
dicendo a lui: Ancor che mi sia tolto
lo muover per le membra che son gravi,
ho io il braccio a tal mestiere sciolto.
Ond' ei rispuose: Quando tu andavi
al fuoco, non l'avei tu cos presto;
ma s e pi l'avei quando coniavi.
E l'idropico: Tu di' ver di questo:
ma tu non fosti s ver testimonio
l 've del ver fosti a Troia richesto.
S'io dissi falso, e tu falsasti il conio,
disse Sinon; e son qui per un fallo,
e tu per pi ch'alcun altro demonio!.
Ricorditi, spergiuro, del cavallo,
rispuose quel ch'ava infiata l'epa;
e sieti reo che tutto il mondo sallo!.
E te sia rea la sete onde ti crepa,
disse 'l Greco, la lingua, e l'acqua marcia
che 'l ventre innanzi a li occhi s t'assiepa!.
Allora il monetier: Cos si squarcia
la bocca tua per tuo mal come suole;
ch, s'i' ho sete e omor mi rinfarcia,
tu hai l'arsura e 'l capo che ti duole,
e per leccar lo specchio di Narcisso,
non vorresti a 'nvitar molte parole.
Ad ascoltarli er' io del tutto fisso,
quando 'l maestro mi disse: Or pur mira,
che per poco che teco non mi risso!.
Quand' io 'l senti' a me parlar con ira,
volsimi verso lui con tal vergogna,
ch'ancor per la memoria mi si gira.
Qual  colui che suo dannaggio sogna,
che sognando desidera sognare,
s che quel ch', come non fosse, agogna,
tal mi fec' io, non possendo parlare,
che disava scusarmi, e scusava
me tuttavia, e nol mi credea fare.
Maggior difetto men vergogna lava,
disse 'l maestro, che 'l tuo non  stato;
per d'ogne trestizia ti disgrava.
E fa ragion ch'io ti sia sempre allato,
se pi avvien che fortuna t'accoglia
dove sien genti in simigliante piato:
ch voler ci udire  bassa voglia.

CANTO XXXI
[Canto XXXI, ove tratta de' giganti che guardano il pozzo de l'inferno, ed  il nono cerchio.]


Una medesma lingua pria mi morse,
s che mi tinse l'una e l'altra guancia,
e poi la medicina mi riporse;
cos od' io che solea far la lancia
d'Achille e del suo padre esser cagione
prima di trista e poi di buona mancia.
Noi demmo il dosso al misero vallone
su per la ripa che 'l cinge dintorno,
attraversando sanza alcun sermone.
Quiv' era men che notte e men che giorno,
s che 'l viso m'andava innanzi poco;
ma io senti' sonare un alto corno,
tanto ch'avrebbe ogne tuon fatto fioco,
che, contra s la sua via seguitando,
dirizz li occhi miei tutti ad un loco.
Dopo la dolorosa rotta, quando
Carlo Magno perd la santa gesta,
non son s terribilmente Orlando.
Poco porti in l volta la testa,
che me parve veder molte alte torri;
ond' io: Maestro, d, che terra  questa?.
Ed elli a me: Per che tu trascorri
per le tenebre troppo da la lungi,
avvien che poi nel maginare abborri.
Tu vedrai ben, se tu l ti congiungi,
quanto 'l senso s'inganna di lontano;
per alquanto pi te stesso pungi.
Poi caramente mi prese per mano
e disse: Pria che noi siam pi avanti,
acci che 'l fatto men ti paia strano,
sappi che non son torri, ma giganti,
e son nel pozzo intorno da la ripa
da l'umbilico in giuso tutti quanti.
Come quando la nebbia si dissipa,
lo sguardo a poco a poco raffigura
ci che cela 'l vapor che l'aere stipa,
cos forando l'aura grossa e scura,
pi e pi appressando ver' la sponda,
fuggiemi errore e crescmi paura;
per che, come su la cerchia tonda
Montereggion di torri si corona,
cos la proda che 'l pozzo circonda
torreggiavan di mezza la persona
li orribili giganti, cui minaccia
Giove del cielo ancora quando tuona.
E io scorgeva gi d'alcun la faccia,
le spalle e 'l petto e del ventre gran parte,
e per le coste gi ambo le braccia.
Natura certo, quando lasci l'arte
di s fatti animali, assai f bene
per trre tali essecutori a Marte.
E s'ella d'elefanti e di balene
non si pente, chi guarda sottilmente,
pi giusta e pi discreta la ne tene;
ch dove l'argomento de la mente
s'aggiugne al mal volere e a la possa,
nessun riparo vi pu far la gente.
La faccia sua mi parea lunga e grossa
come la pina di San Pietro a Roma,
e a sua proporzione eran l'altre ossa;
s che la ripa, ch'era perizoma
dal mezzo in gi, ne mostrava ben tanto
di sovra, che di giugnere a la chioma
tre Frison s'averien dato mal vanto;
per ch'i' ne vedea trenta gran palmi
dal loco in gi dov' omo affibbia 'l manto.
Raphl ma amcche zab almi,
cominci a gridar la fiera bocca,
cui non si convenia pi dolci salmi.
E 'l duca mio ver' lui: Anima sciocca,
tienti col corno, e con quel ti disfoga
quand' ira o altra passon ti tocca!
Crcati al collo, e troverai la soga
che 'l tien legato, o anima confusa,
e vedi lui che 'l gran petto ti doga.
Poi disse a me: Elli stessi s'accusa;
questi  Nembrotto per lo cui mal coto
pur un linguaggio nel mondo non s'usa.
Lascinlo stare e non parliamo a vto;
ch cos  a lui ciascun linguaggio
come 'l suo ad altrui, ch'a nullo  noto.
Facemmo adunque pi lungo vaggio,
vlti a sinistra; e al trar d'un balestro
trovammo l'altro assai pi fero e maggio.
A cigner lui qual che fosse 'l maestro,
non so io dir, ma el tenea soccinto
dinanzi l'altro e dietro il braccio destro
d'una catena che 'l tenea avvinto
dal collo in gi, s che 'n su lo scoperto
si ravvolga infino al giro quinto.
Questo superbo volle esser esperto
di sua potenza contra 'l sommo Giove,
disse 'l mio duca, ond' elli ha cotal merto.
Falte ha nome, e fece le gran prove
quando i giganti fer paura a' di;
le braccia ch'el men, gi mai non move.
E io a lui: S'esser puote, io vorrei
che de lo smisurato Brareo
esperenza avesser li occhi mei.
Ond' ei rispuose: Tu vedrai Anteo
presso di qui che parla ed  disciolto,
che ne porr nel fondo d'ogne reo.
Quel che tu vuo' veder, pi l  molto
ed  legato e fatto come questo,
salvo che pi feroce par nel volto.
Non fu tremoto gi tanto rubesto,
che scotesse una torre cos forte,
come Falte a scuotersi fu presto.
Allor temett' io pi che mai la morte,
e non v'era mestier pi che la dotta,
s'io non avessi viste le ritorte.
Noi procedemmo pi avante allotta,
e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle,
sanza la testa, uscia fuor de la grotta.
O tu che ne la fortunata valle
che fece Scipon di gloria reda,
quand' Anibl co' suoi diede le spalle,
recasti gi mille leon per preda,
e che, se fossi stato a l'alta guerra
de' tuoi fratelli, ancor par che si creda
ch'avrebber vinto i figli de la terra:
mettine gi, e non ten vegna schifo,
dove Cocito la freddura serra.
Non ci fare ire a Tizio n a Tifo:
questi pu dar di quel che qui si brama;
per ti china e non torcer lo grifo.
Ancor ti pu nel mondo render fama,
ch'el vive, e lunga vita ancor aspetta
se 'nnanzi tempo grazia a s nol chiama.
Cos disse 'l maestro; e quelli in fretta
le man distese, e prese 'l duca mio,
ond' Ercule sent gi grande stretta.
Virgilio, quando prender si sentio,
disse a me: Fatti qua, s ch'io ti prenda;
poi fece s ch'un fascio era elli e io.
Qual pare a riguardar la Carisenda
sotto 'l chinato, quando un nuvol vada
sovr' essa s, ched ella incontro penda:
tal parve Anto a me che stava a bada
di vederlo chinare, e fu tal ora
ch'i' avrei voluto ir per altra strada.
Ma lievemente al fondo che divora
Lucifero con Giuda, ci spos;
n, s chinato, l fece dimora,
e come albero in nave si lev.

CANTO XXXII
[Canto XXXII, nel quale tratta de' traditori di loro schiatta e de' traditori de la loro patria, che sono nel pozzo de l'inferno.]


S'o avessi le rime aspre e chiocce,
come si converrebbe al tristo buco
sovra 'l qual pontan tutte l'altre rocce,
io premerei di mio concetto il suco
pi pienamente; ma perch' io non l'abbo,
non sanza tema a dicer mi conduco;
ch non  impresa da pigliare a gabbo
discriver fondo a tutto l'universo,
n da lingua che chiami mamma o babbo.
Ma quelle donne aiutino il mio verso
ch'aiutaro Anfone a chiuder Tebe,
s che dal fatto il dir non sia diverso.
Oh sovra tutte mal creata plebe
che stai nel loco onde parlare  duro,
mei foste state qui pecore o zebe!
Come noi fummo gi nel pozzo scuro
sotto i pi del gigante assai pi bassi,
e io mirava ancora a l'alto muro,
dicere udi'mi: Guarda come passi:
va s, che tu non calchi con le piante
le teste de' fratei miseri lassi.
Per ch'io mi volsi, e vidimi davante
e sotto i piedi un lago che per gelo
avea di vetro e non d'acqua sembiante.
Non fece al corso suo s grosso velo
di verno la Danoia in Osterlicchi,
n Tana l sotto 'l freddo cielo,
com' era quivi; che se Tambernicchi
vi fosse s caduto, o Pietrapana,
non avria pur da l'orlo fatto cricchi.
E come a gracidar si sta la rana
col muso fuor de l'acqua, quando sogna
di spigolar sovente la villana,
livide, insin l dove appar vergogna
eran l'ombre dolenti ne la ghiaccia,
mettendo i denti in nota di cicogna.
Ognuna in gi tenea volta la faccia;
da bocca il freddo, e da li occhi il cor tristo
tra lor testimonianza si procaccia.
Quand' io m'ebbi dintorno alquanto visto,
volsimi a' piedi, e vidi due s stretti,
che 'l pel del capo avieno insieme misto.
Ditemi, voi che s strignete i petti,
diss' io, chi siete?. E quei piegaro i colli;
e poi ch'ebber li visi a me eretti,
li occhi lor, ch'eran pria pur dentro molli,
gocciar su per le labbra, e 'l gelo strinse
le lagrime tra essi e riserrolli.
Con legno legno spranga mai non cinse
forte cos; ond' ei come due becchi
cozzaro insieme, tanta ira li vinse.
E un ch'avea perduti ambo li orecchi
per la freddura, pur col viso in gie,
disse: Perch cotanto in noi ti specchi?
Se vuoi saper chi son cotesti due,
la valle onde Bisenzo si dichina
del padre loro Alberto e di lor fue.
D'un corpo usciro; e tutta la Caina
potrai cercare, e non troverai ombra
degna pi d'esser fitta in gelatina:
non quelli a cui fu rotto il petto e l'ombra
con esso un colpo per la man d'Art;
non Focaccia; non questi che m'ingombra
col capo s, ch'i' non veggio oltre pi,
e fu nomato Sassol Mascheroni;
se tosco se', ben sai omai chi fu.
E perch non mi metti in pi sermoni,
sappi ch'i' fu' il Camiscion de' Pazzi;
e aspetto Carlin che mi scagioni.
Poscia vid' io mille visi cagnazzi
fatti per freddo; onde mi vien riprezzo,
e verr sempre, de' gelati guazzi.
E mentre ch'andavamo inver' lo mezzo
al quale ogne gravezza si rauna,
e io tremava ne l'etterno rezzo;
se voler fu o destino o fortuna,
non so; ma, passeggiando tra le teste,
forte percossi 'l pi nel viso ad una.
Piangendo mi sgrid: Perch mi peste?
se tu non vieni a crescer la vendetta
di Montaperti, perch mi moleste?.
E io: Maestro mio, or qui m'aspetta,
s ch'io esca d'un dubbio per costui;
poi mi farai, quantunque vorrai, fretta.
Lo duca stette, e io dissi a colui
che bestemmiava duramente ancora:
Qual se' tu che cos rampogni altrui?.
Or tu chi se' che vai per l'Antenora,
percotendo, rispuose, altrui le gote,
s che, se fossi vivo, troppo fora?.
Vivo son io, e caro esser ti puote,
fu mia risposta, se dimandi fama,
ch'io metta il nome tuo tra l'altre note.
Ed elli a me: Del contrario ho io brama.
Lvati quinci e non mi dar pi lagna,
ch mal sai lusingar per questa lama!.
Allor lo presi per la cuticagna
e dissi: El converr che tu ti nomi,
o che capel qui s non ti rimagna.
Ond' elli a me: Perch tu mi dischiomi,
n ti dir ch'io sia, n mosterrolti
se mille fiate in sul capo mi tomi.
Io avea gi i capelli in mano avvolti,
e tratti glien' avea pi d'una ciocca,
latrando lui con li occhi in gi raccolti,
quando un altro grid: Che hai tu, Bocca?
non ti basta sonar con le mascelle,
se tu non latri? qual diavol ti tocca?.
Omai, diss' io, non vo' che pi favelle,
malvagio traditor; ch'a la tua onta
io porter di te vere novelle.
Va via, rispuose, e ci che tu vuoi conta;
ma non tacer, se tu di qua entro eschi,
di quel ch'ebbe or cos la lingua pronta.
El piange qui l'argento de' Franceschi:
"Io vidi", potrai dir, "quel da Duera
l dove i peccatori stanno freschi".
Se fossi domandato "Altri chi v'era?",
tu hai dallato quel di Beccheria
di cui seg Fiorenza la gorgiera.
Gianni de' Soldanier credo che sia
pi l con Ganellone e Tebaldello,
ch'apr Faenza quando si dormia.
Noi eravam partiti gi da ello,
ch'io vidi due ghiacciati in una buca,
s che l'un capo a l'altro era cappello;
e come 'l pan per fame si manduca,
cos 'l sovran li denti a l'altro pose
l 've 'l cervel s'aggiugne con la nuca:
non altrimenti Tido si rose
le tempie a Menalippo per disdegno,
che quei faceva il teschio e l'altre cose.
O tu che mostri per s bestial segno
odio sovra colui che tu ti mangi,
dimmi 'l perch, diss' io, per tal convegno,
che se tu a ragion di lui ti piangi,
sappiendo chi voi siete e la sua pecca,
nel mondo suso ancora io te ne cangi,
se quella con ch'io parlo non si secca.

CANTO XXXIII
[Canto XXXIII, ove tratta di quelli che tradirono coloro che in loro tutto si fidavano, e coloro da cui erano stati promossi a dignit e grande stato; e riprende qui i Pisani e i Genovesi.]


La bocca sollev dal fiero pasto
quel peccator, forbendola a' capelli
del capo ch'elli avea di retro guasto.
Poi cominci: Tu vuo' ch'io rinovelli
disperato dolor che 'l cor mi preme
gi pur pensando, pria ch'io ne favelli.
Ma se le mie parole esser dien seme
che frutti infamia al traditor ch'i' rodo,
parlar e lagrimar vedrai insieme.
Io non so chi tu se' n per che modo
venuto se' qua gi; ma fiorentino
mi sembri veramente quand' io t'odo.
Tu dei saper ch'i' fui conte Ugolino,
e questi  l'arcivescovo Ruggieri:
or ti dir perch i son tal vicino.
Che per l'effetto de' suo' mai pensieri,
fidandomi di lui, io fossi preso
e poscia morto, dir non  mestieri;
per quel che non puoi avere inteso,
cio come la morte mia fu cruda,
udirai, e saprai s'e' m'ha offeso.
Breve pertugio dentro da la Muda,
la qual per me ha 'l titol de la fame,
e che conviene ancor ch'altrui si chiuda,
m'avea mostrato per lo suo forame
pi lune gi, quand' io feci 'l mal sonno
che del futuro mi squarci 'l velame.
Questi pareva a me maestro e donno,
cacciando il lupo e ' lupicini al monte
per che i Pisan veder Lucca non ponno.
Con cagne magre, studose e conte
Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
s'avea messi dinanzi da la fronte.
In picciol corso mi parieno stanchi
lo padre e ' figli, e con l'agute scane
mi parea lor veder fender li fianchi.
Quando fui desto innanzi la dimane,
pianger senti' fra 'l sonno i miei figliuoli
ch'eran con meco, e dimandar del pane.
Ben se' crudel, se tu gi non ti duoli
pensando ci che 'l mio cor s'annunziava;
e se non piangi, di che pianger suoli?
Gi eran desti, e l'ora s'appressava
che 'l cibo ne sola essere addotto,
e per suo sogno ciascun dubitava;
e io senti' chiavar l'uscio di sotto
a l'orribile torre; ond' io guardai
nel viso a' mie' figliuoi sanza far motto.
Io non pianga, s dentro impetrai:
piangevan elli; e Anselmuccio mio
disse: "Tu guardi s, padre! che hai?".
Perci non lagrimai n rispuos' io
tutto quel giorno n la notte appresso,
infin che l'altro sol nel mondo usco.
Come un poco di raggio si fu messo
nel doloroso carcere, e io scorsi
per quattro visi il mio aspetto stesso,
ambo le man per lo dolor mi morsi;
ed ei, pensando ch'io 'l fessi per voglia
di manicar, di sbito levorsi
e disser: "Padre, assai ci fia men doglia
se tu mangi di noi: tu ne vestisti
queste misere carni, e tu le spoglia".
Queta'mi allor per non farli pi tristi;
lo d e l'altro stemmo tutti muti;
ahi dura terra, perch non t'apristi?
Poscia che fummo al quarto d venuti,
Gaddo mi si gitt disteso a' piedi,
dicendo: "Padre mio, ch non m'aiuti?".
Quivi mor; e come tu mi vedi,
vid' io cascar li tre ad uno ad uno
tra 'l quinto d e 'l sesto; ond' io mi diedi,
gi cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due d li chiamai, poi che fur morti.
Poscia, pi che 'l dolor, pot 'l digiuno.
Quand' ebbe detto ci, con li occhi torti
riprese 'l teschio misero co' denti,
che furo a l'osso, come d'un can, forti.
Ahi Pisa, vituperio de le genti
del bel paese l dove 'l s suona,
poi che i vicini a te punir son lenti,
muovasi la Capraia e la Gorgona,
e faccian siepe ad Arno in su la foce,
s ch'elli annieghi in te ogne persona!
Che se 'l conte Ugolino aveva voce
d'aver tradita te de le castella,
non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.
Innocenti facea l'et novella,
novella Tebe, Uguiccione e 'l Brigata
e li altri due che 'l canto suso appella.
Noi passammo oltre, l 've la gelata
ruvidamente un'altra gente fascia,
non volta in gi, ma tutta riversata.
Lo pianto stesso l pianger non lascia,
e 'l duol che truova in su li occhi rintoppo,
si volge in entro a far crescer l'ambascia;
ch le lagrime prime fanno groppo,
e s come visiere di cristallo,
rempion sotto 'l ciglio tutto il coppo.
E avvegna che, s come d'un callo,
per la freddura ciascun sentimento
cessato avesse del mio viso stallo,
gi mi parea sentire alquanto vento;
per ch'io: Maestro mio, questo chi move?
non  qua gi ogne vapore spento?.
Ond' elli a me: Avaccio sarai dove
di ci ti far l'occhio la risposta,
veggendo la cagion che 'l fiato piove.
E un de' tristi de la fredda crosta
grid a noi: O anime crudeli
tanto che data v' l'ultima posta,
levatemi dal viso i duri veli,
s ch'o sfoghi 'l duol che 'l cor m'impregna,
un poco, pria che 'l pianto si raggeli.
Per ch'io a lui: Se vuo' ch'i' ti sovvegna,
dimmi chi se', e s'io non ti disbrigo,
al fondo de la ghiaccia ir mi convegna.
Rispuose adunque: I' son frate Alberigo;
i' son quel da le frutta del mal orto,
che qui riprendo dattero per figo.
Oh, diss' io lui, or se' tu ancor morto?.
Ed elli a me: Come 'l mio corpo stea
nel mondo s, nulla scenza porto.
Cotal vantaggio ha questa Tolomea,
che spesse volte l'anima ci cade
innanzi ch'Atrops mossa le dea.
E perch tu pi volentier mi rade
le 'nvetrate lagrime dal volto,
sappie che, tosto che l'anima trade
come fec' o, il corpo suo l' tolto
da un demonio, che poscia il governa
mentre che 'l tempo suo tutto sia vlto.
Ella ruina in s fatta cisterna;
e forse pare ancor lo corpo suso
de l'ombra che di qua dietro mi verna.
Tu 'l dei saper, se tu vien pur mo giuso:
elli  ser Branca Doria, e son pi anni
poscia passati ch'el fu s racchiuso.
Io credo, diss' io lui, che tu m'inganni;
ch Branca Doria non mor unquanche,
e mangia e bee e dorme e veste panni.
Nel fosso s, diss' el, de' Malebranche,
l dove bolle la tenace pece,
non era ancora giunto Michel Zanche,
che questi lasci il diavolo in sua vece
nel corpo suo, ed un suo prossimano
che 'l tradimento insieme con lui fece.
Ma distendi oggimai in qua la mano;
aprimi li occhi. E io non gliel' apersi;
e cortesia fu lui esser villano.
Ahi Genovesi, uomini diversi
d'ogne costume e pien d'ogne magagna,
perch non siete voi del mondo spersi?
Ch col peggiore spirto di Romagna
trovai di voi un tal, che per sua opra
in anima in Cocito gi si bagna,
e in corpo par vivo ancor di sopra.

CANTO XXXIV
[Canto XXXIV e ultimo de la prima cantica di Dante Alleghieri di Fiorenza, nel qual canto tratta di Belzeb principe de' dimoni e de' traditori di loro signori, e narra come uscie de l'inferno.]

Vexilla regis prodeunt inferni
verso di noi; per dinanzi mira,
disse 'l maestro mio, se tu 'l discerni.
Come quando una grossa nebbia spira,
o quando l'emisperio nostro annotta,
par di lungi un molin che 'l vento gira,
veder mi parve un tal dificio allotta;
poi per lo vento mi ristrinsi retro
al duca mio, ch non l era altra grotta.
Gi era, e con paura il metto in metro,
l dove l'ombre tutte eran coperte,
e trasparien come festuca in vetro.
Altre sono a giacere; altre stanno erte,
quella col capo e quella con le piante;
altra, com' arco, il volto a' pi rinverte.
Quando noi fummo fatti tanto avante,
ch'al mio maestro piacque di mostrarmi
la creatura ch'ebbe il bel sembiante,
d'innanzi mi si tolse e f restarmi,
Ecco Dite, dicendo, ed ecco il loco
ove convien che di fortezza t'armi.
Com' io divenni allor gelato e fioco,
nol dimandar, lettor, ch'i' non lo scrivo,
per ch'ogne parlar sarebbe poco.
Io non mori' e non rimasi vivo;
pensa oggimai per te, s'hai fior d'ingegno,
qual io divenni, d'uno e d'altro privo.
Lo 'mperador del doloroso regno
da mezzo 'l petto uscia fuor de la ghiaccia;
e pi con un gigante io mi convegno,
che i giganti non fan con le sue braccia:
vedi oggimai quant' esser dee quel tutto
ch'a cos fatta parte si confaccia.
S'el fu s bel com' elli  ora brutto,
e contra 'l suo fattore alz le ciglia,
ben dee da lui procedere ogne lutto.
Oh quanto parve a me gran maraviglia
quand' io vidi tre facce a la sua testa!
L'una dinanzi, e quella era vermiglia;
l'altr' eran due, che s'aggiugnieno a questa
sovresso 'l mezzo di ciascuna spalla,
e s giugnieno al loco de la cresta:
e la destra parea tra bianca e gialla;
la sinistra a vedere era tal, quali
vegnon di l onde 'l Nilo s'avvalla.
Sotto ciascuna uscivan due grand' ali,
quanto si convenia a tanto uccello:
vele di mar non vid' io mai cotali.
Non avean penne, ma di vispistrello
era lor modo; e quelle svolazzava,
s che tre venti si movean da ello:
quindi Cocito tutto s'aggelava.
Con sei occhi pianga, e per tre menti
gocciava 'l pianto e sanguinosa bava.
Da ogne bocca dirompea co' denti
un peccatore, a guisa di maciulla,
s che tre ne facea cos dolenti.
A quel dinanzi il mordere era nulla
verso 'l graffiar, che talvolta la schiena
rimanea de la pelle tutta brulla.
Quell' anima l s c'ha maggior pena,
disse 'l maestro,  Giuda Scarotto,
che 'l capo ha dentro e fuor le gambe mena.
De li altri due c'hanno il capo di sotto,
quel che pende dal nero ceffo  Bruto:
vedi come si storce, e non fa motto!;
e l'altro  Cassio, che par s membruto.
Ma la notte risurge, e oramai
 da partir, ch tutto avem veduto.
Com' a lui piacque, il collo li avvinghiai;
ed el prese di tempo e loco poste,
e quando l'ali fuoro aperte assai,
appigli s a le vellute coste;
di vello in vello gi discese poscia
tra 'l folto pelo e le gelate croste.
Quando noi fummo l dove la coscia
si volge, a punto in sul grosso de l'anche,
lo duca, con fatica e con angoscia,
volse la testa ov' elli avea le zanche,
e aggrappossi al pel com' om che sale,
s che 'n inferno i' credea tornar anche.
Attienti ben, ch per cotali scale,
disse 'l maestro, ansando com' uom lasso,
conviensi dipartir da tanto male.
Poi usc fuor per lo fro d'un sasso
e puose me in su l'orlo a sedere;
appresso porse a me l'accorto passo.
Io levai li occhi e credetti vedere
Lucifero com' io l'avea lasciato,
e vidili le gambe in s tenere;
e s'io divenni allora travagliato,
la gente grossa il pensi, che non vede
qual  quel punto ch'io avea passato.
Lvati s, disse 'l maestro, in piede:
la via  lunga e 'l cammino  malvagio,
e gi il sole a mezza terza riede.
Non era camminata di palagio
l 'v' eravam, ma natural burella
ch'avea mal suolo e di lume disagio.
Prima ch'io de l'abisso mi divella,
maestro mio, diss' io quando fui dritto,
a trarmi d'erro un poco mi favella:
ov'  la ghiaccia? e questi com'  fitto
s sottosopra? e come, in s poc' ora,
da sera a mane ha fatto il sol tragitto?.
Ed elli a me: Tu imagini ancora
d'esser di l dal centro, ov' io mi presi
al pel del vermo reo che 'l mondo fra.
Di l fosti cotanto quant' io scesi;
quand' io mi volsi, tu passasti 'l punto
al qual si traggon d'ogne parte i pesi.
E se' or sotto l'emisperio giunto
ch' contraposto a quel che la gran secca
coverchia, e sotto 'l cui colmo consunto
fu l'uom che nacque e visse sanza pecca;
tu ha i piedi in su picciola spera
che l'altra faccia fa de la Giudecca.
Qui  da man, quando di l  sera;
e questi, che ne f scala col pelo,
fitto  ancora s come prim' era.
Da questa parte cadde gi dal cielo;
e la terra, che pria di qua si sporse,
per paura di lui f del mar velo,
e venne a l'emisperio nostro; e forse
per fuggir lui lasci qui loco vto
quella ch'appar di qua, e s ricorse.
Luogo  l gi da Belzeb remoto
tanto quanto la tomba si distende,
che non per vista, ma per suono  noto
d'un ruscelletto che quivi discende
per la buca d'un sasso, ch'elli ha roso,
col corso ch'elli avvolge, e poco pende.
Lo duca e io per quel cammino ascoso
intrammo a ritornar nel chiaro mondo;
e sanza cura aver d'alcun riposo,
salimmo s, el primo e io secondo,
tanto ch'i' vidi de le cose belle
che porta 'l ciel, per un pertugio tondo.
E quindi uscimmo a riveder le stelle.

[Explicit prima pars Comedie Dantis Alagherii
Dantis Alagherii in qua tractatum est de Inferis]




LA DIVINA COMMEDIA
di Dante Alighieri

PURGATORIO

CANTO I
[Comincia la seconda parte overo cantica de la Comedia di Dante Allaghieri di Firenze, ne la quale parte si purgano li commessi peccati e vizi de' quali l'uomo  confesso e pentuto con animo di sodisfazione; e contiene XXXIII canti. Qui sono quelli che sperano di venire quando che sia a le beate genti.]


Per correr miglior acque alza le vele
omai la navicella del mio ingegno,
che lascia dietro a s mar s crudele;
e canter di quel secondo regno
dove l'umano spirito si purga
e di salire al ciel diventa degno.
Ma qui la morta poes resurga,
o sante Muse, poi che vostro sono;
e qui Calop alquanto surga,
seguitando il mio canto con quel suono
di cui le Piche misere sentiro
lo colpo tal, che disperar perdono.
Dolce color d'orental zaffiro,
che s'accoglieva nel sereno aspetto
del mezzo, puro infino al primo giro,
a li occhi miei ricominci diletto,
tosto ch'io usci' fuor de l'aura morta
che m'avea contristati li occhi e 'l petto.
Lo bel pianeto che d'amar conforta
faceva tutto rider l'orente,
velando i Pesci ch'erano in sua scorta.
I' mi volsi a man destra, e puosi mente
a l'altro polo, e vidi quattro stelle
non viste mai fuor ch'a la prima gente.
Goder pareva 'l ciel di lor fiammelle:
oh settentronal vedovo sito,
poi che privato se' di mirar quelle!
Com' io da loro sguardo fui partito,
un poco me volgendo a l'altro polo,
l onde 'l Carro gi era sparito,
vidi presso di me un veglio solo,
degno di tanta reverenza in vista,
che pi non dee a padre alcun figliuolo.
Lunga la barba e di pel bianco mista
portava, a' suoi capelli simigliante,
de' quai cadeva al petto doppia lista.
Li raggi de le quattro luci sante
fregiavan s la sua faccia di lume,
ch'i' 'l vedea come 'l sol fosse davante.
Chi siete voi che contro al cieco fiume
fuggita avete la pregione etterna?,
diss' el, movendo quelle oneste piume.
Chi v'ha guidati, o che vi fu lucerna,
uscendo fuor de la profonda notte
che sempre nera fa la valle inferna?
Son le leggi d'abisso cos rotte?
o  mutato in ciel novo consiglio,
che, dannati, venite a le mie grotte?.
Lo duca mio allor mi di di piglio,
e con parole e con mani e con cenni
reverenti mi f le gambe e 'l ciglio.
Poscia rispuose lui: Da me non venni:
donna scese del ciel, per li cui prieghi
de la mia compagnia costui sovvenni.
Ma da ch' tuo voler che pi si spieghi
di nostra condizion com' ell'  vera,
esser non puote il mio che a te si nieghi.
Questi non vide mai l'ultima sera;
ma per la sua follia le fu s presso,
che molto poco tempo a volger era.
S com' io dissi, fui mandato ad esso
per lui campare; e non l era altra via
che questa per la quale i' mi son messo.
Mostrata ho lui tutta la gente ria;
e ora intendo mostrar quelli spirti
che purgan s sotto la tua bala.
Com' io l'ho tratto, saria lungo a dirti;
de l'alto scende virt che m'aiuta
conducerlo a vederti e a udirti.
Or ti piaccia gradir la sua venuta:
libert va cercando, ch' s cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.
Tu 'l sai, ch non ti fu per lei amara
in Utica la morte, ove lasciasti
la vesta ch'al gran d sar s chiara.
Non son li editti etterni per noi guasti,
ch questi vive e Mins me non lega;
ma son del cerchio ove son li occhi casti
di Marzia tua, che 'n vista ancor ti priega,
o santo petto, che per tua la tegni:
per lo suo amore adunque a noi ti piega.
Lasciane andar per li tuoi sette regni;
grazie riporter di te a lei,
se d'esser mentovato l gi degni.
Marza piacque tanto a li occhi miei
mentre ch'i' fu' di l, diss' elli allora,
che quante grazie volse da me, fei.
Or che di l dal mal fiume dimora,
pi muover non mi pu, per quella legge
che fatta fu quando me n'usci' fora.
Ma se donna del ciel ti move e regge,
come tu di', non c' mestier lusinghe:
bastisi ben che per lei mi richegge.
Va dunque, e fa che tu costui ricinghe
d'un giunco schietto e che li lavi 'l viso,
s ch'ogne sucidume quindi stinghe;
ch non si converria, l'occhio sorpriso
d'alcuna nebbia, andar dinanzi al primo
ministro, ch' di quei di paradiso.
Questa isoletta intorno ad imo ad imo,
l gi col dove la batte l'onda,
porta di giunchi sovra 'l molle limo:
null' altra pianta che facesse fronda
o indurasse, vi puote aver vita,
per ch'a le percosse non seconda.
Poscia non sia di qua vostra reddita;
lo sol vi mosterr, che surge omai,
prendere il monte a pi lieve salita.
Cos spar; e io s mi levai
sanza parlare, e tutto mi ritrassi
al duca mio, e li occhi a lui drizzai.
El cominci: Figliuol, segui i miei passi:
volgianci in dietro, ch di qua dichina
questa pianura a' suoi termini bassi.
L'alba vinceva l'ora mattutina
che fuggia innanzi, s che di lontano
conobbi il tremolar de la marina.
Noi andavam per lo solingo piano
com' om che torna a la perduta strada,
che 'nfino ad essa li pare ire in vano.
Quando noi fummo l 've la rugiada
pugna col sole, per essere in parte
dove, ad orezza, poco si dirada,
ambo le mani in su l'erbetta sparte
soavemente 'l mio maestro pose:
ond' io, che fui accorto di sua arte,
porsi ver' lui le guance lagrimose;
ivi mi fece tutto discoverto
quel color che l'inferno mi nascose.
Venimmo poi in sul lito diserto,
che mai non vide navicar sue acque
omo, che di tornar sia poscia esperto.
Quivi mi cinse s com' altrui piacque:
oh maraviglia! ch qual elli scelse
l'umile pianta, cotal si rinacque
subitamente l onde l'avelse.

CANTO II
[Canto secondo, nel quale tratta  de la prima qualitade cio dilettazione di vanitade, nel quale peccato inviluppati sono puniti proprio fuori del purgatorio in uno piano, e in persona di costoro nomina il Casella, uomo di corte.]


Gi era 'l sole a l'orizzonte giunto
lo cui meridan cerchio coverchia
Ierusalm col suo pi alto punto;
e la notte, che opposita a lui cerchia,
uscia di Gange fuor con le Bilance,
che le caggion di man quando soverchia;
s che le bianche e le vermiglie guance,
l dov' i' era, de la bella Aurora
per troppa etate divenivan rance.
Noi eravam lunghesso mare ancora,
come gente che pensa a suo cammino,
che va col cuore e col corpo dimora.
Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino,
per li grossi vapor Marte rosseggia
gi nel ponente sovra 'l suol marino,
cotal m'apparve, s'io ancor lo veggia,
un lume per lo mar venir s ratto,
che 'l muover suo nessun volar pareggia.
Dal qual com' io un poco ebbi ritratto
l'occhio per domandar lo duca mio,
rividil pi lucente e maggior fatto.
Poi d'ogne lato ad esso m'appario
un non sapeva che bianco, e di sotto
a poco a poco un altro a lui usco.
Lo mio maestro ancor non facea motto,
mentre che i primi bianchi apparver ali;
allor che ben conobbe il galeotto,
grid: Fa, fa che le ginocchia cali.
Ecco l'angel di Dio: piega le mani;
omai vedrai di s fatti officiali.
Vedi che sdegna li argomenti umani,
s che remo non vuol, n altro velo
che l'ali sue, tra liti s lontani.
Vedi come l'ha dritte verso 'l cielo,
trattando l'aere con l'etterne penne,
che non si mutan come mortal pelo.
Poi, come pi e pi verso noi venne
l'uccel divino, pi chiaro appariva:
per che l'occhio da presso nol sostenne,
ma chinail giuso; e quei sen venne a riva
con un vasello snelletto e leggero,
tanto che l'acqua nulla ne 'nghiottiva.
Da poppa stava il celestial nocchiero,
tal che faria beato pur descripto;
e pi di cento spirti entro sediero.
'In exitu Isrel de Aegypto'
cantavan tutti insieme ad una voce
con quanto di quel salmo  poscia scripto.
Poi fece il segno lor di santa croce;
ond' ei si gittar tutti in su la piaggia:
ed el sen g, come venne, veloce.
La turba che rimase l, selvaggia
parea del loco, rimirando intorno
come colui che nove cose assaggia.
Da tutte parti saettava il giorno
lo sol, ch'avea con le saette conte
di mezzo 'l ciel cacciato Capricorno,
quando la nova gente alz la fronte
ver' noi, dicendo a noi: Se voi sapete,
mostratene la via di gire al monte.
E Virgilio rispuose: Voi credete
forse che siamo esperti d'esto loco;
ma noi siam peregrin come voi siete.
Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco,
per altra via, che fu s aspra e forte,
che lo salire omai ne parr gioco.
L'anime, che si fuor di me accorte,
per lo spirare, ch'i' era ancor vivo,
maravigliando diventaro smorte.
E come a messagger che porta ulivo
tragge la gente per udir novelle,
e di calcar nessun si mostra schivo,
cos al viso mio s'affisar quelle
anime fortunate tutte quante,
quasi oblando d'ire a farsi belle.
Io vidi una di lor trarresi avante
per abbracciarmi, con s grande affetto,
che mosse me a far lo somigliante.
Ohi ombre vane, fuor che ne l'aspetto!
tre volte dietro a lei le mani avvinsi,
e tante mi tornai con esse al petto.
Di maraviglia, credo, mi dipinsi;
per che l'ombra sorrise e si ritrasse,
e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.
Soavemente disse ch'io posasse;
allor conobbi chi era, e pregai
che, per parlarmi, un poco s'arrestasse.
Rispuosemi: Cos com' io t'amai
nel mortal corpo, cos t'amo sciolta:
per m'arresto; ma tu perch vai?.
Casella mio, per tornar altra volta
l dov' io son, fo io questo vaggio,
diss' io; ma a te com'  tanta ora tolta?.
Ed elli a me: Nessun m' fatto oltraggio,
se quei che leva quando e cui li piace,
pi volte m'ha negato esto passaggio;
ch di giusto voler lo suo si face:
veramente da tre mesi elli ha tolto
chi ha voluto intrar, con tutta pace.
Ond' io, ch'era ora a la marina vlto
dove l'acqua di Tevero s'insala,
benignamente fu' da lui ricolto.
A quella foce ha elli or dritta l'ala,
per che sempre quivi si ricoglie
qual verso Acheronte non si cala.
E io: Se nuova legge non ti toglie
memoria o uso a l'amoroso canto
che mi solea quetar tutte mie doglie,
di ci ti piaccia consolare alquanto
l'anima mia, che, con la sua persona
venendo qui,  affannata tanto!.
'Amor che ne la mente mi ragiona'
cominci elli allor s dolcemente,
che la dolcezza ancor dentro mi suona.
Lo mio maestro e io e quella gente
ch'eran con lui parevan s contenti,
come a nessun toccasse altro la mente.
Noi eravam tutti fissi e attenti
a le sue note; ed ecco il veglio onesto
gridando: Che  ci, spiriti lenti?
qual negligenza, quale stare  questo?
Correte al monte a spogliarvi lo scoglio
ch'esser non lascia a voi Dio manifesto.
Come quando, cogliendo biado o loglio,
li colombi adunati a la pastura,
queti, sanza mostrar l'usato orgoglio,
se cosa appare ond' elli abbian paura,
subitamente lasciano star l'esca,
perch' assaliti son da maggior cura;
cos vid' io quella masnada fresca
lasciar lo canto, e fuggir ver' la costa,
com' om che va, n sa dove resca;
n la nostra partita fu men tosta.

CANTO III
[Canto III, nel quale si tratta de la seconda qualitade, cio di coloro che per cagione d'alcuna violenza che ricevettero, tardaro di qui a loro fine a pentersi e confessarsi de' loro falli, s come sono quelli che muoiono in contumacia di Santa Chiesa scomunicati, li quali sono puniti in quel piano. In essempro di cotali peccatori nomina tra costoro il re Manfredi.]


Avvegna che la subitana fuga
dispergesse color per la campagna,
rivolti al monte ove ragion ne fruga,
i' mi ristrinsi a la fida compagna:
e come sare' io sanza lui corso?
chi m'avria tratto su per la montagna?
El mi parea da s stesso rimorso:
o dignitosa coscenza e netta,
come t' picciol fallo amaro morso!
Quando li piedi suoi lasciar la fretta,
che l'onestade ad ogn' atto dismaga,
la mente mia, che prima era ristretta,
lo 'ntento rallarg, s come vaga,
e diedi 'l viso mio incontr' al poggio
che 'nverso 'l ciel pi alto si dislaga.
Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio,
rotto m'era dinanzi a la figura,
ch'ava in me de' suoi raggi l'appoggio.
Io mi volsi dallato con paura
d'essere abbandonato, quand' io vidi
solo dinanzi a me la terra oscura;
e 'l mio conforto: Perch pur diffidi?,
a dir mi cominci tutto rivolto;
non credi tu me teco e ch'io ti guidi?
Vespero  gi col dov'  sepolto
lo corpo dentro al quale io facea ombra;
Napoli l'ha, e da Brandizio  tolto.
Ora, se innanzi a me nulla s'aombra,
non ti maravigliar pi che d'i cieli
che l'uno a l'altro raggio non ingombra.
A sofferir tormenti, caldi e geli
simili corpi la Virt dispone
che, come fa, non vuol ch'a noi si sveli.
Matto  chi spera che nostra ragione
possa trascorrer la infinita via
che tiene una sustanza in tre persone.
State contenti, umana gente, al quia;
ch, se potuto aveste veder tutto,
mestier non era parturir Maria;
e disar vedeste sanza frutto
tai che sarebbe lor disio quetato,
ch'etternalmente  dato lor per lutto:
io dico d'Aristotile e di Plato
e di molt' altri; e qui chin la fronte,
e pi non disse, e rimase turbato.
Noi divenimmo intanto a pi del monte;
quivi trovammo la roccia s erta,
che 'ndarno vi sarien le gambe pronte.
Tra Lerice e Turba la pi diserta,
la pi rotta ruina  una scala,
verso di quella, agevole e aperta.
Or chi sa da qual man la costa cala,
disse 'l maestro mio fermando 'l passo,
s che possa salir chi va sanz' ala?.
E mentre ch'e' tenendo 'l viso basso
essaminava del cammin la mente,
e io mirava suso intorno al sasso,
da man sinistra m'appar una gente
d'anime, che movieno i pi ver' noi,
e non pareva, s venan lente.
Leva, diss' io, maestro, li occhi tuoi:
ecco di qua chi ne dar consiglio,
se tu da te medesmo aver nol puoi.
Guard allora, e con libero piglio
rispuose: Andiamo in l, ch'ei vegnon piano;
e tu ferma la spene, dolce figlio.
Ancora era quel popol di lontano,
i' dico dopo i nostri mille passi,
quanto un buon gittator trarria con mano,
quando si strinser tutti ai duri massi
de l'alta ripa, e stetter fermi e stretti
com' a guardar, chi va dubbiando, stassi.
O ben finiti, o gi spiriti eletti,
Virgilio incominci, per quella pace
ch'i' credo che per voi tutti s'aspetti,
ditene dove la montagna giace,
s che possibil sia l'andare in suso;
ch perder tempo a chi pi sa pi spiace.
Come le pecorelle escon del chiuso
a una, a due, a tre, e l'altre stanno
timidette atterrando l'occhio e 'l muso;
e ci che fa la prima, e l'altre fanno,
addossandosi a lei, s'ella s'arresta,
semplici e quete, e lo 'mperch non sanno;
s vid' io muovere a venir la testa
di quella mandra fortunata allotta,
pudica in faccia e ne l'andare onesta.
Come color dinanzi vider rotta
la luce in terra dal mio destro canto,
s che l'ombra era da me a la grotta,
restaro, e trasser s in dietro alquanto,
e tutti li altri che venieno appresso,
non sappiendo 'l perch, fenno altrettanto.
Sanza vostra domanda io vi confesso
che questo  corpo uman che voi vedete;
per che 'l lume del sole in terra  fesso.
Non vi maravigliate, ma credete
che non sanza virt che da ciel vegna
cerchi di soverchiar questa parete.
Cos 'l maestro; e quella gente degna
Tornate, disse, intrate innanzi dunque,
coi dossi de le man faccendo insegna.
E un di loro incominci: Chiunque
tu se', cos andando, volgi 'l viso:
pon mente se di l mi vedesti unque.
Io mi volsi ver' lui e guardail fiso:
biondo era e bello e di gentile aspetto,
ma l'un de' cigli un colpo avea diviso.
Quand' io mi fui umilmente disdetto
d'averlo visto mai, el disse: Or vedi;
e mostrommi una piaga a sommo 'l petto.
Poi sorridendo disse: Io son Manfredi,
nepote di Costanza imperadrice;
ond' io ti priego che, quando tu riedi,
vadi a mia bella figlia, genitrice
de l'onor di Cicilia e d'Aragona,
e dichi 'l vero a lei, s'altro si dice.
Poscia ch'io ebbi rotta la persona
di due punte mortali, io mi rendei,
piangendo, a quei che volontier perdona.
Orribil furon li peccati miei;
ma la bont infinita ha s gran braccia,
che prende ci che si rivolge a lei.
Se 'l pastor di Cosenza, che a la caccia
di me fu messo per Clemente allora,
avesse in Dio ben letta questa faccia,
l'ossa del corpo mio sarieno ancora
in co del ponte presso a Benevento,
sotto la guardia de la grave mora.
Or le bagna la pioggia e move il vento
di fuor dal regno, quasi lungo 'l Verde,
dov' e' le trasmut a lume spento.
Per lor maladizion s non si perde,
che non possa tornar, l'etterno amore,
mentre che la speranza ha fior del verde.
Vero  che quale in contumacia more
di Santa Chiesa, ancor ch'al fin si penta,
star li convien da questa ripa in fore,
per ognun tempo ch'elli  stato, trenta,
in sua presunzon, se tal decreto
pi corto per buon prieghi non diventa.
Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,
revelando a la mia buona Costanza
come m'hai visto, e anco esto divieto;
ch qui per quei di l molto s'avanza.

CANTO IV
[Canto IV, dove si tratta de la soprascritta seconda qualitade, dove si purga chi per negligenza di qui a la morte si tarde a confessare; tra i quali si nomina il Belacqua, uomo di corte.]


Quando per dilettanze o ver per doglie,
che alcuna virt nostra comprenda,
l'anima bene ad essa si raccoglie,
par ch'a nulla potenza pi intenda;
e questo  contra quello error che crede
ch'un'anima sovr' altra in noi s'accenda.
E per, quando s'ode cosa o vede
che tegna forte a s l'anima volta,
vassene 'l tempo e l'uom non se n'avvede;
ch'altra potenza  quella che l'ascolta,
e altra  quella c'ha l'anima intera:
questa  quasi legata e quella  sciolta.
Di ci ebb' io esperenza vera,
udendo quello spirto e ammirando;
ch ben cinquanta gradi salito era
lo sole, e io non m'era accorto, quando
venimmo ove quell' anime ad una
gridaro a noi: Qui  vostro dimando.
Maggiore aperta molte volte impruna
con una forcatella di sue spine
l'uom de la villa quando l'uva imbruna,
che non era la calla onde salne
lo duca mio, e io appresso, soli,
come da noi la schiera si partne.
Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,
montasi su in Bismantova e 'n Cacume
con esso i pi; ma qui convien ch'om voli;
dico con l'ale snelle e con le piume
del gran disio, di retro a quel condotto
che speranza mi dava e facea lume.
Noi salavam per entro 'l sasso rotto,
e d'ogne lato ne stringea lo stremo,
e piedi e man volea il suol di sotto.
Poi che noi fummo in su l'orlo suppremo
de l'alta ripa, a la scoperta piaggia,
Maestro mio, diss' io, che via faremo?.
Ed elli a me: Nessun tuo passo caggia;
pur su al monte dietro a me acquista,
fin che n'appaia alcuna scorta saggia.
Lo sommo er' alto che vincea la vista,
e la costa superba pi assai
che da mezzo quadrante a centro lista.
Io era lasso, quando cominciai:
O dolce padre, volgiti, e rimira
com' io rimango sol, se non restai.
Figliuol mio, disse, infin quivi ti tira,
additandomi un balzo poco in se
che da quel lato il poggio tutto gira.
S mi spronaron le parole sue,
ch'i' mi sforzai carpando appresso lui,
tanto che 'l cinghio sotto i pi mi fue.
A seder ci ponemmo ivi ambedui
vlti a levante ond' eravam saliti,
che suole a riguardar giovare altrui.
Li occhi prima drizzai ai bassi liti;
poscia li alzai al sole, e ammirava
che da sinistra n'eravam feriti.
Ben s'avvide il poeta ch'o stava
stupido tutto al carro de la luce,
ove tra noi e Aquilone intrava.
Ond' elli a me: Se Castore e Poluce
fossero in compagnia di quello specchio
che s e gi del suo lume conduce,
tu vedresti il Zodaco rubecchio
ancora a l'Orse pi stretto rotare,
se non uscisse fuor del cammin vecchio.
Come ci sia, se 'l vuoi poter pensare,
dentro raccolto, imagina Sn
con questo monte in su la terra stare
s, ch'amendue hanno un solo orizzn
e diversi emisperi; onde la strada
che mal non seppe carreggiar Fetn,
vedrai come a costui convien che vada
da l'un, quando a colui da l'altro fianco,
se lo 'ntelletto tuo ben chiaro bada.
Certo, maestro mio, diss' io, unquanco
non vid' io chiaro s com' io discerno
l dove mio ingegno parea manco,
che 'l mezzo cerchio del moto superno,
che si chiama Equatore in alcun' arte,
e che sempre riman tra 'l sole e 'l verno,
per la ragion che di', quinci si parte
verso settentron, quanto li Ebrei
vedevan lui verso la calda parte.
Ma se a te piace, volontier saprei
quanto avemo ad andar; ch 'l poggio sale
pi che salir non posson li occhi miei.
Ed elli a me: Questa montagna  tale,
che sempre al cominciar di sotto  grave;
e quant' om pi va s, e men fa male.
Per, quand' ella ti parr soave
tanto, che s andar ti fia leggero
com' a seconda gi andar per nave,
allor sarai al fin d'esto sentiero;
quivi di riposar l'affanno aspetta.
Pi non rispondo, e questo so per vero.
E com' elli ebbe sua parola detta,
una voce di presso son: Forse
che di sedere in pria avrai distretta!.
Al suon di lei ciascun di noi si torse,
e vedemmo a mancina un gran petrone,
del qual n io n ei prima s'accorse.
L ci traemmo; e ivi eran persone
che si stavano a l'ombra dietro al sasso
come l'uom per negghienza a star si pone.
E un di lor, che mi sembiava lasso,
sedeva e abbracciava le ginocchia,
tenendo 'l viso gi tra esse basso.
O dolce segnor mio, diss' io, adocchia
colui che mostra s pi negligente
che se pigrizia fosse sua serocchia.
Allor si volse a noi e puose mente,
movendo 'l viso pur su per la coscia,
e disse: Or va tu s, che se' valente!.
Conobbi allor chi era, e quella angoscia
che m'avacciava un poco ancor la lena,
non m'imped l'andare a lui; e poscia
ch'a lui fu' giunto, alz la testa a pena,
dicendo: Hai ben veduto come 'l sole
da l'omero sinistro il carro mena?.
Li atti suoi pigri e le corte parole
mosser le labbra mie un poco a riso;
poi cominciai: Belacqua, a me non dole
di te omai; ma dimmi: perch assiso
quiritto se'? attendi tu iscorta,
o pur lo modo usato t'ha' ripriso?.
Ed elli: O frate, andar in s che porta?
ch non mi lascerebbe ire a' martri
l'angel di Dio che siede in su la porta.
Prima convien che tanto il ciel m'aggiri
di fuor da essa, quanto fece in vita,
per ch'io 'ndugiai al fine i buon sospiri,
se orazone in prima non m'aita
che surga s di cuor che in grazia viva;
l'altra che val, che 'n ciel non  udita?.
E gi il poeta innanzi mi saliva,
e dicea: Vienne omai; vedi ch' tocco
meridan dal sole e a la riva
cuopre la notte gi col pi Morrocco.

CANTO V
[Canto V, ove si tratta de la terza qualitade, cio di coloro che per cagione di vendicarsi d'alcuna ingiuria insino a la morte mettono in non calere di riconoscere s esser peccatori e soddisfare a Dio; de li quali nomina in persona messer Iacopo di Fano e Bonconte di Montefeltro.]


Io era gi da quell' ombre partito,
e seguitava l'orme del mio duca,
quando di retro a me, drizzando 'l dito,
una grid: Ve' che non par che luca
lo raggio da sinistra a quel di sotto,
e come vivo par che si conduca!.
Li occhi rivolsi al suon di questo motto,
e vidile guardar per maraviglia
pur me, pur me, e 'l lume ch'era rotto.
Perch l'animo tuo tanto s'impiglia,
disse 'l maestro, che l'andare allenti?
che ti fa ci che quivi si pispiglia?
Vien dietro a me, e lascia dir le genti:
sta come torre ferma, che non crolla
gi mai la cima per soffiar di venti;
ch sempre l'omo in cui pensier rampolla
sovra pensier, da s dilunga il segno,
perch la foga l'un de l'altro insolla.
Che potea io ridir, se non Io vegno?
Dissilo, alquanto del color consperso
che fa l'uom di perdon talvolta degno.
E 'ntanto per la costa di traverso
venivan genti innanzi a noi un poco,
cantando 'Miserere' a verso a verso.
Quando s'accorser ch'i' non dava loco
per lo mio corpo al trapassar d'i raggi,
mutar lor canto in un oh! lungo e roco;
e due di loro, in forma di messaggi,
corsero incontr' a noi e dimandarne:
Di vostra condizion fatene saggi.
E 'l mio maestro: Voi potete andarne
e ritrarre a color che vi mandaro
che 'l corpo di costui  vera carne.
Se per veder la sua ombra restaro,
com' io avviso, assai  lor risposto:
fccianli onore, ed esser pu lor caro.
Vapori accesi non vid' io s tosto
di prima notte mai fender sereno,
n, sol calando, nuvole d'agosto,
che color non tornasser suso in meno;
e, giunti l, con li altri a noi dier volta,
come schiera che scorre sanza freno.
Questa gente che preme a noi  molta,
e vegnonti a pregar, disse 'l poeta:
per pur va, e in andando ascolta.
O anima che vai per esser lieta
con quelle membra con le quai nascesti,
venian gridando, un poco il passo queta.
Guarda s'alcun di noi unqua vedesti,
s che di lui di l novella porti:
deh, perch vai? deh, perch non t'arresti?
Noi fummo tutti gi per forza morti,
e peccatori infino a l'ultima ora;
quivi lume del ciel ne fece accorti,
s che, pentendo e perdonando, fora
di vita uscimmo a Dio pacificati,
che del disio di s veder n'accora.
E io: Perch ne' vostri visi guati,
non riconosco alcun; ma s'a voi piace
cosa ch'io possa, spiriti ben nati,
voi dite, e io far per quella pace
che, dietro a' piedi di s fatta guida,
di mondo in mondo cercar mi si face.
E uno incominci: Ciascun si fida
del beneficio tuo sanza giurarlo,
pur che 'l voler nonpossa non ricida.
Ond' io, che solo innanzi a li altri parlo,
ti priego, se mai vedi quel paese
che siede tra Romagna e quel di Carlo,
che tu mi sie di tuoi prieghi cortese
in Fano, s che ben per me s'adori
pur ch'i' possa purgar le gravi offese.
Quindi fu' io; ma li profondi fri
ond' usc 'l sangue in sul quale io sedea,
fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,
l dov' io pi sicuro esser credea:
quel da Esti il f far, che m'avea in ira
assai pi l che dritto non volea.
Ma s'io fosse fuggito inver' la Mira,
quando fu' sovragiunto ad Oraco,
ancor sarei di l dove si spira.
Corsi al palude, e le cannucce e 'l braco
m'impigliar s ch'i' caddi; e l vid' io
de le mie vene farsi in terra laco.
Poi disse un altro: Deh, se quel disio
si compia che ti tragge a l'alto monte,
con buona petate aiuta il mio!
Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;
Giovanna o altri non ha di me cura;
per ch'io vo tra costor con bassa fronte.
E io a lui: Qual forza o qual ventura
ti trav s fuor di Campaldino,
che non si seppe mai tua sepultura?.
Oh!, rispuos' elli, a pi del Casentino
traversa un'acqua c'ha nome l'Archiano,
che sovra l'Ermo nasce in Apennino.
L 've 'l vocabol suo diventa vano,
arriva' io forato ne la gola,
fuggendo a piede e sanguinando il piano.
Quivi perdei la vista e la parola;
nel nome di Maria fini', e quivi
caddi, e rimase la mia carne sola.
Io dir vero, e tu 'l rid tra ' vivi:
l'angel di Dio mi prese, e quel d'inferno
gridava: "O tu del ciel, perch mi privi?
Tu te ne porti di costui l'etterno
per una lagrimetta che 'l mi toglie;
ma io far de l'altro altro governo!".
Ben sai come ne l'aere si raccoglie
quell' umido vapor che in acqua riede,
tosto che sale dove 'l freddo il coglie.
Giunse quel mal voler che pur mal chiede
con lo 'ntelletto, e mosse il fummo e 'l vento
per la virt che sua natura diede.
Indi la valle, come 'l d fu spento,
da Pratomagno al gran giogo coperse
di nebbia; e 'l ciel di sopra fece intento,
s che 'l pregno aere in acqua si converse;
la pioggia cadde, e a' fossati venne
di lei ci che la terra non sofferse;
e come ai rivi grandi si convenne,
ver' lo fiume real tanto veloce
si ruin, che nulla la ritenne.
Lo corpo mio gelato in su la foce
trov l'Archian rubesto; e quel sospinse
ne l'Arno, e sciolse al mio petto la croce
ch'i' fe' di me quando 'l dolor mi vinse;
voltmmi per le ripe e per lo fondo,
poi di sua preda mi coperse e cinse.
Deh, quando tu sarai tornato al mondo
e riposato de la lunga via,
seguit 'l terzo spirito al secondo,
ricorditi di me, che son la Pia;
Siena mi f, disfecemi Maremma:
salsi colui che 'nnanellata pria
disposando m'avea con la sua gemma.

CANTO VI
[Canto VI, dove si tratta di quella medesima qualitade, dove si purga la predetta mala volont di vendicare la 'ngiuria, e per questo si ritarda sua confessione, e dove truova e nomina Sordella da Mantua.]


Quando si parte il gioco de la zara,
colui che perde si riman dolente,
repetendo le volte, e tristo impara;
con l'altro se ne va tutta la gente;
qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,
e qual dallato li si reca a mente;
el non s'arresta, e questo e quello intende;
a cui porge la man, pi non fa pressa;
e cos da la calca si difende.
Tal era io in quella turba spessa,
volgendo a loro, e qua e l, la faccia,
e promettendo mi sciogliea da essa.
Quiv' era l'Aretin che da le braccia
fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,
e l'altro ch'anneg correndo in caccia.
Quivi pregava con le mani sporte
Federigo Novello, e quel da Pisa
che f parer lo buon Marzucco forte.
Vidi conte Orso e l'anima divisa
dal corpo suo per astio e per inveggia,
com' e' dicea, non per colpa commisa;
Pier da la Broccia dico; e qui proveggia,
mentr'  di qua, la donna di Brabante,
s che per non sia di peggior greggia.
Come libero fui da tutte quante
quell' ombre che pregar pur ch'altri prieghi,
s che s'avacci lor divenir sante,
io cominciai: El par che tu mi nieghi,
o luce mia, espresso in alcun testo
che decreto del cielo orazion pieghi;
e questa gente prega pur di questo:
sarebbe dunque loro speme vana,
o non m' 'l detto tuo ben manifesto?.
Ed elli a me: La mia scrittura  piana;
e la speranza di costor non falla,
se ben si guarda con la mente sana;
ch cima di giudicio non s'avvalla
perch foco d'amor compia in un punto
ci che de' sodisfar chi qui s'astalla;
e l dov' io fermai cotesto punto,
non s'ammendava, per pregar, difetto,
perch 'l priego da Dio era disgiunto.
Veramente a cos alto sospetto
non ti fermar, se quella nol ti dice
che lume fia tra 'l vero e lo 'ntelletto.
Non so se 'ntendi: io dico di Beatrice;
tu la vedrai di sopra, in su la vetta
di questo monte, ridere e felice.
E io: Segnore, andiamo a maggior fretta,
ch gi non m'affatico come dianzi,
e vedi omai che 'l poggio l'ombra getta.
Noi anderem con questo giorno innanzi,
rispuose, quanto pi potremo omai;
ma 'l fatto  d'altra forma che non stanzi.
Prima che sie l s, tornar vedrai
colui che gi si cuopre de la costa,
s che ' suoi raggi tu romper non fai.
Ma vedi l un'anima che, posta
sola soletta, inverso noi riguarda:
quella ne 'nsegner la via pi tosta.
Venimmo a lei: o anima lombarda,
come ti stavi altera e disdegnosa
e nel mover de li occhi onesta e tarda!
Ella non ci dica alcuna cosa,
ma lasciavane gir, solo sguardando
a guisa di leon quando si posa.
Pur Virgilio si trasse a lei, pregando
che ne mostrasse la miglior salita;
e quella non rispuose al suo dimando,
ma di nostro paese e de la vita
ci 'nchiese; e 'l dolce duca incominciava
Manta..., e l'ombra, tutta in s romita,
surse ver' lui del loco ove pria stava,
dicendo: O Mantoano, io son Sordello
de la tua terra!; e l'un l'altro abbracciava.
Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!
Quell' anima gentil fu cos presta,
sol per lo dolce suon de la sua terra,
di fare al cittadin suo quivi festa;
e ora in te non stanno sanza guerra
li vivi tuoi, e l'un l'altro si rode
di quei ch'un muro e una fossa serra.
Cerca, misera, intorno da le prode
le tue marine, e poi ti guarda in seno,
s'alcuna parte in te di pace gode.
Che val perch ti racconciasse il freno
Iustinano, se la sella  vta?
Sanz' esso fora la vergogna meno.
Ahi gente che dovresti esser devota,
e lasciar seder Cesare in la sella,
se bene intendi ci che Dio ti nota,
guarda come esta fiera  fatta fella
per non esser corretta da li sproni,
poi che ponesti mano a la predella.
O Alberto tedesco ch'abbandoni
costei ch' fatta indomita e selvaggia,
e dovresti inforcar li suoi arcioni,
giusto giudicio da le stelle caggia
sovra 'l tuo sangue, e sia novo e aperto,
tal che 'l tuo successor temenza n'aggia!
Ch'avete tu e 'l tuo padre sofferto,
per cupidigia di cost distretti,
che 'l giardin de lo 'mperio sia diserto.
Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,
Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:
color gi tristi, e questi con sospetti!
Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura
d'i tuoi gentili, e cura lor magagne;
e vedrai Santafior com'  oscura!
Vieni a veder la tua Roma che piagne
vedova e sola, e d e notte chiama:
Cesare mio, perch non m'accompagne?.
Vieni a veder la gente quanto s'ama!
e se nulla di noi piet ti move,
a vergognar ti vien de la tua fama.
E se licito m', o sommo Giove
che fosti in terra per noi crucifisso,
son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?
O  preparazion che ne l'abisso
del tuo consiglio fai per alcun bene
in tutto de l'accorger nostro scisso?
Ch le citt d'Italia tutte piene
son di tiranni, e un Marcel diventa
ogne villan che parteggiando viene.
Fiorenza mia, ben puoi esser contenta
di questa digression che non ti tocca,
merc del popol tuo che si argomenta.
Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca
per non venir sanza consiglio a l'arco;
ma il popol tuo l'ha in sommo de la bocca.
Molti rifiutan lo comune incarco;
ma il popol tuo solicito risponde
sanza chiamare, e grida: I' mi sobbarco!.
Or ti fa lieta, ch tu hai ben onde:
tu ricca, tu con pace e tu con senno!
S'io dico 'l ver, l'effetto nol nasconde.
Atene e Lacedemona, che fenno
l'antiche leggi e furon s civili,
fecero al viver bene un picciol cenno
verso di te, che fai tanto sottili
provedimenti, ch'a mezzo novembre
non giugne quel che tu d'ottobre fili.
Quante volte, del tempo che rimembre,
legge, moneta, officio e costume
hai tu mutato, e rinovate membre!
E se ben ti ricordi e vedi lume,
vedrai te somigliante a quella inferma
che non pu trovar posa in su le piume,
ma con dar volta suo dolore scherma.

CANTO VII
[Canto VII, dove si purga la quarta qualitade di coloro che, per propria negligenza, di die in die di qui all'ultimo giorno di loro vita tardaro indebitamente loro confessione; li quali si purgano in uno vallone intra fiori ed erbe; dove nomina il re Carlo e molti altri.]


Poscia che l'accoglienze oneste e liete
furo iterate tre e quattro volte,
Sordel si trasse, e disse: Voi, chi siete?.
Anzi che a questo monte fosser volte
l'anime degne di salire a Dio,
fur l'ossa mie per Ottavian sepolte.
Io son Virgilio; e per null' altro rio
lo ciel perdei che per non aver f.
Cos rispuose allora il duca mio.
Qual  colui che cosa innanzi s
sbita vede ond' e' si maraviglia,
che crede e non, dicendo Ella ... non ...,
tal parve quelli; e poi chin le ciglia,
e umilmente ritorn ver' lui,
e abbraccil l 've 'l minor s'appiglia.
O gloria di Latin, disse, per cui
mostr ci che potea la lingua nostra,
o pregio etterno del loco ond' io fui,
qual merito o qual grazia mi ti mostra?
S'io son d'udir le tue parole degno,
dimmi se vien d'inferno, e di qual chiostra.
Per tutt' i cerchi del dolente regno,
rispuose lui, son io di qua venuto;
virt del ciel mi mosse, e con lei vegno.
Non per far, ma per non fare ho perduto
a veder l'alto Sol che tu disiri
e che fu tardi per me conosciuto.
Luogo  l gi non tristo di martri,
ma di tenebre solo, ove i lamenti
non suonan come guai, ma son sospiri.
Quivi sto io coi pargoli innocenti
dai denti morsi de la morte avante
che fosser da l'umana colpa essenti;
quivi sto io con quei che le tre sante
virt non si vestiro, e sanza vizio
conobber l'altre e seguir tutte quante.
Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio
d noi per che venir possiam pi tosto
l dove purgatorio ha dritto inizio.
Rispuose: Loco certo non c' posto;
licito m' andar suso e intorno;
per quanto ir posso, a guida mi t'accosto.
Ma vedi gi come dichina il giorno,
e andar s di notte non si puote;
per  buon pensar di bel soggiorno.
Anime sono a destra qua remote;
se mi consenti, io ti merr ad esse,
e non sanza diletto ti fier note.
Com'  ci?, fu risposto. Chi volesse
salir di notte, fora elli impedito
d'altrui, o non sarria ch non potesse?.
E 'l buon Sordello in terra freg 'l dito,
dicendo: Vedi? sola questa riga
non varcheresti dopo 'l sol partito:
non per ch'altra cosa desse briga,
che la notturna tenebra, ad ir suso;
quella col nonpoder la voglia intriga.
Ben si poria con lei tornare in giuso
e passeggiar la costa intorno errando,
mentre che l'orizzonte il d tien chiuso.
Allora il mio segnor, quasi ammirando,
Menane, disse, dunque l 've dici
ch'aver si pu diletto dimorando.
Poco allungati c'eravam di lici,
quand' io m'accorsi che 'l monte era scemo,
a guisa che i vallon li sceman quici.
Col, disse quell' ombra, n'anderemo
dove la costa face di s grembo;
e l il novo giorno attenderemo.
Tra erto e piano era un sentiero schembo,
che ne condusse in fianco de la lacca,
l dove pi ch'a mezzo muore il lembo.
Oro e argento fine, cocco e biacca,
indaco, legno lucido e sereno,
fresco smeraldo in l'ora che si fiacca,
da l'erba e da li fior, dentr' a quel seno
posti, ciascun saria di color vinto,
come dal suo maggiore  vinto il meno.
Non avea pur natura ivi dipinto,
ma di soavit di mille odori
vi facea uno incognito e indistinto.
'Salve, Regina' in sul verde e 'n su' fiori
quindi seder cantando anime vidi,
che per la valle non parean di fuori.
Prima che 'l poco sole omai s'annidi,
cominci 'l Mantoan che ci avea vlti,
tra color non vogliate ch'io vi guidi.
Di questo balzo meglio li atti e ' volti
conoscerete voi di tutti quanti,
che ne la lama gi tra essi accolti.
Colui che pi siede alto e fa sembianti
d'aver negletto ci che far dovea,
e che non move bocca a li altrui canti,
Rodolfo imperador fu, che potea
sanar le piaghe c'hanno Italia morta,
s che tardi per altri si ricrea.
L'altro che ne la vista lui conforta,
resse la terra dove l'acqua nasce
che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta:
Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce
fu meglio assai che Vincislao suo figlio
barbuto, cui lussuria e ozio pasce.
E quel nasetto che stretto a consiglio
par con colui c'ha s benigno aspetto,
mor fuggendo e disfiorando il giglio:
guardate l come si batte il petto!
L'altro vedete c'ha fatto a la guancia
de la sua palma, sospirando, letto.
Padre e suocero son del mal di Francia:
sanno la vita sua viziata e lorda,
e quindi viene il duol che s li lancia.
Quel che par s membruto e che s'accorda,
cantando, con colui dal maschio naso,
d'ogne valor port cinta la corda;
e se re dopo lui fosse rimaso
lo giovanetto che retro a lui siede,
ben andava il valor di vaso in vaso,
che non si puote dir de l'altre rede;
Iacomo e Federigo hanno i reami;
del retaggio miglior nessun possiede.
Rade volte risurge per li rami
l'umana probitate; e questo vole
quei che la d, perch da lui si chiami.
Anche al nasuto vanno mie parole
non men ch'a l'altro, Pier, che con lui canta,
onde Puglia e Proenza gi si dole.
Tant'  del seme suo minor la pianta,
quanto, pi che Beatrice e Margherita,
Costanza di marito ancor si vanta.
Vedete il re de la semplice vita
seder l solo, Arrigo d'Inghilterra:
questi ha ne' rami suoi migliore uscita.
Quel che pi basso tra costor s'atterra,
guardando in suso,  Guiglielmo marchese,
per cui e Alessandria e la sua guerra
fa pianger Monferrato e Canavese.

CANTO VIII
[Canto VIII, dove si tratta de la quinta qualitade, cio di coloro che, per timore di non perdere onore e signoria e offizi e massimalmente per non ritrarre le mani da l'utilit de la pecunia, si tardaro a confessare di qui a l'ultima ora di loro vita e non facendo penitenza di lor peccati; dove nomina iudice Nino e Currado marchese Malespini.]


Era gi l'ora che volge il disio
ai navicanti e 'ntenerisce il core
lo d c'han detto ai dolci amici addio;
e che lo novo peregrin d'amore
punge, se ode squilla di lontano
che paia il giorno pianger che si more;
quand' io incominciai a render vano
l'udire e a mirare una de l'alme
surta, che l'ascoltar chiedea con mano.
Ella giunse e lev ambo le palme,
ficcando li occhi verso l'orente,
come dicesse a Dio: 'D'altro non calme'.
'Te lucis ante' s devotamente
le usco di bocca e con s dolci note,
che fece me a me uscir di mente;
e l'altre poi dolcemente e devote
seguitar lei per tutto l'inno intero,
avendo li occhi a le superne rote.
Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,
ch 'l velo  ora ben tanto sottile,
certo che 'l trapassar dentro  leggero.
Io vidi quello essercito gentile
tacito poscia riguardare in se,
quasi aspettando, palido e umle;
e vidi uscir de l'alto e scender gie
due angeli con due spade affocate,
tronche e private de le punte sue.
Verdi come fogliette pur mo nate
erano in veste, che da verdi penne
percosse traean dietro e ventilate.
L'un poco sovra noi a star si venne,
e l'altro scese in l'opposita sponda,
s che la gente in mezzo si contenne.
Ben discerna in lor la testa bionda;
ma ne la faccia l'occhio si smarria,
come virt ch'a troppo si confonda.
Ambo vegnon del grembo di Maria,
disse Sordello, a guardia de la valle,
per lo serpente che verr vie via.
Ond' io, che non sapeva per qual calle,
mi volsi intorno, e stretto m'accostai,
tutto gelato, a le fidate spalle.
E Sordello anco: Or avvalliamo omai
tra le grandi ombre, e parleremo ad esse;
grazoso fia lor vedervi assai.
Solo tre passi credo ch'i' scendesse,
e fui di sotto, e vidi un che mirava
pur me, come conoscer mi volesse.
Temp' era gi che l'aere s'annerava,
ma non s che tra li occhi suoi e ' miei
non dichiarisse ci che pria serrava.
Ver' me si fece, e io ver' lui mi fei:
giudice Nin gentil, quanto mi piacque
quando ti vidi non esser tra ' rei!
Nullo bel salutar tra noi si tacque;
poi dimand: Quant'  che tu venisti
a pi del monte per le lontane acque?.
Oh!, diss' io lui, per entro i luoghi tristi
venni stamane, e sono in prima vita,
ancor che l'altra, s andando, acquisti.
E come fu la mia risposta udita,
Sordello ed elli in dietro si raccolse
come gente di sbito smarrita.
L'uno a Virgilio e l'altro a un si volse
che sedea l, gridando: S, Currado!
vieni a veder che Dio per grazia volse.
Poi, vlto a me: Per quel singular grado
che tu dei a colui che s nasconde
lo suo primo perch, che non l  guado,
quando sarai di l da le larghe onde,
d a Giovanna mia che per me chiami
l dove a li 'nnocenti si risponde.
Non credo che la sua madre pi m'ami,
poscia che trasmut le bianche bende,
le quai convien che, misera!, ancor brami.
Per lei assai di lieve si comprende
quanto in femmina foco d'amor dura,
se l'occhio o 'l tatto spesso non l'accende.
Non le far s bella sepultura
la vipera che Melanesi accampa,
com' avria fatto il gallo di Gallura.
Cos dicea, segnato de la stampa,
nel suo aspetto, di quel dritto zelo
che misuratamente in core avvampa.
Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo,
pur l dove le stelle son pi tarde,
s come rota pi presso a lo stelo.
E 'l duca mio: Figliuol, che l s guarde?.
E io a lui: A quelle tre facelle
di che 'l polo di qua tutto quanto arde.
Ond' elli a me: Le quattro chiare stelle
che vedevi staman, son di l basse,
e queste son salite ov' eran quelle.
Com' ei parlava, e Sordello a s il trasse
dicendo: Vedi l 'l nostro avversaro;
e drizz il dito perch 'n l guardasse.
Da quella parte onde non ha riparo
la picciola vallea, era una biscia,
forse qual diede ad Eva il cibo amaro.
Tra l'erba e ' fior vena la mala striscia,
volgendo ad ora ad or la testa, e 'l dosso
leccando come bestia che si liscia.
Io non vidi, e per dicer non posso,
come mosser li astor celestali;
ma vidi bene e l'uno e l'altro mosso.
Sentendo fender l'aere a le verdi ali,
fugg 'l serpente, e li angeli dier volta,
suso a le poste rivolando iguali.
L'ombra che s'era al giudice raccolta
quando chiam, per tutto quello assalto
punto non fu da me guardare sciolta.
Se la lucerna che ti mena in alto
truovi nel tuo arbitrio tanta cera
quant'  mestiere infino al sommo smalto,
cominci ella, se novella vera
di Val di Magra o di parte vicina
sai, dillo a me, che gi grande l era.
Fui chiamato Currado Malaspina;
non son l'antico, ma di lui discesi;
a' miei portai l'amor che qui raffina.
Oh!, diss' io lui, per li vostri paesi
gi mai non fui; ma dove si dimora
per tutta Europa ch'ei non sien palesi?
La fama che la vostra casa onora,
grida i segnori e grida la contrada,
s che ne sa chi non vi fu ancora;
e io vi giuro, s'io di sopra vada,
che vostra gente onrata non si sfregia
del pregio de la borsa e de la spada.
Uso e natura s la privilegia,
che, perch il capo reo il mondo torca,
sola va dritta e 'l mal cammin dispregia.
Ed elli: Or va; che 'l sol non si ricorca
sette volte nel letto che 'l Montone
con tutti e quattro i pi cuopre e inforca,
che cotesta cortese oppinone
ti fia chiavata in mezzo de la testa
con maggior chiovi che d'altrui sermone,
se corso di giudicio non s'arresta.

CANTO IX
[Canto IX, nel quale pone l'auttore uno suo significativo sogno; e poi come pervennero a l'entrata del purgatorio proprio, descrivendo come ne l'entrata di purgatorio trovoe uno angelo che con la punta de la spada che portava in mano scrisse ne la fronte di Dante sette P.]


La concubina di Titone antico
gi s'imbiancava al balco d'orente,
fuor de le braccia del suo dolce amico;
di gemme la sua fronte era lucente,
poste in figura del freddo animale
che con la coda percuote la gente;
e la notte, de' passi con che sale,
fatti avea due nel loco ov' eravamo,
e 'l terzo gi chinava in giuso l'ale;
quand' io, che meco avea di quel d'Adamo,
vinto dal sonno, in su l'erba inchinai
l 've gi tutti e cinque sedavamo.
Ne l'ora che comincia i tristi lai
la rondinella presso a la mattina,
forse a memoria de' suo' primi guai,
e che la mente nostra, peregrina
pi da la carne e men da' pensier presa,
a le sue vison quasi  divina,
in sogno mi parea veder sospesa
un'aguglia nel ciel con penne d'oro,
con l'ali aperte e a calare intesa;
ed esser mi parea l dove fuoro
abbandonati i suoi da Ganimede,
quando fu ratto al sommo consistoro.
Fra me pensava: 'Forse questa fiede
pur qui per uso, e forse d'altro loco
disdegna di portarne suso in piede'.
Poi mi parea che, poi rotata un poco,
terribil come folgor discendesse,
e me rapisse suso infino al foco.
Ivi parea che ella e io ardesse;
e s lo 'ncendio imaginato cosse,
che convenne che 'l sonno si rompesse.
Non altrimenti Achille si riscosse,
li occhi svegliati rivolgendo in giro
e non sappiendo l dove si fosse,
quando la madre da Chirn a Schiro
trafugg lui dormendo in le sue braccia,
l onde poi li Greci il dipartiro;
che mi scoss' io, s come da la faccia
mi fugg 'l sonno, e diventa' ismorto,
come fa l'uom che, spaventato, agghiaccia.
Dallato m'era solo il mio conforto,
e 'l sole er' alto gi pi che due ore,
e 'l viso m'era a la marina torto.
Non aver tema, disse il mio segnore;
fatti sicur, ch noi semo a buon punto;
non stringer, ma rallarga ogne vigore.
Tu se' omai al purgatorio giunto:
vedi l il balzo che 'l chiude dintorno;
vedi l'entrata l 've par digiunto.
Dianzi, ne l'alba che procede al giorno,
quando l'anima tua dentro dormia,
sovra li fiori ond'  l gi addorno
venne una donna, e disse: "I' son Lucia;
lasciatemi pigliar costui che dorme;
s l'agevoler per la sua via".
Sordel rimase e l'altre genti forme;
ella ti tolse, e come 'l d fu chiaro,
sen venne suso; e io per le sue orme.
Qui ti pos, ma pria mi dimostraro
li occhi suoi belli quella intrata aperta;
poi ella e 'l sonno ad una se n'andaro.
A guisa d'uom che 'n dubbio si raccerta
e che muta in conforto sua paura,
poi che la verit li  discoperta,
mi cambia' io; e come sanza cura
vide me 'l duca mio, su per lo balzo
si mosse, e io di rietro inver' l'altura.
Lettor, tu vedi ben com' io innalzo
la mia matera, e per con pi arte
non ti maravigliar s'io la rincalzo.
Noi ci appressammo, ed eravamo in parte
che l dove pareami prima rotto,
pur come un fesso che muro diparte,
vidi una porta, e tre gradi di sotto
per gire ad essa, di color diversi,
e un portier ch'ancor non facea motto.
E come l'occhio pi e pi v'apersi,
vidil seder sovra 'l grado sovrano,
tal ne la faccia ch'io non lo soffersi;
e una spada nuda ava in mano,
che refletta i raggi s ver' noi,
ch'io dirizzava spesso il viso in vano.
Dite costinci: che volete voi?,
cominci elli a dire, ov'  la scorta?
Guardate che 'l venir s non vi ni.
Donna del ciel, di queste cose accorta,
rispuose 'l mio maestro a lui, pur dianzi
ne disse: "Andate l: quivi  la porta".
Ed ella i passi vostri in bene avanzi,
ricominci il cortese portinaio:
Venite dunque a' nostri gradi innanzi.
L ne venimmo; e lo scaglion primaio
bianco marmo era s pulito e terso,
ch'io mi specchiai in esso qual io paio.
Era il secondo tinto pi che perso,
d'una petrina ruvida e arsiccia,
crepata per lo lungo e per traverso.
Lo terzo, che di sopra s'ammassiccia,
porfido mi parea, s fiammeggiante
come sangue che fuor di vena spiccia.
Sovra questo tena ambo le piante
l'angel di Dio sedendo in su la soglia
che mi sembiava pietra di diamante.
Per li tre gradi s di buona voglia
mi trasse il duca mio, dicendo: Chiedi
umilemente che 'l serrame scioglia.
Divoto mi gittai a' santi piedi;
misericordia chiesi e ch'el m'aprisse,
ma tre volte nel petto pria mi diedi.
Sette P ne la fronte mi descrisse
col punton de la spada, e Fa che lavi,
quando se' dentro, queste piaghe disse.
Cenere, o terra che secca si cavi,
d'un color fora col suo vestimento;
e di sotto da quel trasse due chiavi.
L'una era d'oro e l'altra era d'argento;
pria con la bianca e poscia con la gialla
fece a la porta s, ch'i' fu' contento.
Quandunque l'una d'este chiavi falla,
che non si volga dritta per la toppa,
diss' elli a noi, non s'apre questa calla.
Pi cara  l'una; ma l'altra vuol troppa
d'arte e d'ingegno avanti che diserri,
perch' ella  quella che 'l nodo digroppa.
Da Pier le tegno; e dissemi ch'i' erri
anzi ad aprir ch'a tenerla serrata,
pur che la gente a' piedi mi s'atterri.
Poi pinse l'uscio a la porta sacrata,
dicendo: Intrate; ma facciovi accorti
che di fuor torna chi 'n dietro si guata.
E quando fuor ne' cardini distorti
li spigoli di quella regge sacra,
che di metallo son sonanti e forti,
non rugghi s n si mostr s acra
Tarpa, come tolto le fu il buono
Metello, per che poi rimase macra.
Io mi rivolsi attento al primo tuono,
e 'Te Deum laudamus' mi parea
udire in voce mista al dolce suono.
Tale imagine a punto mi rendea
ci ch'io udiva, qual prender si suole
quando a cantar con organi si stea;
ch'or s or no s'intendon le parole.

CANTO X
[Canto X, dove si tratta del primo girone del proprio purgatorio, il quale luogo discrive l'auttore sotto certi intagli d'antiche imagini; e qui si purga la colpa de la superbia.]


Poi fummo dentro al soglio de la porta
che 'l mal amor de l'anime disusa,
perch fa parer dritta la via torta,
sonando la senti' esser richiusa;
e s'io avesse li occhi vlti ad essa,
qual fora stata al fallo degna scusa?
Noi salavam per una pietra fessa,
che si moveva e d'una e d'altra parte,
s come l'onda che fugge e s'appressa.
Qui si conviene usare un poco d'arte,
cominci 'l duca mio, in accostarsi
or quinci, or quindi al lato che si parte.
E questo fece i nostri passi scarsi,
tanto che pria lo scemo de la luna
rigiunse al letto suo per ricorcarsi,
che noi fossimo fuor di quella cruna;
ma quando fummo liberi e aperti
s dove il monte in dietro si rauna,
o stancato e amendue incerti
di nostra via, restammo in su un piano
solingo pi che strade per diserti.
Da la sua sponda, ove confina il vano,
al pi de l'alta ripa che pur sale,
misurrebbe in tre volte un corpo umano;
e quanto l'occhio mio potea trar d'ale,
or dal sinistro e or dal destro fianco,
questa cornice mi parea cotale.
L s non eran mossi i pi nostri anco,
quand' io conobbi quella ripa intorno
che dritto di salita aveva manco,
esser di marmo candido e addorno
d'intagli s, che non pur Policleto,
ma la natura l avrebbe scorno.
L'angel che venne in terra col decreto
de la molt' anni lagrimata pace,
ch'aperse il ciel del suo lungo divieto,
dinanzi a noi pareva s verace
quivi intagliato in un atto soave,
che non sembiava imagine che tace.
Giurato si saria ch'el dicesse 'Ave!';
perch iv' era imaginata quella
ch'ad aprir l'alto amor volse la chiave;
e avea in atto impressa esta favella
'Ecce ancilla De', propriamente
come figura in cera si suggella.
Non tener pur ad un loco la mente,
disse 'l dolce maestro, che m'avea
da quella parte onde 'l cuore ha la gente.
Per ch'i' mi mossi col viso, e vedea
di retro da Maria, da quella costa
onde m'era colui che mi movea,
un'altra storia ne la roccia imposta;
per ch'io varcai Virgilio, e fe'mi presso,
acci che fosse a li occhi miei disposta.
Era intagliato l nel marmo stesso
lo carro e ' buoi, traendo l'arca santa,
per che si teme officio non commesso.
Dinanzi parea gente; e tutta quanta,
partita in sette cori, a' due mie' sensi
faceva dir l'un 'No', l'altro 'S, canta'.
Similemente al fummo de li 'ncensi
che v'era imaginato, li occhi e 'l naso
e al s e al no discordi fensi.
L precedeva al benedetto vaso,
trescando alzato, l'umile salmista,
e pi e men che re era in quel caso.
Di contra, effigata ad una vista
d'un gran palazzo, Micl ammirava
s come donna dispettosa e trista.
I' mossi i pi del loco dov' io stava,
per avvisar da presso un'altra istoria,
che di dietro a Micl mi biancheggiava.
Quiv' era storata l'alta gloria
del roman principato, il cui valore
mosse Gregorio a la sua gran vittoria;
i' dico di Traiano imperadore;
e una vedovella li era al freno,
di lagrime atteggiata e di dolore.
Intorno a lui parea calcato e pieno
di cavalieri, e l'aguglie ne l'oro
sovr' essi in vista al vento si movieno.
La miserella intra tutti costoro
pareva dir: Segnor, fammi vendetta
di mio figliuol ch' morto, ond' io m'accoro;
ed elli a lei rispondere: Or aspetta
tanto ch'i' torni; e quella: Segnor mio,
come persona in cui dolor s'affretta,
se tu non torni?; ed ei: Chi fia dov' io,
la ti far; ed ella: L'altrui bene
a te che fia, se 'l tuo metti in oblio?;
ond' elli: Or ti conforta; ch'ei convene
ch'i' solva il mio dovere anzi ch'i' mova:
giustizia vuole e piet mi ritene.
Colui che mai non vide cosa nova
produsse esto visibile parlare,
novello a noi perch qui non si trova.
Mentr' io mi dilettava di guardare
l'imagini di tante umilitadi,
e per lo fabbro loro a veder care,
Ecco di qua, ma fanno i passi radi,
mormorava il poeta, molte genti:
questi ne 'nveranno a li alti gradi.
Li occhi miei, ch'a mirare eran contenti
per veder novitadi ond' e' son vaghi,
volgendosi ver' lui non furon lenti.
Non vo' per, lettor, che tu ti smaghi
di buon proponimento per udire
come Dio vuol che 'l debito si paghi.
Non attender la forma del martre:
pensa la succession; pensa ch'al peggio
oltre la gran sentenza non pu ire.
Io cominciai: Maestro, quel ch'io veggio
muovere a noi, non mi sembian persone,
e non so che, s nel veder vaneggio.
Ed elli a me: La grave condizione
di lor tormento a terra li rannicchia,
s che ' miei occhi pria n'ebber tencione.
Ma guarda fiso l, e disviticchia
col viso quel che vien sotto a quei sassi:
gi scorger puoi come ciascun si picchia.
O superbi cristian, miseri lassi,
che, de la vista de la mente infermi,
fidanza avete ne' retrosi passi,
non v'accorgete voi che noi siam vermi
nati a formar l'angelica farfalla,
che vola a la giustizia sanza schermi?
Di che l'animo vostro in alto galla,
poi siete quasi antomata in difetto,
s come vermo in cui formazion falla?
Come per sostentar solaio o tetto,
per mensola talvolta una figura
si vede giugner le ginocchia al petto,
la qual fa del non ver vera rancura
nascere 'n chi la vede; cos fatti
vid' io color, quando puosi ben cura.
Vero  che pi e meno eran contratti
secondo ch'avien pi e meno a dosso;
e qual pi pazenza avea ne li atti,
piangendo parea dicer: 'Pi non posso'.

CANTO XI
[Canto XI, nel quale si tratta del sopradetto primo girone e de' superbi medesimi, e qui si purga la vana gloria ch' uno de' rami de la superbia; dove nomina il conte Uberto da Santafiore e messer Provenzano Salvani di Siena e molti altri.]


O Padre nostro, che ne' cieli stai,
non circunscritto, ma per pi amore
ch'ai primi effetti di l s tu hai,
laudato sia 'l tuo nome e 'l tuo valore
da ogne creatura, com'  degno
di render grazie al tuo dolce vapore.
Vegna ver' noi la pace del tuo regno,
ch noi ad essa non potem da noi,
s'ella non vien, con tutto nostro ingegno.
Come del suo voler li angeli tuoi
fan sacrificio a te, cantando osanna,
cos facciano li uomini de' suoi.
D oggi a noi la cotidiana manna,
sanza la qual per questo aspro diserto
a retro va chi pi di gir s'affanna.
E come noi lo mal ch'avem sofferto
perdoniamo a ciascuno, e tu perdona
benigno, e non guardar lo nostro merto.
Nostra virt che di legger s'adona,
non spermentar con l'antico avversaro,
ma libera da lui che s la sprona.
Quest' ultima preghiera, segnor caro,
gi non si fa per noi, ch non bisogna,
ma per color che dietro a noi restaro.
Cos a s e noi buona ramogna
quell' ombre orando, andavan sotto 'l pondo,
simile a quel che talvolta si sogna,
disparmente angosciate tutte a tondo
e lasse su per la prima cornice,
purgando la caligine del mondo.
Se di l sempre ben per noi si dice,
di qua che dire e far per lor si puote
da quei c'hanno al voler buona radice?
Ben si de' loro atar lavar le note
che portar quinci, s che, mondi e lievi,
possano uscire a le stellate ruote.
Deh, se giustizia e piet vi disgrievi
tosto, s che possiate muover l'ala,
che secondo il disio vostro vi lievi,
mostrate da qual mano inver' la scala
si va pi corto; e se c' pi d'un varco,
quel ne 'nsegnate che men erto cala;
ch questi che vien meco, per lo 'ncarco
de la carne d'Adamo onde si veste,
al montar s, contra sua voglia,  parco.
Le lor parole, che rendero a queste
che dette avea colui cu' io seguiva,
non fur da cui venisser manifeste;
ma fu detto: A man destra per la riva
con noi venite, e troverete il passo
possibile a salir persona viva.
E s'io non fossi impedito dal sasso
che la cervice mia superba doma,
onde portar convienmi il viso basso,
cotesti, ch'ancor vive e non si noma,
guardere' io, per veder s'i' 'l conosco,
e per farlo pietoso a questa soma.
Io fui latino e nato d'un gran Tosco:
Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;
non so se 'l nome suo gi mai fu vosco.
L'antico sangue e l'opere leggiadre
d'i miei maggior mi fer s arrogante,
che, non pensando a la comune madre,
ogn' uomo ebbi in despetto tanto avante,
ch'io ne mori', come i Sanesi sanno,
e sallo in Campagnatico ogne fante.
Io sono Omberto; e non pur a me danno
superbia fa, ch tutti miei consorti
ha ella tratti seco nel malanno.
E qui convien ch'io questo peso porti
per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,
poi ch'io nol fe' tra ' vivi, qui tra ' morti.
Ascoltando chinai in gi la faccia;
e un di lor, non questi che parlava,
si torse sotto il peso che li 'mpaccia,
e videmi e conobbemi e chiamava,
tenendo li occhi con fatica fisi
a me che tutto chin con loro andava.
Oh!, diss' io lui, non se' tu Oderisi,
l'onor d'Agobbio e l'onor di quell' arte
ch'alluminar chiamata  in Parisi?.
Frate, diss' elli, pi ridon le carte
che pennelleggia Franco Bolognese;
l'onore  tutto or suo, e mio in parte.
Ben non sare' io stato s cortese
mentre ch'io vissi, per lo gran disio
de l'eccellenza ove mio core intese.
Di tal superbia qui si paga il fio;
e ancor non sarei qui, se non fosse
che, possendo peccar, mi volsi a Dio.
Oh vana gloria de l'umane posse!
com' poco verde in su la cima dura,
se non  giunta da l'etati grosse!
Credette Cimabue ne la pittura
tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
s che la fama di colui  scura.
Cos ha tolto l'uno a l'altro Guido
la gloria de la lingua; e forse  nato
chi l'uno e l'altro caccer del nido.
Non  il mondan romore altro ch'un fiato
di vento, ch'or vien quinci e or vien quindi,
e muta nome perch muta lato.
Che voce avrai tu pi, se vecchia scindi
da te la carne, che se fossi morto
anzi che tu lasciassi il 'pappo' e 'l 'dindi',
pria che passin mill' anni? ch' pi corto
spazio a l'etterno, ch'un muover di ciglia
al cerchio che pi tardi in cielo  torto.
Colui che del cammin s poco piglia
dinanzi a me, Toscana son tutta;
e ora a pena in Siena sen pispiglia,
ond' era sire quando fu distrutta
la rabbia fiorentina, che superba
fu a quel tempo s com' ora  putta.
La vostra nominanza  color d'erba,
che viene e va, e quei la discolora
per cui ella esce de la terra acerba.
E io a lui: Tuo vero dir m'incora
bona umilt, e gran tumor m'appiani;
ma chi  quei di cui tu parlavi ora?.
Quelli , rispuose, Provenzan Salvani;
ed  qui perch fu presuntoso
a recar Siena tutta a le sue mani.
Ito  cos e va, sanza riposo,
poi che mor; cotal moneta rende
a sodisfar chi  di l troppo oso.
E io: Se quello spirito ch'attende,
pria che si penta, l'orlo de la vita,
qua gi dimora e qua s non ascende,
se buona orazon lui non aita,
prima che passi tempo quanto visse,
come fu la venuta lui largita?.
Quando vivea pi gloroso, disse,
liberamente nel Campo di Siena,
ogne vergogna diposta, s'affisse;
e l, per trar l'amico suo di pena,
ch'e' sostenea ne la prigion di Carlo,
si condusse a tremar per ogne vena.
Pi non dir, e scuro so che parlo;
ma poco tempo andr, che ' tuoi vicini
faranno s che tu potrai chiosarlo.
Quest' opera li tolse quei confini.

CANTO XII
[Canto XII, ove si tratta del secondo girone dove si sono intagliate certe imagini antiche de' superbi; e quivi si puniscono li superbi medesimi.]


Di pari, come buoi che vanno a giogo,
m'andava io con quell' anima carca,
fin che 'l sofferse il dolce pedagogo.
Ma quando disse: Lascia lui e varca;
ch qui  buono con l'ali e coi remi,
quantunque pu, ciascun pinger sua barca;
dritto s come andar vuolsi rife'mi
con la persona, avvegna che i pensieri
mi rimanessero e chinati e scemi.
Io m'era mosso, e seguia volontieri
del mio maestro i passi, e amendue
gi mostravam com' eravam leggeri;
ed el mi disse: Volgi li occhi in gie:
buon ti sar, per tranquillar la via,
veder lo letto de le piante tue.
Come, perch di lor memoria sia,
sovra i sepolti le tombe terragne
portan segnato quel ch'elli eran pria,
onde l molte volte si ripiagne
per la puntura de la rimembranza,
che solo a' pi d de le calcagne;
s vid' io l, ma di miglior sembianza
secondo l'artificio, figurato
quanto per via di fuor del monte avanza.
Vedea colui che fu nobil creato
pi ch'altra creatura, gi dal cielo
folgoreggiando scender, da l'un lato.
Veda Brareo fitto dal telo
celestal giacer, da l'altra parte,
grave a la terra per lo mortal gelo.
Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte,
armati ancora, intorno al padre loro,
mirar le membra d'i Giganti sparte.
Vedea Nembrt a pi del gran lavoro
quasi smarrito, e riguardar le genti
che 'n Sennar con lui superbi fuoro.
O Nob, con che occhi dolenti
vedea io te segnata in su la strada,
tra sette e sette tuoi figliuoli spenti!
O Sal, come in su la propria spada
quivi parevi morto in Gelbo,
che poi non sent pioggia n rugiada!
O folle Aragne, s vedea io te
gi mezza ragna, trista in su li stracci
de l'opera che mal per te si f.
O Robom, gi non par che minacci
quivi 'l tuo segno; ma pien di spavento
nel porta un carro, sanza ch'altri il cacci.
Mostrava ancor lo duro pavimento
come Almeon a sua madre f caro
parer lo sventurato addornamento.
Mostrava come i figli si gittaro
sovra Sennacherb dentro dal tempio,
e come, morto lui, quivi il lasciaro.
Mostrava la ruina e 'l crudo scempio
che f Tamiri, quando disse a Ciro:
Sangue sitisti, e io di sangue t'empio.
Mostrava come in rotta si fuggiro
li Assiri, poi che fu morto Oloferne,
e anche le reliquie del martiro.
Vedeva Troia in cenere e in caverne;
o Iln, come te basso e vile
mostrava il segno che l si discerne!
Qual di pennel fu maestro o di stile
che ritraesse l'ombre e ' tratti ch'ivi
mirar farieno uno ingegno sottile?
Morti li morti e i vivi parean vivi:
non vide mei di me chi vide il vero,
quant' io calcai, fin che chinato givi.
Or superbite, e via col viso altero,
figliuoli d'Eva, e non chinate il volto
s che veggiate il vostro mal sentero!
Pi era gi per noi del monte vlto
e del cammin del sole assai pi speso
che non stimava l'animo non sciolto,
quando colui che sempre innanzi atteso
andava, cominci: Drizza la testa;
non  pi tempo di gir s sospeso.
Vedi col un angel che s'appresta
per venir verso noi; vedi che torna
dal servigio del d l'ancella sesta.
Di reverenza il viso e li atti addorna,
s che i diletti lo 'nvarci in suso;
pensa che questo d mai non raggiorna!.
Io era ben del suo ammonir uso
pur di non perder tempo, s che 'n quella
materia non potea parlarmi chiuso.
A noi vena la creatura bella,
biancovestito e ne la faccia quale
par tremolando mattutina stella.
Le braccia aperse, e indi aperse l'ale;
disse: Venite: qui son presso i gradi,
e agevolemente omai si sale.
A questo invito vegnon molto radi:
o gente umana, per volar s nata,
perch a poco vento cos cadi?.
Menocci ove la roccia era tagliata;
quivi mi batt l'ali per la fronte;
poi mi promise sicura l'andata.
Come a man destra, per salire al monte
dove siede la chiesa che soggioga
la ben guidata sopra Rubaconte,
si rompe del montar l'ardita foga
per le scalee che si fero ad etade
ch'era sicuro il quaderno e la doga;
cos s'allenta la ripa che cade
quivi ben ratta da l'altro girone;
ma quinci e quindi l'alta pietra rade.
Noi volgendo ivi le nostre persone,
'Beati pauperes spiritu!' voci
cantaron s, che nol diria sermone.
Ahi quanto son diverse quelle foci
da l'infernali! ch quivi per canti
s'entra, e l gi per lamenti feroci.
Gi montavam su per li scaglion santi,
ed esser mi parea troppo pi lieve
che per lo pian non mi parea davanti.
Ond' io: Maestro, d, qual cosa greve
levata s' da me, che nulla quasi
per me fatica, andando, si riceve?.
Rispuose: Quando i P che son rimasi
ancor nel volto tuo presso che stinti,
saranno, com'  l'un, del tutto rasi,
fier li tuoi pi dal buon voler s vinti,
che non pur non fatica sentiranno,
ma fia diletto loro esser s pinti.
Allor fec' io come color che vanno
con cosa in capo non da lor saputa,
se non che ' cenni altrui sospecciar fanno;
per che la mano ad accertar s'aiuta,
e cerca e truova e quello officio adempie
che non si pu fornir per la veduta;
e con le dita de la destra scempie
trovai pur sei le lettere che 'ncise
quel da le chiavi a me sovra le tempie:
a che guardando, il mio duca sorrise.

CANTO XIII
[Canto XIII, dove si tratta del sopradetto girone secondo, e quivi si punisce la colpa della invidia; dove nomina madonna Sapa, moglie di messer Viviano de' Ghinibaldi da Siena, e molti altri.]


Noi eravamo al sommo de la scala,
dove secondamente si risega
lo monte che salendo altrui dismala.
Ivi cos una cornice lega
dintorno il poggio, come la primaia;
se non che l'arco suo pi tosto piega.
Ombra non l  n segno che si paia:
parsi la ripa e parsi la via schietta
col livido color de la petraia.
Se qui per dimandar gente s'aspetta,
ragionava il poeta, io temo forse
che troppo avr d'indugio nostra eletta.
Poi fisamente al sole li occhi porse;
fece del destro lato a muover centro,
e la sinistra parte di s torse.
O dolce lume a cui fidanza i' entro
per lo novo cammin, tu ne conduci,
dicea, come condur si vuol quinc' entro.
Tu scaldi il mondo, tu sovr' esso luci;
s'altra ragione in contrario non ponta,
esser dien sempre li tuoi raggi duci.
Quanto di qua per un migliaio si conta,
tanto di l eravam noi gi iti,
con poco tempo, per la voglia pronta;
e verso noi volar furon sentiti,
non per visti, spiriti parlando
a la mensa d'amor cortesi inviti.
La prima voce che pass volando
'Vinum non habent' altamente disse,
e dietro a noi l'and reterando.
E prima che del tutto non si udisse
per allungarsi, un'altra 'I' sono Oreste'
pass gridando, e anco non s'affisse.
Oh!, diss' io, padre, che voci son queste?.
E com' io domandai, ecco la terza
dicendo: 'Amate da cui male aveste'.
E 'l buon maestro: Questo cinghio sferza
la colpa de la invidia, e per sono
tratte d'amor le corde de la ferza.
Lo fren vuol esser del contrario suono;
credo che l'udirai, per mio avviso,
prima che giunghi al passo del perdono.
Ma ficca li occhi per l'aere ben fiso,
e vedrai gente innanzi a noi sedersi,
e ciascun  lungo la grotta assiso.
Allora pi che prima li occhi apersi;
guarda'mi innanzi, e vidi ombre con manti
al color de la pietra non diversi.
E poi che fummo un poco pi avanti,
udia gridar: 'Maria, ra per noi':
gridar 'Michele' e 'Pietro' e 'Tutti santi'.
Non credo che per terra vada ancoi
omo s duro, che non fosse punto
per compassion di quel ch'i' vidi poi;
ch, quando fui s presso di lor giunto,
che li atti loro a me venivan certi,
per li occhi fui di grave dolor munto.
Di vil ciliccio mi parean coperti,
e l'un sofferia l'altro con la spalla,
e tutti da la ripa eran sofferti.
Cos li ciechi a cui la roba falla,
stanno a' perdoni a chieder lor bisogna,
e l'uno il capo sopra l'altro avvalla,
perch 'n altrui piet tosto si pogna,
non pur per lo sonar de le parole,
ma per la vista che non meno agogna.
E come a li orbi non approda il sole,
cos a l'ombre quivi, ond' io parlo ora,
luce del ciel di s largir non vole;
ch a tutti un fil di ferro i cigli fra
e cusce s, come a sparvier selvaggio
si fa per che queto non dimora.
A me pareva, andando, fare oltraggio,
veggendo altrui, non essendo veduto:
per ch'io mi volsi al mio consiglio saggio.
Ben sapev' ei che volea dir lo muto;
e per non attese mia dimanda,
ma disse: Parla, e sie breve e arguto.
Virgilio mi vena da quella banda
de la cornice onde cader si puote,
perch da nulla sponda s'inghirlanda;
da l'altra parte m'eran le divote
ombre, che per l'orribile costura
premevan s, che bagnavan le gote.
Volsimi a loro e: O gente sicura,
incominciai, di veder l'alto lume
che 'l disio vostro solo ha in sua cura,
se tosto grazia resolva le schiume
di vostra coscenza s che chiaro
per essa scenda de la mente il fiume,
ditemi, ch mi fia grazioso e caro,
s'anima  qui tra voi che sia latina;
e forse lei sar buon s'i' l'apparo.
O frate mio, ciascuna  cittadina
d'una vera citt; ma tu vuo' dire
che vivesse in Italia peregrina.
Questo mi parve per risposta udire
pi innanzi alquanto che l dov' io stava,
ond' io mi feci ancor pi l sentire.
Tra l'altre vidi un'ombra ch'aspettava
in vista; e se volesse alcun dir 'Come?',
lo mento a guisa d'orbo in s levava.
Spirto, diss' io, che per salir ti dome,
se tu se' quelli che mi rispondesti,
fammiti conto o per luogo o per nome.
Io fui sanese, rispuose, e con questi
altri rimendo qui la vita ria,
lagrimando a colui che s ne presti.
Savia non fui, avvegna che Sapa
fossi chiamata, e fui de li altrui danni
pi lieta assai che di ventura mia.
E perch tu non creda ch'io t'inganni,
odi s'i' fui, com' io ti dico, folle,
gi discendendo l'arco d'i miei anni.
Eran li cittadin miei presso a Colle
in campo giunti co' loro avversari,
e io pregava Iddio di quel ch'e' volle.
Rotti fuor quivi e vlti ne li amari
passi di fuga; e veggendo la caccia,
letizia presi a tutte altre dispari,
tanto ch'io volsi in s l'ardita faccia,
gridando a Dio: "Omai pi non ti temo!",
come f 'l merlo per poca bonaccia.
Pace volli con Dio in su lo stremo
de la mia vita; e ancor non sarebbe
lo mio dover per penitenza scemo,
se ci non fosse, ch'a memoria m'ebbe
Pier Pettinaio in sue sante orazioni,
a cui di me per caritate increbbe.
Ma tu chi se', che nostre condizioni
vai dimandando, e porti li occhi sciolti,
s com' io credo, e spirando ragioni?.
Li occhi, diss' io, mi fieno ancor qui tolti,
ma picciol tempo, ch poca  l'offesa
fatta per esser con invidia vlti.
Troppa  pi la paura ond'  sospesa
l'anima mia del tormento di sotto,
che gi lo 'ncarco di l gi mi pesa.
Ed ella a me: Chi t'ha dunque condotto
qua s tra noi, se gi ritornar credi?.
E io: Costui ch' meco e non fa motto.
E vivo sono; e per mi richiedi,
spirito eletto, se tu vuo' ch'i' mova
di l per te ancor li mortai piedi.
Oh, questa  a udir s cosa nuova,
rispuose, che gran segno  che Dio t'ami;
per col priego tuo talor mi giova.
E cheggioti, per quel che tu pi brami,
se mai calchi la terra di Toscana,
che a' miei propinqui tu ben mi rinfami.
Tu li vedrai tra quella gente vana
che spera in Talamone, e perderagli
pi di speranza ch'a trovar la Diana;
ma pi vi perderanno li ammiragli.

CANTO XIV
[Canto XIV, dove si tratta del sopradetto girone, e qui si purga la sopradetta colpa della invidia; dove nomina messer Rinieri da Calvoli e molti altri.]


Chi  costui che 'l nostro monte cerchia
prima che morte li abbia dato il volo,
e apre li occhi a sua voglia e coverchia?.
Non so chi sia, ma so ch'e' non  solo;
domandal tu che pi li t'avvicini,
e dolcemente, s che parli, acco'lo.
Cos due spirti, l'uno a l'altro chini,
ragionavan di me ivi a man dritta;
poi fer li visi, per dirmi, supini;
e disse l'uno: O anima che fitta
nel corpo ancora inver' lo ciel ten vai,
per carit ne consola e ne ditta
onde vieni e chi se'; ch tu ne fai
tanto maravigliar de la tua grazia,
quanto vuol cosa che non fu pi mai.
E io: Per mezza Toscana si spazia
un fiumicel che nasce in Falterona,
e cento miglia di corso nol sazia.
Di sovr' esso rech' io questa persona:
dirvi ch'i' sia, saria parlare indarno,
ch 'l nome mio ancor molto non suona.
Se ben lo 'ntendimento tuo accarno
con lo 'ntelletto, allora mi rispuose
quei che diceva pria, tu parli d'Arno.
E l'altro disse lui: Perch nascose
questi il vocabol di quella riviera,
pur com' om fa de l'orribili cose?.
E l'ombra che di ci domandata era,
si sdebit cos: Non so; ma degno
ben  che 'l nome di tal valle pra;
ch dal principio suo, ov'  s pregno
l'alpestro monte ond'  tronco Peloro,
che 'n pochi luoghi passa oltra quel segno,
infin l 've si rende per ristoro
di quel che 'l ciel de la marina asciuga,
ond' hanno i fiumi ci che va con loro,
vert cos per nimica si fuga
da tutti come biscia, o per sventura
del luogo, o per mal uso che li fruga:
ond' hanno s mutata lor natura
li abitator de la misera valle,
che par che Circe li avesse in pastura.
Tra brutti porci, pi degni di galle
che d'altro cibo fatto in uman uso,
dirizza prima il suo povero calle.
Botoli trova poi, venendo giuso,
ringhiosi pi che non chiede lor possa,
e da lor disdegnosa torce il muso.
Vassi caggendo; e quant' ella pi 'ngrossa,
tanto pi trova di can farsi lupi
la maladetta e sventurata fossa.
Discesa poi per pi pelaghi cupi,
trova le volpi s piene di froda,
che non temono ingegno che le occpi.
N lascer di dir perch' altri m'oda;
e buon sar costui, s'ancor s'ammenta
di ci che vero spirto mi disnoda.
Io veggio tuo nepote che diventa
cacciator di quei lupi in su la riva
del fiero fiume, e tutti li sgomenta.
Vende la carne loro essendo viva;
poscia li ancide come antica belva;
molti di vita e s di pregio priva.
Sanguinoso esce de la trista selva;
lasciala tal, che di qui a mille anni
ne lo stato primaio non si rinselva.
Com' a l'annunzio di dogliosi danni
si turba il viso di colui ch'ascolta,
da qual che parte il periglio l'assanni,
cos vid' io l'altr' anima, che volta
stava a udir, turbarsi e farsi trista,
poi ch'ebbe la parola a s raccolta.
Lo dir de l'una e de l'altra la vista
mi fer voglioso di saper lor nomi,
e dimanda ne fei con prieghi mista;
per che lo spirto che di pria parlmi
ricominci: Tu vuo' ch'io mi deduca
nel fare a te ci che tu far non vuo'mi.
Ma da che Dio in te vuol che traluca
tanto sua grazia, non ti sar scarso;
per sappi ch'io fui Guido del Duca.
Fu il sangue mio d'invidia s rarso,
che se veduto avesse uom farsi lieto,
visto m'avresti di livore sparso.
Di mia semente cotal paglia mieto;
o gente umana, perch poni 'l core
l 'v'  mestier di consorte divieto?
Questi  Rinier; questi  'l pregio e l'onore
de la casa da Calboli, ove nullo
fatto s' reda poi del suo valore.
E non pur lo suo sangue  fatto brullo,
tra 'l Po e 'l monte e la marina e 'l Reno,
del ben richesto al vero e al trastullo;
ch dentro a questi termini  ripieno
di venenosi sterpi, s che tardi
per coltivare omai verrebber meno.
Ov'  'l buon Lizio e Arrigo Mainardi?
Pier Traversaro e Guido di Carpigna?
Oh Romagnuoli tornati in bastardi!
Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?
quando in Faenza un Bernardin di Fosco,
verga gentil di picciola gramigna?
Non ti maravigliar s'io piango, Tosco,
quando rimembro, con Guido da Prata,
Ugolin d'Azzo che vivette nosco,
Federigo Tignoso e sua brigata,
la casa Traversara e li Anastagi
(e l'una gente e l'altra  diretata),
le donne e ' cavalier, li affanni e li agi
che ne 'nvogliava amore e cortesia
l dove i cuor son fatti s malvagi.
O Bretinoro, ch non fuggi via,
poi che gita se n' la tua famiglia
e molta gente per non esser ria?
Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia;
e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,
che di figliar tai conti pi s'impiglia.
Ben faranno i Pagan, da che 'l demonio
lor sen gir; ma non per che puro
gi mai rimagna d'essi testimonio.
O Ugolin de' Fantolin, sicuro
 'l nome tuo, da che pi non s'aspetta
chi far lo possa, tralignando, scuro.
Ma va via, Tosco, omai; ch'or mi diletta
troppo di pianger pi che di parlare,
s m'ha nostra ragion la mente stretta.
Noi sapavam che quell' anime care
ci sentivano andar; per, tacendo,
facan noi del cammin confidare.
Poi fummo fatti soli procedendo,
folgore parve quando l'aere fende,
voce che giunse di contra dicendo:
'Anciderammi qualunque m'apprende';
e fugg come tuon che si dilegua,
se sbito la nuvola scoscende.
Come da lei l'udir nostro ebbe triegua,
ed ecco l'altra con s gran fracasso,
che somigli tonar che tosto segua:
Io sono Aglauro che divenni sasso;
e allor, per ristrignermi al poeta,
in destro feci, e non innanzi, il passo.
Gi era l'aura d'ogne parte queta;
ed el mi disse: Quel fu 'l duro camo
che dovria l'uom tener dentro a sua meta.
Ma voi prendete l'esca, s che l'amo
de l'antico avversaro a s vi tira;
e per poco val freno o richiamo.
Chiamavi 'l cielo e 'ntorno vi si gira,
mostrandovi le sue bellezze etterne,
e l'occhio vostro pur a terra mira;
onde vi batte chi tutto discerne.


CANTO XV
[Canto XV, il quale tratta de la essenza del terzo girone, luogo diputato a purgare la colpa e peccato de l'ira; e dichiara Virgilio a Dante uno dubbio nato di parole dette nel precedente canto da Guido del Duca, e una visione ch'aparve in sogno a l'auttore, cio Dante.]


Quanto tra l'ultimar de l'ora terza
e 'l principio del d par de la spera
che sempre a guisa di fanciullo scherza,
tanto pareva gi inver' la sera
essere al sol del suo corso rimaso;
vespero l, e qui mezza notte era.
E i raggi ne ferien per mezzo 'l naso,
perch per noi girato era s 'l monte,
che gi dritti andavamo inver' l'occaso,
quand' io senti' a me gravar la fronte
a lo splendore assai pi che di prima,
e stupor m'eran le cose non conte;
ond' io levai le mani inver' la cima
de le mie ciglia, e fecimi 'l solecchio,
che del soverchio visibile lima.
Come quando da l'acqua o da lo specchio
salta lo raggio a l'opposita parte,
salendo su per lo modo parecchio
a quel che scende, e tanto si diparte
dal cader de la pietra in igual tratta,
s come mostra esperenza e arte;
cos mi parve da luce rifratta
quivi dinanzi a me esser percosso;
per che a fuggir la mia vista fu ratta.
Che  quel, dolce padre, a che non posso
schermar lo viso tanto che mi vaglia,
diss' io, e pare inver' noi esser mosso?.
Non ti maravigliar s'ancor t'abbaglia
la famiglia del cielo, a me rispuose:
messo  che viene ad invitar ch'om saglia.
Tosto sar ch'a veder queste cose
non ti fia grave, ma fieti diletto
quanto natura a sentir ti dispuose.
Poi giunti fummo a l'angel benedetto,
con lieta voce disse: Intrate quinci
ad un scaleo vie men che li altri eretto.
Noi montavam, gi partiti di linci,
e 'Beati misericordes!' fue
cantato retro, e 'Godi tu che vinci!'.
Lo mio maestro e io soli amendue
suso andavamo; e io pensai, andando,
prode acquistar ne le parole sue;
e dirizza'mi a lui s dimandando:
Che volse dir lo spirto di Romagna,
e 'divieto' e 'consorte' menzionando?.
Per ch'elli a me: Di sua maggior magagna
conosce il danno; e per non s'ammiri
se ne riprende perch men si piagna.
Perch s'appuntano i vostri disiri
dove per compagnia parte si scema,
invidia move il mantaco a' sospiri.
Ma se l'amor de la spera supprema
torcesse in suso il disiderio vostro,
non vi sarebbe al petto quella tema;
ch, per quanti si dice pi l 'nostro',
tanto possiede pi di ben ciascuno,
e pi di caritate arde in quel chiostro.
Io son d'esser contento pi digiuno,
diss' io, che se mi fosse pria taciuto,
e pi di dubbio ne la mente aduno.
Com' esser puote ch'un ben, distributo
in pi posseditor, faccia pi ricchi
di s che se da pochi  posseduto?.
Ed elli a me: Per che tu rificchi
la mente pur a le cose terrene,
di vera luce tenebre dispicchi.
Quello infinito e ineffabil bene
che l s , cos corre ad amore
com' a lucido corpo raggio vene.
Tanto si d quanto trova d'ardore;
s che, quantunque carit si stende,
cresce sovr' essa l'etterno valore.
E quanta gente pi l s s'intende,
pi v' da bene amare, e pi vi s'ama,
e come specchio l'uno a l'altro rende.
E se la mia ragion non ti disfama,
vedrai Beatrice, ed ella pienamente
ti torr questa e ciascun' altra brama.
Procaccia pur che tosto sieno spente,
come son gi le due, le cinque piaghe,
che si richiudon per esser dolente.
Com' io voleva dicer 'Tu m'appaghe',
vidimi giunto in su l'altro girone,
s che tacer mi fer le luci vaghe.
Ivi mi parve in una visone
estatica di sbito esser tratto,
e vedere in un tempio pi persone;
e una donna, in su l'entrar, con atto
dolce di madre dicer: Figliuol mio,
perch hai tu cos verso noi fatto?
Ecco, dolenti, lo tuo padre e io
ti cercavamo. E come qui si tacque,
ci che pareva prima, dispario.
Indi m'apparve un'altra con quell' acque
gi per le gote che 'l dolor distilla
quando di gran dispetto in altrui nacque,
e dir: Se tu se' sire de la villa
del cui nome ne' di fu tanta lite,
e onde ogne scenza disfavilla,
vendica te di quelle braccia ardite
ch'abbracciar nostra figlia, o Pisistrto.
E 'l segnor mi parea, benigno e mite,
risponder lei con viso temperato:
Che farem noi a chi mal ne disira,
se quei che ci ama  per noi condannato?.
Poi vidi genti accese in foco d'ira
con pietre un giovinetto ancider, forte
gridando a s pur: Martira, martira!.
E lui vedea chinarsi, per la morte
che l'aggravava gi, inver' la terra,
ma de li occhi facea sempre al ciel porte,
orando a l'alto Sire, in tanta guerra,
che perdonasse a' suoi persecutori,
con quello aspetto che piet diserra.
Quando l'anima mia torn di fori
a le cose che son fuor di lei vere,
io riconobbi i miei non falsi errori.
Lo duca mio, che mi potea vedere
far s com' om che dal sonno si slega,
disse: Che hai che non ti puoi tenere,
ma se' venuto pi che mezza lega
velando li occhi e con le gambe avvolte,
a guisa di cui vino o sonno piega?.
O dolce padre mio, se tu m'ascolte,
io ti dir, diss' io, ci che m'apparve
quando le gambe mi furon s tolte.
Ed ei: Se tu avessi cento larve
sovra la faccia, non mi sarian chiuse
le tue cogitazion, quantunque parve.
Ci che vedesti fu perch non scuse
d'aprir lo core a l'acque de la pace
che da l'etterno fonte son diffuse.
Non dimandai "Che hai?" per quel che face
chi guarda pur con l'occhio che non vede,
quando disanimato il corpo giace;
ma dimandai per darti forza al piede:
cos frugar conviensi i pigri, lenti
ad usar lor vigilia quando riede.
Noi andavam per lo vespero, attenti
oltre quanto potean li occhi allungarsi
contra i raggi serotini e lucenti.
Ed ecco a poco a poco un fummo farsi
verso di noi come la notte oscuro;
n da quello era loco da cansarsi.
Questo ne tolse li occhi e l'aere puro.


CANTO XVI
[Canto XVI, dove si tratta del sopradetto terzo girone e del purgare la detta colpa de l'ira; e qui Marco Lombardo solve uno dubbio a Dante.]


Buio d'inferno e di notte privata
d'ogne pianeto, sotto pover cielo,
quant' esser pu di nuvol tenebrata,
non fece al viso mio s grosso velo
come quel fummo ch'ivi ci coperse,
n a sentir di cos aspro pelo,
che l'occhio stare aperto non sofferse;
onde la scorta mia saputa e fida
mi s'accost e l'omero m'offerse.
S come cieco va dietro a sua guida
per non smarrirsi e per non dar di cozzo
in cosa che 'l molesti, o forse ancida,
m'andava io per l'aere amaro e sozzo,
ascoltando il mio duca che diceva
pur: Guarda che da me tu non sia mozzo.
Io sentia voci, e ciascuna pareva
pregar per pace e per misericordia
l'Agnel di Dio che le peccata leva.
Pur 'Agnus Dei' eran le loro essordia;
una parola in tutte era e un modo,
s che parea tra esse ogne concordia.
Quei sono spirti, maestro, ch'i' odo?,
diss' io. Ed elli a me: Tu vero apprendi,
e d'iracundia van solvendo il nodo.
Or tu chi se' che 'l nostro fummo fendi,
e di noi parli pur come se tue
partissi ancor lo tempo per calendi?.
Cos per una voce detto fue;
onde 'l maestro mio disse: Rispondi,
e domanda se quinci si va se.
E io: O creatura che ti mondi
per tornar bella a colui che ti fece,
maraviglia udirai, se mi secondi.
Io ti seguiter quanto mi lece,
rispuose; e se veder fummo non lascia,
l'udir ci terr giunti in quella vece.
Allora incominciai: Con quella fascia
che la morte dissolve men vo suso,
e venni qui per l'infernale ambascia.
E se Dio m'ha in sua grazia rinchiuso,
tanto che vuol ch'i' veggia la sua corte
per modo tutto fuor del moderno uso,
non mi celar chi fosti anzi la morte,
ma dilmi, e dimmi s'i' vo bene al varco;
e tue parole fier le nostre scorte.
Lombardo fui, e fu' chiamato Marco;
del mondo seppi, e quel valore amai
al quale ha or ciascun disteso l'arco.
Per montar s dirittamente vai.
Cos rispuose, e soggiunse: I' ti prego
che per me prieghi quando s sarai.
E io a lui: Per fede mi ti lego
di far ci che mi chiedi; ma io scoppio
dentro ad un dubbio, s'io non me ne spiego.
Prima era scempio, e ora  fatto doppio
ne la sentenza tua, che mi fa certo
qui, e altrove, quello ov' io l'accoppio.
Lo mondo  ben cos tutto diserto
d'ogne virtute, come tu mi sone,
e di malizia gravido e coverto;
ma priego che m'addite la cagione,
s ch'i' la veggia e ch'i' la mostri altrui;
ch nel cielo uno, e un qua gi la pone.
Alto sospir, che duolo strinse in uhi!,
mise fuor prima; e poi cominci: Frate,
lo mondo  cieco, e tu vien ben da lui.
Voi che vivete ogne cagion recate
pur suso al cielo, pur come se tutto
movesse seco di necessitate.
Se cos fosse, in voi fora distrutto
libero arbitrio, e non fora giustizia
per ben letizia, e per male aver lutto.
Lo cielo i vostri movimenti inizia;
non dico tutti, ma, posto ch'i' 'l dica,
lume v' dato a bene e a malizia,
e libero voler; che, se fatica
ne le prime battaglie col ciel dura,
poi vince tutto, se ben si notrica.
A maggior forza e a miglior natura
liberi soggiacete; e quella cria
la mente in voi, che 'l ciel non ha in sua cura.
Per, se 'l mondo presente disvia,
in voi  la cagione, in voi si cheggia;
e io te ne sar or vera spia.
Esce di mano a lui che la vagheggia
prima che sia, a guisa di fanciulla
che piangendo e ridendo pargoleggia,
l'anima semplicetta che sa nulla,
salvo che, mossa da lieto fattore,
volontier torna a ci che la trastulla.
Di picciol bene in pria sente sapore;
quivi s'inganna, e dietro ad esso corre,
se guida o fren non torce suo amore.
Onde convenne legge per fren porre;
convenne rege aver, che discernesse
de la vera cittade almen la torre.
Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?
Nullo, per che 'l pastor che procede,
rugumar pu, ma non ha l'unghie fesse;
per che la gente, che sua guida vede
pur a quel ben fedire ond' ella  ghiotta,
di quel si pasce, e pi oltre non chiede.
Ben puoi veder che la mala condotta
 la cagion che 'l mondo ha fatto reo,
e non natura che 'n voi sia corrotta.
Soleva Roma, che 'l buon mondo feo,
due soli aver, che l'una e l'altra strada
facean vedere, e del mondo e di Deo.
L'un l'altro ha spento; ed  giunta la spada
col pasturale, e l'un con l'altro insieme
per viva forza mal convien che vada;
per che, giunti, l'un l'altro non teme:
se non mi credi, pon mente a la spiga,
ch'ogn' erba si conosce per lo seme.
In sul paese ch'Adice e Po riga,
solea valore e cortesia trovarsi,
prima che Federigo avesse briga;
or pu sicuramente indi passarsi
per qualunque lasciasse, per vergogna,
di ragionar coi buoni o d'appressarsi.
Ben v'n tre vecchi ancora in cui rampogna
l'antica et la nova, e par lor tardo
che Dio a miglior vita li ripogna:
Currado da Palazzo e 'l buon Gherardo
e Guido da Castel, che mei si noma,
francescamente, il semplice Lombardo.
D oggimai che la Chiesa di Roma,
per confondere in s due reggimenti,
cade nel fango, e s brutta e la soma.
O Marco mio, diss' io, bene argomenti;
e or discerno perch dal retaggio
li figli di Lev furono essenti.
Ma qual Gherardo  quel che tu per saggio
di' ch' rimaso de la gente spenta,
in rimprovro del secol selvaggio?.
O tuo parlar m'inganna, o el mi tenta,
rispuose a me; ch, parlandomi tosco,
par che del buon Gherardo nulla senta.
Per altro sopranome io nol conosco,
s'io nol togliessi da sua figlia Gaia.
Dio sia con voi, ch pi non vegno vosco.
Vedi l'albor che per lo fummo raia
gi biancheggiare, e me convien partirmi
(l'angelo  ivi) prima ch'io li paia.
Cos torn, e pi non volle udirmi.


CANTO XVII
[Canto XVII, dove tratta de la qualit del quarto girone, dove si purga la colpa de la accidia, dove si ristora l'amore de lo imperfetto bene; e qui dichiara una questione che indi nasce.]


Ricorditi, lettor, se mai ne l'alpe
ti colse nebbia per la qual vedessi
non altrimenti che per pelle talpe,
come, quando i vapori umidi e spessi
a diradar cominciansi, la spera
del sol debilemente entra per essi;
e fia la tua imagine leggera
in giugnere a veder com' io rividi
lo sole in pria, che gi nel corcar era.
S, pareggiando i miei co' passi fidi
del mio maestro, usci' fuor di tal nube
ai raggi morti gi ne' bassi lidi.
O imaginativa che ne rube
talvolta s di fuor, ch'om non s'accorge
perch dintorno suonin mille tube,
chi move te, se 'l senso non ti porge?
Moveti lume che nel ciel s'informa,
per s o per voler che gi lo scorge.
De l'empiezza di lei che mut forma
ne l'uccel ch'a cantar pi si diletta,
ne l'imagine mia apparve l'orma;
e qui fu la mia mente s ristretta
dentro da s, che di fuor non vena
cosa che fosse allor da lei ricetta.
Poi piovve dentro a l'alta fantasia
un crucifisso, dispettoso e fero
ne la sua vista, e cotal si moria;
intorno ad esso era il grande Assero,
Estr sua sposa e 'l giusto Mardoceo,
che fu al dire e al far cos intero.
E come questa imagine rompeo
s per s stessa, a guisa d'una bulla
cui manca l'acqua sotto qual si feo,
surse in mia visone una fanciulla
piangendo forte, e dicea: O regina,
perch per ira hai voluto esser nulla?
Ancisa t'hai per non perder Lavina;
or m'hai perduta! Io son essa che lutto,
madre, a la tua pria ch'a l'altrui ruina.
Come si frange il sonno ove di butto
nova luce percuote il viso chiuso,
che fratto guizza pria che muoia tutto;
cos l'imaginar mio cadde giuso
tosto che lume il volto mi percosse,
maggior assai che quel ch' in nostro uso.
I' mi volgea per veder ov' io fosse,
quando una voce disse Qui si monta,
che da ogne altro intento mi rimosse;
e fece la mia voglia tanto pronta
di riguardar chi era che parlava,
che mai non posa, se non si raffronta.
Ma come al sol che nostra vista grava
e per soverchio sua figura vela,
cos la mia virt quivi mancava.
Questo  divino spirito, che ne la
via da ir s ne drizza sanza prego,
e col suo lume s medesmo cela.
S fa con noi, come l'uom si fa sego;
ch quale aspetta prego e l'uopo vede,
malignamente gi si mette al nego.
Or accordiamo a tanto invito il piede;
procacciam di salir pria che s'abbui,
ch poi non si poria, se 'l d non riede.
Cos disse il mio duca, e io con lui
volgemmo i nostri passi ad una scala;
e tosto ch'io al primo grado fui,
senti'mi presso quasi un muover d'ala
e ventarmi nel viso e dir: 'Beati
pacifici, che son sanz' ira mala!'.
Gi eran sovra noi tanto levati
li ultimi raggi che la notte segue,
che le stelle apparivan da pi lati.
'O virt mia, perch s ti dilegue?',
fra me stesso dicea, ch mi sentiva
la possa de le gambe posta in triegue.
Noi eravam dove pi non saliva
la scala s, ed eravamo affissi,
pur come nave ch'a la piaggia arriva.
E io attesi un poco, s'io udissi
alcuna cosa nel novo girone;
poi mi volsi al maestro mio, e dissi:
Dolce mio padre, d, quale offensione
si purga qui nel giro dove semo?
Se i pi si stanno, non stea tuo sermone.
Ed elli a me: L'amor del bene, scemo
del suo dover, quiritta si ristora;
qui si ribatte il mal tardato remo.
Ma perch pi aperto intendi ancora,
volgi la mente a me, e prenderai
alcun buon frutto di nostra dimora.
N creator n creatura mai,
cominci el, figliuol, fu sanza amore,
o naturale o d'animo; e tu 'l sai.
Lo naturale  sempre sanza errore,
ma l'altro puote errar per malo obietto
o per troppo o per poco di vigore.
Mentre ch'elli  nel primo ben diretto,
e ne' secondi s stesso misura,
esser non pu cagion di mal diletto;
ma quando al mal si torce, o con pi cura
o con men che non dee corre nel bene,
contra 'l fattore adovra sua fattura.
Quinci comprender puoi ch'esser convene
amor sementa in voi d'ogne virtute
e d'ogne operazion che merta pene.
Or, perch mai non pu da la salute
amor del suo subietto volger viso,
da l'odio proprio son le cose tute;
e perch intender non si pu diviso,
e per s stante, alcuno esser dal primo,
da quello odiare ogne effetto  deciso.
Resta, se dividendo bene stimo,
che 'l mal che s'ama  del prossimo; ed esso
amor nasce in tre modi in vostro limo.
 chi, per esser suo vicin soppresso,
spera eccellenza, e sol per questo brama
ch'el sia di sua grandezza in basso messo;
 chi podere, grazia, onore e fama
teme di perder perch' altri sormonti,
onde s'attrista s che 'l contrario ama;
ed  chi per ingiuria par ch'aonti,
s che si fa de la vendetta ghiotto,
e tal convien che 'l male altrui impronti.
Questo triforme amor qua gi di sotto
si piange: or vo' che tu de l'altro intende,
che corre al ben con ordine corrotto.
Ciascun confusamente un bene apprende
nel qual si queti l'animo, e disira;
per che di giugner lui ciascun contende.
Se lento amore a lui veder vi tira
o a lui acquistar, questa cornice,
dopo giusto penter, ve ne martira.
Altro ben  che non fa l'uom felice;
non  felicit, non  la buona
essenza, d'ogne ben frutto e radice.
L'amor ch'ad esso troppo s'abbandona,
di sovr' a noi si piange per tre cerchi;
ma come tripartito si ragiona,
tacciolo, acci che tu per te ne cerchi.

CANTO XVIII
[Canto XVIII, il quale tratta del sopradetto quarto girone, ove si purga la soprascritta colpa e peccato de l'accidia; e qui mostra Virgilio che  perfetto amore; dove nomina l'abate da San Zeno di Verona.]


Posto avea fine al suo ragionamento
l'alto dottore, e attento guardava
ne la mia vista s'io parea contento;
e io, cui nova sete ancor frugava,
di fuor tacea, e dentro dicea: 'Forse
lo troppo dimandar ch'io fo li grava'.
Ma quel padre verace, che s'accorse
del timido voler che non s'apriva,
parlando, di parlare ardir mi porse.
Ond' io: Maestro, il mio veder s'avviva
s nel tuo lume, ch'io discerno chiaro
quanto la tua ragion parta o descriva.
Per ti prego, dolce padre caro,
che mi dimostri amore, a cui reduci
ogne buono operare e 'l suo contraro.
Drizza, disse, ver' me l'agute luci
de lo 'ntelletto, e fieti manifesto
l'error de' ciechi che si fanno duci.
L'animo, ch' creato ad amar presto,
ad ogne cosa  mobile che piace,
tosto che dal piacere in atto  desto.
Vostra apprensiva da esser verace
tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,
s che l'animo ad essa volger face;
e se, rivolto, inver' di lei si piega,
quel piegare  amor, quell'  natura
che per piacer di novo in voi si lega.
Poi, come 'l foco movesi in altura
per la sua forma ch' nata a salire
l dove pi in sua matera dura,
cos l'animo preso entra in disire,
ch' moto spiritale, e mai non posa
fin che la cosa amata il fa gioire.
Or ti puote apparer quant'  nascosa
la veritate a la gente ch'avvera
ciascun amore in s laudabil cosa;
per che forse appar la sua matera
sempre esser buona, ma non ciascun segno
 buono, ancor che buona sia la cera.
Le tue parole e 'l mio seguace ingegno,
rispuos' io lui, m'hanno amor discoverto,
ma ci m'ha fatto di dubbiar pi pregno;
ch, s'amore  di fuori a noi offerto
e l'anima non va con altro piede,
se dritta o torta va, non  suo merto.
Ed elli a me: Quanto ragion qui vede,
dir ti poss' io; da indi in l t'aspetta
pur a Beatrice, ch' opra di fede.
Ogne forma sustanzal, che setta
 da matera ed  con lei unita,
specifica vertute ha in s colletta,
la qual sanza operar non  sentita,
n si dimostra mai che per effetto,
come per verdi fronde in pianta vita.
Per, l onde vegna lo 'ntelletto
de le prime notizie, omo non sape,
e de' primi appetibili l'affetto,
che sono in voi s come studio in ape
di far lo mele; e questa prima voglia
merto di lode o di biasmo non cape.
Or perch a questa ogn' altra si raccoglia,
innata v' la virt che consiglia,
e de l'assenso de' tener la soglia.
Quest'  'l principio l onde si piglia
ragion di meritare in voi, secondo
che buoni e rei amori accoglie e viglia.
Color che ragionando andaro al fondo,
s'accorser d'esta innata libertate;
per moralit lasciaro al mondo.
Onde, poniam che di necessitate
surga ogne amor che dentro a voi s'accende,
di ritenerlo  in voi la podestate.
La nobile virt Beatrice intende
per lo libero arbitrio, e per guarda
che l'abbi a mente, s'a parlar ten prende.
La luna, quasi a mezza notte tarda,
facea le stelle a noi parer pi rade,
fatta com' un secchion che tuttor arda;
e correa contra 'l ciel per quelle strade
che 'l sole infiamma allor che quel da Roma
tra ' Sardi e ' Corsi il vede quando cade.
E quell' ombra gentil per cui si noma
Pietola pi che villa mantoana,
del mio carcar diposta avea la soma;
per ch'io, che la ragione aperta e piana
sovra le mie quistioni avea ricolta,
stava com' om che sonnolento vana.
Ma questa sonnolenza mi fu tolta
subitamente da gente che dopo
le nostre spalle a noi era gi volta.
E quale Ismeno gi vide e Asopo
lungo di s di notte furia e calca,
pur che i Teban di Bacco avesser uopo,
cotal per quel giron suo passo falca,
per quel ch'io vidi di color, venendo,
cui buon volere e giusto amor cavalca.
Tosto fur sovr' a noi, perch correndo
si movea tutta quella turba magna;
e due dinanzi gridavan piangendo:
Maria corse con fretta a la montagna;
e Cesare, per soggiogare Ilerda,
punse Marsilia e poi corse in Ispagna.
Ratto, ratto, che 'l tempo non si perda
per poco amor, gridavan li altri appresso,
che studio di ben far grazia rinverda.
O gente in cui fervore aguto adesso
ricompie forse negligenza e indugio
da voi per tepidezza in ben far messo,
questi che vive, e certo i' non vi bugio,
vuole andar s, pur che 'l sol ne riluca;
per ne dite ond'  presso il pertugio.
Parole furon queste del mio duca;
e un di quelli spirti disse: Vieni
di retro a noi, e troverai la buca.
Noi siam di voglia a muoverci s pieni,
che restar non potem; per perdona,
se villania nostra giustizia tieni.
Io fui abate in San Zeno a Verona
sotto lo 'mperio del buon Barbarossa,
di cui dolente ancor Milan ragiona.
E tale ha gi l'un pi dentro la fossa,
che tosto pianger quel monastero,
e tristo fia d'avere avuta possa;
perch suo figlio, mal del corpo intero,
e de la mente peggio, e che mal nacque,
ha posto in loco di suo pastor vero.
Io non so se pi disse o s'ei si tacque,
tant' era gi di l da noi trascorso;
ma questo intesi, e ritener mi piacque.
E quei che m'era ad ogne uopo soccorso
disse: Volgiti qua: vedine due
venir dando a l'accida di morso.
Di retro a tutti dicean: Prima fue
morta la gente a cui il mar s'aperse,
che vedesse Iordan le rede sue.
E quella che l'affanno non sofferse
fino a la fine col figlio d'Anchise,
s stessa a vita sanza gloria offerse.
Poi quando fuor da noi tanto divise
quell' ombre, che veder pi non potiersi,
novo pensiero dentro a me si mise,
del qual pi altri nacquero e diversi;
e tanto d'uno in altro vaneggiai,
che li occhi per vaghezza ricopersi,
e 'l pensamento in sogno trasmutai.


CANTO XIX
[Canto XIX, ove tratta de la essenza del quinto girone e qui si purga la colpa de l'avarizia; dove nomina papa Adriano nato di Genova de' conti da Lavagna.]


Ne l'ora che non pu 'l calor durno
intepidar pi 'l freddo de la luna,
vinto da terra, e talor da Saturno
- quando i geomanti lor Maggior Fortuna
veggiono in orente, innanzi a l'alba,
surger per via che poco le sta bruna -,
mi venne in sogno una femmina balba,
ne li occhi guercia, e sovra i pi distorta,
con le man monche, e di colore scialba.
Io la mirava; e come 'l sol conforta
le fredde membra che la notte aggrava,
cos lo sguardo mio le facea scorta
la lingua, e poscia tutta la drizzava
in poco d'ora, e lo smarrito volto,
com' amor vuol, cos le colorava.
Poi ch'ell' avea 'l parlar cos disciolto,
cominciava a cantar s, che con pena
da lei avrei mio intento rivolto.
Io son, cantava, io son dolce serena,
che ' marinari in mezzo mar dismago;
tanto son di piacere a sentir piena!
Io volsi Ulisse del suo cammin vago
al canto mio; e qual meco s'ausa,
rado sen parte; s tutto l'appago!.
Ancor non era sua bocca richiusa,
quand' una donna apparve santa e presta
lunghesso me per far colei confusa.
O Virgilio, Virgilio, chi  questa?,
fieramente dicea; ed el vena
con li occhi fitti pur in quella onesta.
L'altra prendea, e dinanzi l'apria
fendendo i drappi, e mostravami 'l ventre;
quel mi svegli col puzzo che n'uscia.
Io mossi li occhi, e 'l buon maestro: Almen tre
voci t'ho messe!, dicea, Surgi e vieni;
troviam l'aperta per la qual tu entre.
S mi levai, e tutti eran gi pieni
de l'alto d i giron del sacro monte,
e andavam col sol novo a le reni.
Seguendo lui, portava la mia fronte
come colui che l'ha di pensier carca,
che fa di s un mezzo arco di ponte;
quand' io udi' Venite; qui si varca
parlare in modo soave e benigno,
qual non si sente in questa mortal marca.
Con l'ali aperte, che parean di cigno,
volseci in s colui che s parlonne
tra due pareti del duro macigno.
Mosse le penne poi e ventilonne,
'Qui lugent' affermando esser beati,
ch'avran di consolar l'anime donne.
Che hai che pur inver' la terra guati?,
la guida mia incominci a dirmi,
poco amendue da l'angel sormontati.
E io: Con tanta sospeccion fa irmi
novella vison ch'a s mi piega,
s ch'io non posso dal pensar partirmi.
Vedesti, disse, quell'antica strega
che sola sovr' a noi omai si piagne;
vedesti come l'uom da lei si slega.
Bastiti, e batti a terra le calcagne;
li occhi rivolgi al logoro che gira
lo rege etterno con le rote magne.
Quale 'l falcon, che prima a' pi si mira,
indi si volge al grido e si protende
per lo disio del pasto che l il tira,
tal mi fec' io; e tal, quanto si fende
la roccia per dar via a chi va suso,
n'andai infin dove 'l cerchiar si prende.
Com' io nel quinto giro fui dischiuso,
vidi gente per esso che piangea,
giacendo a terra tutta volta in giuso.
'Adhaesit pavimento anima mea'
sentia dir lor con s alti sospiri,
che la parola a pena s'intendea.
O eletti di Dio, li cui soffriri
e giustizia e speranza fa men duri,
drizzate noi verso li alti saliri.
Se voi venite dal giacer sicuri,
e volete trovar la via pi tosto,
le vostre destre sien sempre di fori.
Cos preg 'l poeta, e s risposto
poco dinanzi a noi ne fu; per ch'io
nel parlare avvisai l'altro nascosto,
e volsi li occhi a li occhi al segnor mio:
ond' elli m'assent con lieto cenno
ci che chiedea la vista del disio.
Poi ch'io potei di me fare a mio senno,
trassimi sovra quella creatura
le cui parole pria notar mi fenno,
dicendo: Spirto in cui pianger matura
quel sanza 'l quale a Dio tornar non pssi,
sosta un poco per me tua maggior cura.
Chi fosti e perch vlti avete i dossi
al s, mi d, e se vuo' ch'io t'impetri
cosa di l ond' io vivendo mossi.
Ed elli a me: Perch i nostri diretri
rivolga il cielo a s, saprai; ma prima
scias quod ego fui successor Petri.
Intra Sestri e Chiaveri s'adima
una fiumana bella, e del suo nome
lo titol del mio sangue fa sua cima.
Un mese e poco pi prova' io come
pesa il gran manto a chi dal fango il guarda,
che piuma sembran tutte l'altre some.
La mia conversone, om!, fu tarda;
ma, come fatto fui roman pastore,
cos scopersi la vita bugiarda.
Vidi che l non s'acquetava il core,
n pi salir potiesi in quella vita;
per che di questa in me s'accese amore.
Fino a quel punto misera e partita
da Dio anima fui, del tutto avara;
or, come vedi, qui ne son punita.
Quel ch'avarizia fa, qui si dichiara
in purgazion de l'anime converse;
e nulla pena il monte ha pi amara.
S come l'occhio nostro non s'aderse
in alto, fisso a le cose terrene,
cos giustizia qui a terra il merse.
Come avarizia spense a ciascun bene
lo nostro amore, onde operar perdsi,
cos giustizia qui stretti ne tene,
ne' piedi e ne le man legati e presi;
e quanto fia piacer del giusto Sire,
tanto staremo immobili e distesi.
Io m'era inginocchiato e volea dire;
ma com' io cominciai ed el s'accorse,
solo ascoltando, del mio reverire,
Qual cagion, disse, in gi cos ti torse?.
E io a lui: Per vostra dignitate
mia coscenza dritto mi rimorse.
Drizza le gambe, lvati s, frate!,
rispuose; non errar: conservo sono
teco e con li altri ad una podestate.
Se mai quel santo evangelico suono
che dice 'Neque nubent' intendesti,
ben puoi veder perch' io cos ragiono.
Vattene omai: non vo' che pi t'arresti;
ch la tua stanza mio pianger disagia,
col qual maturo ci che tu dicesti.
Nepote ho io di l c'ha nome Alagia,
buona da s, pur che la nostra casa
non faccia lei per essempro malvagia;
e questa sola di l m' rimasa.


CANTO XX
[Canto XX, ove si tratta del sopradetto girone e de la sopradetta colpa de l'avarizia.]


Contra miglior voler voler mal pugna;
onde contra 'l piacer mio, per piacerli,
trassi de l'acqua non sazia la spugna.
Mossimi; e 'l duca mio si mosse per li
luoghi spediti pur lungo la roccia,
come si va per muro stretto a' merli;
ch la gente che fonde a goccia a goccia
per li occhi il mal che tutto 'l mondo occupa,
da l'altra parte in fuor troppo s'approccia.
Maladetta sie tu, antica lupa,
che pi che tutte l'altre bestie hai preda
per la tua fame sanza fine cupa!
O ciel, nel cui girar par che si creda
le condizion di qua gi trasmutarsi,
quando verr per cui questa disceda?
Noi andavam con passi lenti e scarsi,
e io attento a l'ombre, ch'i' sentia
pietosamente piangere e lagnarsi;
e per ventura udi' Dolce Maria!
dinanzi a noi chiamar cos nel pianto
come fa donna che in parturir sia;
e seguitar: Povera fosti tanto,
quanto veder si pu per quello ospizio
dove sponesti il tuo portato santo.
Seguentemente intesi: O buon Fabrizio,
con povert volesti anzi virtute
che gran ricchezza posseder con vizio.
Queste parole m'eran s piaciute,
ch'io mi trassi oltre per aver contezza
di quello spirto onde parean venute.
Esso parlava ancor de la larghezza
che fece Niccol a le pulcelle,
per condurre ad onor lor giovinezza.
O anima che tanto ben favelle,
dimmi chi fosti, dissi, e perch sola
tu queste degne lode rinovelle.
Non fia sanza merc la tua parola,
s'io ritorno a compir lo cammin corto
di quella vita ch'al termine vola.
Ed elli: Io ti dir, non per conforto
ch'io attenda di l, ma perch tanta
grazia in te luce prima che sie morto.
Io fui radice de la mala pianta
che la terra cristiana tutta aduggia,
s che buon frutto rado se ne schianta.
Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia
potesser, tosto ne saria vendetta;
e io la cheggio a lui che tutto giuggia.
Chiamato fui di l Ugo Ciappetta;
di me son nati i Filippi e i Luigi
per cui novellamente  Francia retta.
Figliuol fu' io d'un beccaio di Parigi:
quando li regi antichi venner meno
tutti, fuor ch'un renduto in panni bigi,
trova'mi stretto ne le mani il freno
del governo del regno, e tanta possa
di nuovo acquisto, e s d'amici pieno,
ch'a la corona vedova promossa
la testa di mio figlio fu, dal quale
cominciar di costor le sacrate ossa.
Mentre che la gran dota provenzale
al sangue mio non tolse la vergogna,
poco valea, ma pur non facea male.
L cominci con forza e con menzogna
la sua rapina; e poscia, per ammenda,
Pont e Normandia prese e Guascogna.
Carlo venne in Italia e, per ammenda,
vittima f di Curradino; e poi
ripinse al ciel Tommaso, per ammenda.
Tempo vegg' io, non molto dopo ancoi,
che tragge un altro Carlo fuor di Francia,
per far conoscer meglio e s e ' suoi.
Sanz' arme n'esce e solo con la lancia
con la qual giostr Giuda, e quella ponta
s, ch'a Fiorenza fa scoppiar la pancia.
Quindi non terra, ma peccato e onta
guadagner, per s tanto pi grave,
quanto pi lieve simil danno conta.
L'altro, che gi usc preso di nave,
veggio vender sua figlia e patteggiarne
come fanno i corsar de l'altre schiave.
O avarizia, che puoi tu pi farne,
poscia c'ha' il mio sangue a te s tratto,
che non si cura de la propria carne?
Perch men paia il mal futuro e 'l fatto,
veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,
e nel vicario suo Cristo esser catto.
Veggiolo un'altra volta esser deriso;
veggio rinovellar l'aceto e 'l fiele,
e tra vivi ladroni esser anciso.
Veggio il novo Pilato s crudele,
che ci nol sazia, ma sanza decreto
portar nel Tempio le cupide vele.
O Segnor mio, quando sar io lieto
a veder la vendetta che, nascosa,
fa dolce l'ira tua nel tuo secreto?
Ci ch'io dicea di quell' unica sposa
de lo Spirito Santo e che ti fece
verso me volger per alcuna chiosa,
tanto  risposto a tutte nostre prece
quanto 'l d dura; ma com' el s'annotta,
contrario suon prendemo in quella vece.
Noi repetiam Pigmalon allotta,
cui traditore e ladro e paricida
fece la voglia sua de l'oro ghiotta;
e la miseria de l'avaro Mida,
che segu a la sua dimanda gorda,
per la qual sempre convien che si rida.
Del folle Acn ciascun poi si ricorda,
come fur le spoglie, s che l'ira
di Ios qui par ch'ancor lo morda.
Indi accusiam col marito Saffira;
lodiam i calci ch'ebbe Elodoro;
e in infamia tutto 'l monte gira
Polinestr ch'ancise Polidoro;
ultimamente ci si grida: "Crasso,
dilci, che 'l sai: di che sapore  l'oro?".
Talor parla l'uno alto e l'altro basso,
secondo l'affezion ch'ad ir ci sprona
ora a maggiore e ora a minor passo:
per al ben che 'l d ci si ragiona,
dianzi non era io sol; ma qui da presso
non alzava la voce altra persona.
Noi eravam partiti gi da esso,
e brigavam di soverchiar la strada
tanto quanto al poder n'era permesso,
quand' io senti', come cosa che cada,
tremar lo monte; onde mi prese un gelo
qual prender suol colui ch'a morte vada.
Certo non si scoteo s forte Delo,
pria che Latona in lei facesse 'l nido
a parturir li due occhi del cielo.
Poi cominci da tutte parti un grido
tal, che 'l maestro inverso me si feo,
dicendo: Non dubbiar, mentr' io ti guido.
'Glora in excelsis' tutti 'Deo'
dicean, per quel ch'io da' vicin compresi,
onde intender lo grido si poteo.
No' istavamo immobili e sospesi
come i pastor che prima udir quel canto,
fin che 'l tremar cess ed el compisi.
Poi ripigliammo nostro cammin santo,
guardando l'ombre che giacean per terra,
tornate gi in su l'usato pianto.
Nulla ignoranza mai con tanta guerra
mi f desideroso di sapere,
se la memoria mia in ci non erra,
quanta pareami allor, pensando, avere;
n per la fretta dimandare er' oso,
n per me l potea cosa vedere:
cos m'andava timido e pensoso.

CANTO XXI
[Canto XXI, ove si tratta del sopradetto quinto girone, dove si punisce e purga la predetta colpa de l'avarizia e la colpa de la prodigalitade; dove truova Stazio poeta tolosano.]


La sete natural che mai non sazia
se non con l'acqua onde la femminetta
samaritana domand la grazia,
mi travagliava, e pungeami la fretta
per la 'mpacciata via dietro al mio duca,
e condoleami a la giusta vendetta.
Ed ecco, s come ne scrive Luca
che Cristo apparve a' due ch'erano in via,
gi surto fuor de la sepulcral buca,
ci apparve un'ombra, e dietro a noi vena,
dal pi guardando la turba che giace;
n ci addemmo di lei, s parl pria,
dicendo: O frati miei, Dio vi dea pace.
Noi ci volgemmo sbiti, e Virgilio
rendli 'l cenno ch'a ci si conface.
Poi cominci: Nel beato concilio
ti ponga in pace la verace corte
che me rilega ne l'etterno essilio.
Come!, diss' elli, e parte andavam forte:
se voi siete ombre che Dio s non degni,
chi v'ha per la sua scala tanto scorte?.
E 'l dottor mio: Se tu riguardi a' segni
che questi porta e che l'angel profila,
ben vedrai che coi buon convien ch'e' regni.
Ma perch lei che d e notte fila
non li avea tratta ancora la conocchia
che Cloto impone a ciascuno e compila,
l'anima sua, ch' tua e mia serocchia,
venendo s, non potea venir sola,
per ch'al nostro modo non adocchia.
Ond' io fui tratto fuor de l'ampia gola
d'inferno per mostrarli, e mosterrolli
oltre, quanto 'l potr menar mia scola.
Ma dimmi, se tu sai, perch tai crolli
di dianzi 'l monte, e perch tutto ad una
parve gridare infino a' suoi pi molli.
S mi di, dimandando, per la cruna
del mio disio, che pur con la speranza
si fece la mia sete men digiuna.
Quei cominci: Cosa non  che sanza
ordine senta la religone
de la montagna, o che sia fuor d'usanza.
Libero  qui da ogne alterazione:
di quel che 'l ciel da s in s riceve
esser ci puote, e non d'altro, cagione.
Per che non pioggia, non grando, non neve,
non rugiada, non brina pi s cade
che la scaletta di tre gradi breve;
nuvole spesse non paion n rade,
n coruscar, n figlia di Taumante,
che di l cangia sovente contrade;
secco vapor non surge pi avante
ch'al sommo d'i tre gradi ch'io parlai,
dov' ha 'l vicario di Pietro le piante.
Trema forse pi gi poco o assai;
ma per vento che 'n terra si nasconda,
non so come, qua s non trem mai.
Tremaci quando alcuna anima monda
sentesi, s che surga o che si mova
per salir s; e tal grido seconda.
De la mondizia sol voler fa prova,
che, tutto libero a mutar convento,
l'alma sorprende, e di voler le giova.
Prima vuol ben, ma non lascia il talento
che divina giustizia, contra voglia,
come fu al peccar, pone al tormento.
E io, che son giaciuto a questa doglia
cinquecent' anni e pi, pur mo sentii
libera volont di miglior soglia:
per sentisti il tremoto e li pii
spiriti per lo monte render lode
a quel Segnor, che tosto s li 'nvii.
Cos ne disse; e per ch'el si gode
tanto del ber quant'  grande la sete,
non saprei dir quant' el mi fece prode.
E 'l savio duca: Omai veggio la rete
che qui vi 'mpiglia e come si scalappia,
perch ci trema e di che congaudete.
Ora chi fosti, piacciati ch'io sappia,
e perch tanti secoli giaciuto
qui se', ne le parole tue mi cappia.
Nel tempo che 'l buon Tito, con l'aiuto
del sommo rege, vendic le fra
ond' usc 'l sangue per Giuda venduto,
col nome che pi dura e pi onora
era io di l, rispuose quello spirto,
famoso assai, ma non con fede ancora.
Tanto fu dolce mio vocale spirto,
che, tolosano, a s mi trasse Roma,
dove mertai le tempie ornar di mirto.
Stazio la gente ancor di l mi noma:
cantai di Tebe, e poi del grande Achille;
ma caddi in via con la seconda soma.
Al mio ardor fuor seme le faville,
che mi scaldar, de la divina fiamma
onde sono allumati pi di mille;
de l'Eneda dico, la qual mamma
fummi, e fummi nutrice, poetando:
sanz' essa non fermai peso di dramma.
E per esser vivuto di l quando
visse Virgilio, assentirei un sole
pi che non deggio al mio uscir di bando.
Volser Virgilio a me queste parole
con viso che, tacendo, disse 'Taci';
ma non pu tutto la virt che vuole;
ch riso e pianto son tanto seguaci
a la passion di che ciascun si spicca,
che men seguon voler ne' pi veraci.
Io pur sorrisi come l'uom ch'ammicca;
per che l'ombra si tacque, e riguardommi
ne li occhi ove 'l sembiante pi si ficca;
e Se tanto labore in bene assommi,
disse, perch la tua faccia testeso
un lampeggiar di riso dimostrommi?.
Or son io d'una parte e d'altra preso:
l'una mi fa tacer, l'altra scongiura
ch'io dica; ond' io sospiro, e sono inteso
dal mio maestro, e Non aver paura,
mi dice, di parlar; ma parla e digli
quel ch'e' dimanda con cotanta cura.
Ond' io: Forse che tu ti maravigli,
antico spirto, del rider ch'io fei;
ma pi d'ammirazion vo' che ti pigli.
Questi che guida in alto li occhi miei,
 quel Virgilio dal qual tu togliesti
forte a cantar de li uomini e d'i di.
Se cagion altra al mio rider credesti,
lasciala per non vera, ed esser credi
quelle parole che di lui dicesti.
Gi s'inchinava ad abbracciar li piedi
al mio dottor, ma el li disse: Frate,
non far, ch tu se' ombra e ombra vedi.
Ed ei surgendo: Or puoi la quantitate
comprender de l'amor ch'a te mi scalda,
quand' io dismento nostra vanitate,
trattando l'ombre come cosa salda.

CANTO XXII
[Canto XXII, dove tratta de la qualit del sesto girone, dove si punisce e purga la colpa e vizio de la gola; e qui narra Stazio sua purgazione e sua conversione a la cristiana fede.]


Gi era l'angel dietro a noi rimaso,
l'angel che n'avea vlti al sesto giro,
avendomi dal viso un colpo raso;
e quei c'hanno a giustizia lor disiro
detto n'avea beati, e le sue voci
con 'sitiunt', sanz' altro, ci forniro.
E io pi lieve che per l'altre foci
m'andava, s che sanz' alcun labore
seguiva in s li spiriti veloci;
quando Virgilio incominci: Amore,
acceso di virt, sempre altro accese,
pur che la fiamma sua paresse fore;
onde da l'ora che tra noi discese
nel limbo de lo 'nferno Giovenale,
che la tua affezion mi f palese,
mia benvoglienza inverso te fu quale
pi strinse mai di non vista persona,
s ch'or mi parran corte queste scale.
Ma dimmi, e come amico mi perdona
se troppa sicurt m'allarga il freno,
e come amico omai meco ragiona:
come pot trovar dentro al tuo seno
loco avarizia, tra cotanto senno
di quanto per tua cura fosti pieno?.
Queste parole Stazio mover fenno
un poco a riso pria; poscia rispuose:
Ogne tuo dir d'amor m' caro cenno.
Veramente pi volte appaion cose
che danno a dubitar falsa matera
per le vere ragion che son nascose.
La tua dimanda tuo creder m'avvera
esser ch'i' fossi avaro in l'altra vita,
forse per quella cerchia dov' io era.
Or sappi ch'avarizia fu partita
troppo da me, e questa dismisura
migliaia di lunari hanno punita.
E se non fosse ch'io drizzai mia cura,
quand' io intesi l dove tu chiame,
crucciato quasi a l'umana natura:
'Per che non reggi tu, o sacra fame
de l'oro, l'appetito de' mortali?',
voltando sentirei le giostre grame.
Allor m'accorsi che troppo aprir l'ali
potean le mani a spendere, e pente'mi
cos di quel come de li altri mali.
Quanti risurgeran coi crini scemi
per ignoranza, che di questa pecca
toglie 'l penter vivendo e ne li stremi!
E sappie che la colpa che rimbecca
per dritta opposizione alcun peccato,
con esso insieme qui suo verde secca;
per, s'io son tra quella gente stato
che piange l'avarizia, per purgarmi,
per lo contrario suo m' incontrato.
Or quando tu cantasti le crude armi
de la doppia trestizia di Giocasta,
disse 'l cantor de' buccolici carmi,
per quello che Cl teco l tasta,
non par che ti facesse ancor fedele
la fede, sanza qual ben far non basta.
Se cos , qual sole o quai candele
ti stenebraron s, che tu drizzasti
poscia di retro al pescator le vele?.
Ed elli a lui: Tu prima m'invasti
verso Parnaso a ber ne le sue grotte,
e prima appresso Dio m'alluminasti.
Facesti come quei che va di notte,
che porta il lume dietro e s non giova,
ma dopo s fa le persone dotte,
quando dicesti: 'Secol si rinova;
torna giustizia e primo tempo umano,
e progene scende da ciel nova'.
Per te poeta fui, per te cristiano:
ma perch veggi mei ci ch'io disegno,
a colorare stender la mano.
Gi era 'l mondo tutto quanto pregno
de la vera credenza, seminata
per li messaggi de l'etterno regno;
e la parola tua sopra toccata
si consonava a' nuovi predicanti;
ond' io a visitarli presi usata.
Vennermi poi parendo tanto santi,
che, quando Domizian li perseguette,
sanza mio lagrimar non fur lor pianti;
e mentre che di l per me si stette,
io li sovvenni, e i lor dritti costumi
fer dispregiare a me tutte altre sette.
E pria ch'io conducessi i Greci a' fiumi
di Tebe poetando, ebb' io battesmo;
ma per paura chiuso cristian fu'mi,
lungamente mostrando paganesmo;
e questa tepidezza il quarto cerchio
cerchiar mi f pi che 'l quarto centesmo.
Tu dunque, che levato hai il coperchio
che m'ascondeva quanto bene io dico,
mentre che del salire avem soverchio,
dimmi dov'  Terrenzio nostro antico,
Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai:
dimmi se son dannati, e in qual vico.
Costoro e Persio e io e altri assai,
rispuose il duca mio, siam con quel Greco
che le Muse lattar pi ch'altri mai,
nel primo cinghio del carcere cieco;
spesse fate ragioniam del monte
che sempre ha le nutrice nostre seco.
Euripide v' nosco e Antifonte,
Simonide, Agatone e altri pie
Greci che gi di lauro ornar la fronte.
Quivi si veggion de le genti tue
Antigone, Defile e Argia,
e Ismene s trista come fue.
Vdeisi quella che mostr Langia;
vvi la figlia di Tiresia, e Teti,
e con le suore sue Dedamia.
Tacevansi ambedue gi li poeti,
di novo attenti a riguardar dintorno,
liberi da saliri e da pareti;
e gi le quattro ancelle eran del giorno
rimase a dietro, e la quinta era al temo,
drizzando pur in s l'ardente corno,
quando il mio duca: Io credo ch'a lo stremo
le destre spalle volger ne convegna,
girando il monte come far solemo.
Cos l'usanza fu l nostra insegna,
e prendemmo la via con men sospetto
per l'assentir di quell' anima degna.
Elli givan dinanzi, e io soletto
di retro, e ascoltava i lor sermoni,
ch'a poetar mi davano intelletto.
Ma tosto ruppe le dolci ragioni
un alber che trovammo in mezza strada,
con pomi a odorar soavi e buoni;
e come abete in alto si digrada
di ramo in ramo, cos quello in giuso,
cred' io, perch persona s non vada.
Dal lato onde 'l cammin nostro era chiuso,
cadea de l'alta roccia un liquor chiaro
e si spandeva per le foglie suso.
Li due poeti a l'alber s'appressaro;
e una voce per entro le fronde
grid: Di questo cibo avrete caro.
Poi disse: Pi pensava Maria onde
fosser le nozze orrevoli e intere,
ch'a la sua bocca, ch'or per voi risponde.
E le Romane antiche, per lor bere,
contente furon d'acqua; e Danello
dispregi cibo e acquist savere.
Lo secol primo, quant' oro fu bello,
f savorose con fame le ghiande,
e nettare con sete ogne ruscello.
Mele e locuste furon le vivande
che nodriro il Batista nel diserto;
per ch'elli  gloroso e tanto grande
quanto per lo Vangelio v' aperto.


CANTO XXIII
[Canto XXIII, dove si tratta del sopradetto girone e di quella medesima colpa de la gola, e sgrida contro a le donne fiorentine; dove truova Forese de' Donati di Fiorenze col quale molto parla.]


Mentre che li occhi per la fronda verde
ficcava o s come far suole
chi dietro a li uccellin sua vita perde,
lo pi che padre mi dicea: Figliuole,
vienne oramai, ch 'l tempo che n' imposto
pi utilmente compartir si vuole.
Io volsi 'l viso, e 'l passo non men tosto,
appresso i savi, che parlavan se,
che l'andar mi facean di nullo costo.
Ed ecco piangere e cantar s'ude
'Laba ma, Domine' per modo
tal, che diletto e doglia parture.
O dolce padre, che  quel ch'i' odo?,
comincia' io; ed elli: Ombre che vanno
forse di lor dover solvendo il nodo.
S come i peregrin pensosi fanno,
giugnendo per cammin gente non nota,
che si volgono ad essa e non restanno,
cos di retro a noi, pi tosto mota,
venendo e trapassando ci ammirava
d'anime turba tacita e devota.
Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,
palida ne la faccia, e tanto scema
che da l'ossa la pelle s'informava.
Non credo che cos a buccia strema
Erisittone fosse fatto secco,
per digiunar, quando pi n'ebbe tema.
Io dicea fra me stesso pensando: 'Ecco
la gente che perd Ierusalemme,
quando Maria nel figlio di di becco!'.
Parean l'occhiaie anella sanza gemme:
chi nel viso de li uomini legge 'omo'
ben avria quivi conosciuta l'emme.
Chi crederebbe che l'odor d'un pomo
s governasse, generando brama,
e quel d'un'acqua, non sappiendo como?
Gi era in ammirar che s li affama,
per la cagione ancor non manifesta
di lor magrezza e di lor trista squama,
ed ecco del profondo de la testa
volse a me li occhi un'ombra e guard fiso;
poi grid forte: Qual grazia m' questa?.
Mai non l'avrei riconosciuto al viso;
ma ne la voce sua mi fu palese
ci che l'aspetto in s avea conquiso.
Questa favilla tutta mi raccese
mia conoscenza a la cangiata labbia,
e ravvisai la faccia di Forese.
Deh, non contendere a l'asciutta scabbia
che mi scolora, pregava, la pelle,
n a difetto di carne ch'io abbia;
ma dimmi il ver di te, d chi son quelle
due anime che l ti fanno scorta;
non rimaner che tu non mi favelle!.
La faccia tua, ch'io lagrimai gi morta,
mi d di pianger mo non minor doglia,
rispuos' io lui, veggendola s torta.
Per mi d, per Dio, che s vi sfoglia;
non mi far dir mentr' io mi maraviglio,
ch mal pu dir chi  pien d'altra voglia.
Ed elli a me: De l'etterno consiglio
cade vert ne l'acqua e ne la pianta
rimasa dietro, ond' io s m'assottiglio.
Tutta esta gente che piangendo canta
per seguitar la gola oltra misura,
in fame e 'n sete qui si rif santa.
Di bere e di mangiar n'accende cura
l'odor ch'esce del pomo e de lo sprazzo
che si distende su per sua verdura.
E non pur una volta, questo spazzo
girando, si rinfresca nostra pena:
io dico pena, e dovria dir sollazzo,
ch quella voglia a li alberi ci mena
che men Cristo lieto a dire 'El',
quando ne liber con la sua vena.
E io a lui: Forese, da quel d
nel qual mutasti mondo a miglior vita,
cinqu' anni non son vlti infino a qui.
Se prima fu la possa in te finita
di peccar pi, che sovvenisse l'ora
del buon dolor ch'a Dio ne rimarita,
come se' tu qua s venuto ancora?
Io ti credea trovar l gi di sotto,
dove tempo per tempo si ristora.
Ond' elli a me: S tosto m'ha condotto
a ber lo dolce assenzo d'i martri
la Nella mia con suo pianger dirotto.
Con suoi prieghi devoti e con sospiri
tratto m'ha de la costa ove s'aspetta,
e liberato m'ha de li altri giri.
Tanto  a Dio pi cara e pi diletta
la vedovella mia, che molto amai,
quanto in bene operare  pi soletta;
ch la Barbagia di Sardigna assai
ne le femmine sue pi  pudica
che la Barbagia dov' io la lasciai.
O dolce frate, che vuo' tu ch'io dica?
Tempo futuro m' gi nel cospetto,
cui non sar quest' ora molto antica,
nel qual sar in pergamo interdetto
a le sfacciate donne fiorentine
l'andar mostrando con le poppe il petto.
Quai barbare fuor mai, quai saracine,
cui bisognasse, per farle ir coperte,
o spiritali o altre discipline?
Ma se le svergognate fosser certe
di quel che 'l ciel veloce loro ammanna,
gi per urlare avrian le bocche aperte;
ch, se l'antiveder qui non m'inganna,
prima fien triste che le guance impeli
colui che mo si consola con nanna.
Deh, frate, or fa che pi non mi ti celi!
vedi che non pur io, ma questa gente
tutta rimira l dove 'l sol veli.
Per ch'io a lui: Se tu riduci a mente
qual fosti meco, e qual io teco fui,
ancor fia grave il memorar presente.
Di quella vita mi volse costui
che mi va innanzi, l'altr' ier, quando tonda
vi si mostr la suora di colui,
e 'l sol mostrai; costui per la profonda
notte menato m'ha d'i veri morti
con questa vera carne che 'l seconda.
Indi m'han tratto s li suoi conforti,
salendo e rigirando la montagna
che drizza voi che 'l mondo fece torti.
Tanto dice di farmi sua compagna
che io sar l dove fia Beatrice;
quivi convien che sanza lui rimagna.
Virgilio  questi che cos mi dice,
e addita'lo; e quest' altro  quell' ombra
per cu scosse dianzi ogne pendice
lo vostro regno, che da s lo sgombra.


CANTO XXIV
[Canto XXIV nel quale si tratta del sopradetto sesto girone e di quelli che si purgano del predetto peccato e vizio de la gola; e predicesi qui alcune cose a venire de la citt lucana.]


N 'l dir l'andar, n l'andar lui pi lento
facea, ma ragionando andavam forte,
s come nave pinta da buon vento;
e l'ombre, che parean cose rimorte,
per le fosse de li occhi ammirazione
traean di me, di mio vivere accorte.
E io, continando al mio sermone,
dissi: Ella sen va s forse pi tarda
che non farebbe, per altrui cagione.
Ma dimmi, se tu sai, dov'  Piccarda;
dimmi s'io veggio da notar persona
tra questa gente che s mi riguarda.
La mia sorella, che tra bella e buona
non so qual fosse pi, trunfa lieta
ne l'alto Olimpo gi di sua corona.
S disse prima; e poi: Qui non si vieta
di nominar ciascun, da ch' s munta
nostra sembianza via per la deta.
Questi, e mostr col dito,  Bonagiunta,
Bonagiunta da Lucca; e quella faccia
di l da lui pi che l'altre trapunta
ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia:
dal Torso fu, e purga per digiuno
l'anguille di Bolsena e la vernaccia.
Molti altri mi nom ad uno ad uno;
e del nomar parean tutti contenti,
s ch'io per non vidi un atto bruno.
Vidi per fame a vto usar li denti
Ubaldin da la Pila e Bonifazio
che pastur col rocco molte genti.
Vidi messer Marchese, ch'ebbe spazio
gi di bere a Forl con men secchezza,
e s fu tal, che non si sent sazio.
Ma come fa chi guarda e poi s'apprezza
pi d'un che d'altro, fei a quel da Lucca,
che pi parea di me aver contezza.
El mormorava; e non so che Gentucca
sentiv' io l, ov' el sentia la piaga
de la giustizia che s li pilucca.
O anima, diss' io, che par s vaga
di parlar meco, fa s ch'io t'intenda,
e te e me col tuo parlare appaga.
Femmina  nata, e non porta ancor benda,
cominci el, che ti far piacere
la mia citt, come ch'om la riprenda.
Tu te n'andrai con questo antivedere:
se nel mio mormorar prendesti errore,
dichiareranti ancor le cose vere.
Ma d s'i' veggio qui colui che fore
trasse le nove rime, cominciando
'Donne ch'avete intelletto d'amore'.
E io a lui: I' mi son un che, quando
Amor mi spira, noto, e a quel modo
ch'e' ditta dentro vo significando.
O frate, issa vegg' io, diss' elli, il nodo
che 'l Notaro e Guittone e me ritenne
di qua dal dolce stil novo ch'i' odo!
Io veggio ben come le vostre penne
di retro al dittator sen vanno strette,
che de le nostre certo non avvenne;
e qual pi a gradire oltre si mette,
non vede pi da l'uno a l'altro stilo;
e, quasi contentato, si tacette.
Come li augei che vernan lungo 'l Nilo,
alcuna volta in aere fanno schiera,
poi volan pi a fretta e vanno in filo,
cos tutta la gente che l era,
volgendo 'l viso, raffrett suo passo,
e per magrezza e per voler leggera.
E come l'uom che di trottare  lasso,
lascia andar li compagni, e s passeggia
fin che si sfoghi l'affollar del casso,
s lasci trapassar la santa greggia
Forese, e dietro meco sen veniva,
dicendo: Quando fia ch'io ti riveggia?.
Non so, rispuos' io lui, quant' io mi viva;
ma gi non fa il tornar mio tantosto,
ch'io non sia col voler prima a la riva;
per che 'l loco u' fui a viver posto,
di giorno in giorno pi di ben si spolpa,
e a trista ruina par disposto.
Or va, diss' el; che quei che pi n'ha colpa,
vegg' o a coda d'una bestia tratto
inver' la valle ove mai non si scolpa.
La bestia ad ogne passo va pi ratto,
crescendo sempre, fin ch'ella il percuote,
e lascia il corpo vilmente disfatto.
Non hanno molto a volger quelle ruote,
e drizz li occhi al ciel, che ti fia chiaro
ci che 'l mio dir pi dichiarar non puote.
Tu ti rimani omai; ch 'l tempo  caro
in questo regno, s ch'io perdo troppo
venendo teco s a paro a paro.
Qual esce alcuna volta di gualoppo
lo cavalier di schiera che cavalchi,
e va per farsi onor del primo intoppo,
tal si part da noi con maggior valchi;
e io rimasi in via con esso i due
che fuor del mondo s gran marescalchi.
E quando innanzi a noi intrato fue,
che li occhi miei si fero a lui seguaci,
come la mente a le parole sue,
parvermi i rami gravidi e vivaci
d'un altro pomo, e non molto lontani
per esser pur allora vlto in laci.
Vidi gente sott' esso alzar le mani
e gridar non so che verso le fronde,
quasi bramosi fantolini e vani
che pregano, e 'l pregato non risponde,
ma, per fare esser ben la voglia acuta,
tien alto lor disio e nol nasconde.
Poi si part s come ricreduta;
e noi venimmo al grande arbore adesso,
che tanti prieghi e lagrime rifiuta.
Trapassate oltre sanza farvi presso:
legno  pi s che fu morso da Eva,
e questa pianta si lev da esso.
S tra le frasche non so chi diceva;
per che Virgilio e Stazio e io, ristretti,
oltre andavam dal lato che si leva.
Ricordivi, dicea, d'i maladetti
nei nuvoli formati, che, satolli,
Teso combatter co' doppi petti;
e de li Ebrei ch'al ber si mostrar molli,
per che no i volle Gedeon compagni,
quando inver' Madan discese i colli.
S accostati a l'un d'i due vivagni
passammo, udendo colpe de la gola
seguite gi da miseri guadagni.
Poi, rallargati per la strada sola,
ben mille passi e pi ci portar oltre,
contemplando ciascun sanza parola.
Che andate pensando s voi sol tre?.
sbita voce disse; ond' io mi scossi
come fan bestie spaventate e poltre.
Drizzai la testa per veder chi fossi;
e gi mai non si videro in fornace
vetri o metalli s lucenti e rossi,
com' io vidi un che dicea: S'a voi piace
montare in s, qui si convien dar volta;
quinci si va chi vuole andar per pace.
L'aspetto suo m'avea la vista tolta;
per ch'io mi volsi dietro a' miei dottori,
com' om che va secondo ch'elli ascolta.
E quale, annunziatrice de li albori,
l'aura di maggio movesi e olezza,
tutta impregnata da l'erba e da' fiori;
tal mi senti' un vento dar per mezza
la fronte, e ben senti' mover la piuma,
che f sentir d'ambrosa l'orezza.
E senti' dir: Beati cui alluma
tanto di grazia, che l'amor del gusto
nel petto lor troppo disir non fuma,
esurendo sempre quanto  giusto!.


CANTO XXV
[Canto XXV, lo quale tratta de l'essenzia del settimo girone, dove si punisce la colpa e peccato contro a natura ed ermafrodito sotto il vizio de la lussuria; e prima tratta alquanto del precedente purgamento de' ghiotti, dove Stazio poeta fae una distinzione sopra la natura umana.]


Ora era onde 'l salir non volea storpio;
ch 'l sole ava il cerchio di merigge
lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio:
per che, come fa l'uom che non s'affigge
ma vassi a la via sua, che che li appaia,
se di bisogno stimolo il trafigge,
cos intrammo noi per la callaia,
uno innanzi altro prendendo la scala
che per artezza i salitor dispaia.
E quale il cicognin che leva l'ala
per voglia di volare, e non s'attenta
d'abbandonar lo nido, e gi la cala;
tal era io con voglia accesa e spenta
di dimandar, venendo infino a l'atto
che fa colui ch'a dicer s'argomenta.
Non lasci, per l'andar che fosse ratto,
lo dolce padre mio, ma disse: Scocca
l'arco del dir, che 'nfino al ferro hai tratto.
Allor sicuramente apri' la bocca
e cominciai: Come si pu far magro
l dove l'uopo di nodrir non tocca?.
Se t'ammentassi come Meleagro
si consum al consumar d'un stizzo,
non fora, disse, a te questo s agro;
e se pensassi come, al vostro guizzo,
guizza dentro a lo specchio vostra image,
ci che par duro ti parrebbe vizzo.
Ma perch dentro a tuo voler t'adage,
ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego
che sia or sanator de le tue piage.
Se la veduta etterna li dislego,
rispuose Stazio, l dove tu sie,
discolpi me non potert' io far nego.
Poi cominci: Se le parole mie,
figlio, la mente tua guarda e riceve,
lume ti fiero al come che tu die.
Sangue perfetto, che poi non si beve
da l'assetate vene, e si rimane
quasi alimento che di mensa leve,
prende nel core a tutte membra umane
virtute informativa, come quello
ch'a farsi quelle per le vene vane.
Ancor digesto, scende ov'  pi bello
tacer che dire; e quindi poscia geme
sovr' altrui sangue in natural vasello.
Ivi s'accoglie l'uno e l'altro insieme,
l'un disposto a patire, e l'altro a fare
per lo perfetto loco onde si preme;
e, giunto lui, comincia ad operare
coagulando prima, e poi avviva
ci che per sua matera f constare.
Anima fatta la virtute attiva
qual d'una pianta, in tanto differente,
che questa  in via e quella  gi a riva,
tanto ovra poi, che gi si move e sente,
come spungo marino; e indi imprende
ad organar le posse ond'  semente.
Or si spiega, figliuolo, or si distende
la virt ch' dal cor del generante,
dove natura a tutte membra intende.
Ma come d'animal divegna fante,
non vedi tu ancor: quest'  tal punto,
che pi savio di te f gi errante,
s che per sua dottrina f disgiunto
da l'anima il possibile intelletto,
perch da lui non vide organo assunto.
Apri a la verit che viene il petto;
e sappi che, s tosto come al feto
l'articular del cerebro  perfetto,
lo motor primo a lui si volge lieto
sovra tant' arte di natura, e spira
spirito novo, di vert repleto,
che ci che trova attivo quivi, tira
in sua sustanzia, e fassi un'alma sola,
che vive e sente e s in s rigira.
E perch meno ammiri la parola,
guarda il calor del sol che si fa vino,
giunto a l'omor che de la vite cola.
Quando Lchesis non ha pi del lino,
solvesi da la carne, e in virtute
ne porta seco e l'umano e 'l divino:
l'altre potenze tutte quante mute;
memoria, intelligenza e volontade
in atto molto pi che prima agute.
Sanza restarsi, per s stessa cade
mirabilmente a l'una de le rive;
quivi conosce prima le sue strade.
Tosto che loco l la circunscrive,
la virt formativa raggia intorno
cos e quanto ne le membra vive.
E come l'aere, quand'  ben porno,
per l'altrui raggio che 'n s si reflette,
di diversi color diventa addorno;
cos l'aere vicin quivi si mette
e in quella forma ch' in lui suggella
virtalmente l'alma che ristette;
e simigliante poi a la fiammella
che segue il foco l 'vunque si muta,
segue lo spirto sua forma novella.
Per che quindi ha poscia sua paruta,
 chiamata ombra; e quindi organa poi
ciascun sentire infino a la veduta.
Quindi parliamo e quindi ridiam noi;
quindi facciam le lagrime e ' sospiri
che per lo monte aver sentiti puoi.
Secondo che ci affliggono i disiri
e li altri affetti, l'ombra si figura;
e quest'  la cagion di che tu miri.
E gi venuto a l'ultima tortura
s'era per noi, e vlto a la man destra,
ed eravamo attenti ad altra cura.
Quivi la ripa fiamma in fuor balestra,
e la cornice spira fiato in suso
che la reflette e via da lei sequestra;
ond' ir ne convenia dal lato schiuso
ad uno ad uno; e io tema 'l foco
quinci, e quindi temeva cader giuso.
Lo duca mio dicea: Per questo loco
si vuol tenere a li occhi stretto il freno,
per ch'errar potrebbesi per poco.
'Summae Deus clementae' nel seno
al grande ardore allora udi' cantando,
che di volger mi f caler non meno;
e vidi spirti per la fiamma andando;
per ch'io guardava a loro e a' miei passi,
compartendo la vista a quando a quando.
Appresso il fine ch'a quell' inno fassi,
gridavano alto: 'Virum non cognosco';
indi ricominciavan l'inno bassi.
Finitolo, anco gridavano: Al bosco
si tenne Diana, ed Elice caccionne
che di Venere avea sentito il tsco.
Indi al cantar tornavano; indi donne
gridavano e mariti che fuor casti
come virtute e matrimonio imponne.
E questo modo credo che lor basti
per tutto il tempo che 'l foco li abbruscia:
con tal cura conviene e con tai pasti
che la piaga da sezzo si ricuscia.

CANTO XXVI
[Canto XXVI, dove tratta di quello medesimo girone e del purgamento de' predetti peccati e vizi lussuriosi; dove nomina messer Guido Guinizzelli da Bologna e molti altri.]


Mentre che s per l'orlo, uno innanzi altro,
ce n'andavamo, e spesso il buon maestro
diceami: Guarda: giovi ch'io ti scaltro;
feriami il sole in su l'omero destro,
che gi, raggiando, tutto l'occidente
mutava in bianco aspetto di cilestro;
e io facea con l'ombra pi rovente
parer la fiamma; e pur a tanto indizio
vidi molt' ombre, andando, poner mente.
Questa fu la cagion che diede inizio
loro a parlar di me; e cominciarsi
a dir: Colui non par corpo fittizio;
poi verso me, quanto potan farsi,
certi si fero, sempre con riguardo
di non uscir dove non fosser arsi.
O tu che vai, non per esser pi tardo,
ma forse reverente, a li altri dopo,
rispondi a me che 'n sete e 'n foco ardo.
N solo a me la tua risposta  uopo;
ch tutti questi n'hanno maggior sete
che d'acqua fredda Indo o Etopo.
Dinne com'  che fai di te parete
al sol, pur come tu non fossi ancora
di morte intrato dentro da la rete.
S mi parlava un d'essi; e io mi fora
gi manifesto, s'io non fossi atteso
ad altra novit ch'apparve allora;
ch per lo mezzo del cammino acceso
venne gente col viso incontro a questa,
la qual mi fece a rimirar sospeso.
L veggio d'ogne parte farsi presta
ciascun' ombra e basciarsi una con una
sanza restar, contente a brieve festa;
cos per entro loro schiera bruna
s'ammusa l'una con l'altra formica,
forse a spar lor via e lor fortuna.
Tosto che parton l'accoglienza amica,
prima che 'l primo passo l trascorra,
sopragridar ciascuna s'affatica:
la nova gente: Soddoma e Gomorra;
e l'altra: Ne la vacca entra Pasife,
perch 'l torello a sua lussuria corra.
Poi, come grue ch'a le montagne Rife
volasser parte, e parte inver' l'arene,
queste del gel, quelle del sole schife,
l'una gente sen va, l'altra sen vene;
e tornan, lagrimando, a' primi canti
e al gridar che pi lor si convene;
e raccostansi a me, come davanti,
essi medesmi che m'avean pregato,
attenti ad ascoltar ne' lor sembianti.
Io, che due volte avea visto lor grato,
incominciai: O anime sicure
d'aver, quando che sia, di pace stato,
non son rimase acerbe n mature
le membra mie di l, ma son qui meco
col sangue suo e con le sue giunture.
Quinci s vo per non esser pi cieco;
donna  di sopra che m'acquista grazia,
per che 'l mortal per vostro mondo reco.
Ma se la vostra maggior voglia sazia
tosto divegna, s che 'l ciel v'alberghi
ch' pien d'amore e pi ampio si spazia,
ditemi, acci ch'ancor carte ne verghi,
chi siete voi, e chi  quella turba
che se ne va di retro a' vostri terghi.
Non altrimenti stupido si turba
lo montanaro, e rimirando ammuta,
quando rozzo e salvatico s'inurba,
che ciascun' ombra fece in sua paruta;
ma poi che furon di stupore scarche,
lo qual ne li alti cuor tosto s'attuta,
Beato te, che de le nostre marche,
ricominci colei che pria m'inchiese,
per morir meglio, esperenza imbarche!
La gente che non vien con noi, offese
di ci per che gi Cesar, trunfando,
"Regina" contra s chiamar s'intese:
per si parton "Soddoma" gridando,
rimproverando a s com' hai udito,
e aiutan l'arsura vergognando.
Nostro peccato fu ermafrodito;
ma perch non servammo umana legge,
seguendo come bestie l'appetito,
in obbrobrio di noi, per noi si legge,
quando partinci, il nome di colei
che s'imbesti ne le 'mbestiate schegge.
Or sai nostri atti e di che fummo rei:
se forse a nome vuo' saper chi semo,
tempo non  di dire, e non saprei.
Farotti ben di me volere scemo:
son Guido Guinizzelli, e gi mi purgo
per ben dolermi prima ch'a lo stremo.
Quali ne la tristizia di Ligurgo
si fer due figli a riveder la madre,
tal mi fec' io, ma non a tanto insurgo,
quand' io odo nomar s stesso il padre
mio e de li altri miei miglior che mai
rime d'amore usar dolci e leggiadre;
e sanza udire e dir pensoso andai
lunga fata rimirando lui,
n, per lo foco, in l pi m'appressai.
Poi che di riguardar pasciuto fui,
tutto m'offersi pronto al suo servigio
con l'affermar che fa credere altrui.
Ed elli a me: Tu lasci tal vestigio,
per quel ch'i' odo, in me, e tanto chiaro,
che Let nol pu trre n far bigio.
Ma se le tue parole or ver giuraro,
dimmi che  cagion per che dimostri
nel dire e nel guardar d'avermi caro.
E io a lui: Li dolci detti vostri,
che, quanto durer l'uso moderno,
faranno cari ancora i loro incostri.
O frate, disse, questi ch'io ti cerno
col dito, e addit un spirto innanzi,
fu miglior fabbro del parlar materno.
Versi d'amore e prose di romanzi
soverchi tutti; e lascia dir li stolti
che quel di Lemos credon ch'avanzi.
A voce pi ch'al ver drizzan li volti,
e cos ferman sua oppinone
prima ch'arte o ragion per lor s'ascolti.
Cos fer molti antichi di Guittone,
di grido in grido pur lui dando pregio,
fin che l'ha vinto il ver con pi persone.
Or se tu hai s ampio privilegio,
che licito ti sia l'andare al chiostro
nel quale  Cristo abate del collegio,
falli per me un dir d'un paternostro,
quanto bisogna a noi di questo mondo,
dove poter peccar non  pi nostro.
Poi, forse per dar luogo altrui secondo
che presso avea, disparve per lo foco,
come per l'acqua il pesce andando al fondo.
Io mi fei al mostrato innanzi un poco,
e dissi ch'al suo nome il mio disire
apparecchiava grazoso loco.
El cominci liberamente a dire:
Tan m'abellis vostre cortes deman,
qu'ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.
Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;
consiros vei la passada folor,
e vei jausen lo joi qu'esper, denan.
Ara vos prec, per aquella valor
que vos guida al som de l'escalina,
sovenha vos a temps de ma dolor!.
Poi s'ascose nel foco che li affina.

CANTO XXVII
[Canto XXVII, dove tratta d'una visione che apparve a Dante in sogno, o come pervennero a la sommit del monte ed entraro nel Paradiso Terrestre chiamato paradiso delitiarum.]


S come quando i primi raggi vibra
l dove il suo fattor lo sangue sparse,
cadendo Ibero sotto l'alta Libra,
e l'onde in Gange da nona rarse,
s stava il sole; onde 'l giorno sen giva,
come l'angel di Dio lieto ci apparse.
Fuor de la fiamma stava in su la riva,
e cantava 'Beati mundo corde!'
in voce assai pi che la nostra viva.
Poscia Pi non si va, se pria non morde,
anime sante, il foco: intrate in esso,
e al cantar di l non siate sorde,
ci disse come noi li fummo presso;
per ch'io divenni tal, quando lo 'ntesi,
qual  colui che ne la fossa  messo.
In su le man commesse mi protesi,
guardando il foco e imaginando forte
umani corpi gi veduti accesi.
Volsersi verso me le buone scorte;
e Virgilio mi disse: Figliuol mio,
qui pu esser tormento, ma non morte.
Ricorditi, ricorditi! E se io
sovresso Geron ti guidai salvo,
che far ora presso pi a Dio?
Credi per certo che se dentro a l'alvo
di questa fiamma stessi ben mille anni,
non ti potrebbe far d'un capel calvo.
E se tu forse credi ch'io t'inganni,
fatti ver' lei, e fatti far credenza
con le tue mani al lembo d'i tuoi panni.
Pon gi omai, pon gi ogne temenza;
volgiti in qua e vieni: entra sicuro!.
E io pur fermo e contra coscenza.
Quando mi vide star pur fermo e duro,
turbato un poco disse: Or vedi, figlio:
tra Batrice e te  questo muro.
Come al nome di Tisbe aperse il ciglio
Piramo in su la morte, e riguardolla,
allor che 'l gelso divent vermiglio;
cos, la mia durezza fatta solla,
mi volsi al savio duca, udendo il nome
che ne la mente sempre mi rampolla.
Ond' ei croll la fronte e disse: Come!
volenci star di qua?; indi sorrise
come al fanciul si fa ch' vinto al pome.
Poi dentro al foco innanzi mi si mise,
pregando Stazio che venisse retro,
che pria per lunga strada ci divise.
S com' fui dentro, in un bogliente vetro
gittato mi sarei per rinfrescarmi,
tant' era ivi lo 'ncendio sanza metro.
Lo dolce padre mio, per confortarmi,
pur di Beatrice ragionando andava,
dicendo: Li occhi suoi gi veder parmi.
Guidavaci una voce che cantava
di l; e noi, attenti pur a lei,
venimmo fuor l ove si montava.
'Venite, benedicti Patris mei',
son dentro a un lume che l era,
tal che mi vinse e guardar nol potei.
Lo sol sen va, soggiunse, e vien la sera;
non v'arrestate, ma studiate il passo,
mentre che l'occidente non si annera.
Dritta salia la via per entro 'l sasso
verso tal parte ch'io toglieva i raggi
dinanzi a me del sol ch'era gi basso.
E di pochi scaglion levammo i saggi,
che 'l sol corcar, per l'ombra che si spense,
sentimmo dietro e io e li miei saggi.
E pria che 'n tutte le sue parti immense
fosse orizzonte fatto d'uno aspetto,
e notte avesse tutte sue dispense,
ciascun di noi d'un grado fece letto;
ch la natura del monte ci affranse
la possa del salir pi e 'l diletto.
Quali si stanno ruminando manse
le capre, state rapide e proterve
sovra le cime avante che sien pranse,
tacite a l'ombra, mentre che 'l sol ferve,
guardate dal pastor, che 'n su la verga
poggiato s' e lor di posa serve;
e quale il mandran che fori alberga,
lungo il pecuglio suo queto pernotta,
guardando perch fiera non lo sperga;
tali eravamo tutti e tre allotta,
io come capra, ed ei come pastori,
fasciati quinci e quindi d'alta grotta.
Poco parer potea l del di fori;
ma, per quel poco, vedea io le stelle
di lor solere e pi chiare e maggiori.
S ruminando e s mirando in quelle,
mi prese il sonno; il sonno che sovente,
anzi che 'l fatto sia, sa le novelle.
Ne l'ora, credo, che de l'orente
prima raggi nel monte Citerea,
che di foco d'amor par sempre ardente,
giovane e bella in sogno mi parea
donna vedere andar per una landa
cogliendo fiori; e cantando dicea:
Sappia qualunque il mio nome dimanda
ch'i' mi son Lia, e vo movendo intorno
le belle mani a farmi una ghirlanda.
Per piacermi a lo specchio, qui m'addorno;
ma mia suora Rachel mai non si smaga
dal suo miraglio, e siede tutto giorno.
Ell'  d'i suoi belli occhi veder vaga
com' io de l'addornarmi con le mani;
lei lo vedere, e me l'ovrare appaga.
E gi per li splendori antelucani,
che tanto a' pellegrin surgon pi grati,
quanto, tornando, albergan men lontani,
le tenebre fuggian da tutti lati,
e 'l sonno mio con esse; ond' io leva'mi,
veggendo i gran maestri gi levati.
Quel dolce pome che per tanti rami
cercando va la cura de' mortali,
oggi porr in pace le tue fami.
Virgilio inverso me queste cotali
parole us; e mai non furo strenne
che fosser di piacere a queste iguali.
Tanto voler sopra voler mi venne
de l'esser s, ch'ad ogne passo poi
al volo mi sentia crescer le penne.
Come la scala tutta sotto noi
fu corsa e fummo in su 'l grado superno,
in me ficc Virgilio li occhi suoi,
e disse: Il temporal foco e l'etterno
veduto hai, figlio; e se' venuto in parte
dov' io per me pi oltre non discerno.
Tratto t'ho qui con ingegno e con arte;
lo tuo piacere omai prendi per duce;
fuor se' de l'erte vie, fuor se' de l'arte.
Vedi lo sol che 'n fronte ti riluce;
vedi l'erbette, i fiori e li arbuscelli
che qui la terra sol da s produce.
Mentre che vegnan lieti li occhi belli
che, lagrimando, a te venir mi fenno,
seder ti puoi e puoi andar tra elli.
Non aspettar mio dir pi n mio cenno;
libero, dritto e sano  tuo arbitrio,
e fallo fora non fare a suo senno:
per ch'io te sovra te corono e mitrio.


CANTO XXVIII
[Canto XXVIII, ove si tratta come la vita attiva distingue a l'auttore la natura del fiume di Let, il quale trov nel detto Paradiso, ove molto dimostra de la felicitade e del peccato di Adamo, e del modo e ordine del detto luogo.]


Vago gi di cercar dentro e dintorno
la divina foresta spessa e viva,
ch'a li occhi temperava il novo giorno,
sanza pi aspettar, lasciai la riva,
prendendo la campagna lento lento
su per lo suol che d'ogne parte auliva.
Un'aura dolce, sanza mutamento
avere in s, mi feria per la fronte
non di pi colpo che soave vento;
per cui le fronde, tremolando, pronte
tutte quante piegavano a la parte
u' la prim' ombra gitta il santo monte;
non per dal loro esser dritto sparte
tanto, che li augelletti per le cime
lasciasser d'operare ogne lor arte;
ma con piena letizia l'ore prime,
cantando, ricevieno intra le foglie,
che tenevan bordone a le sue rime,
tal qual di ramo in ramo si raccoglie
per la pineta in su 'l lito di Chiassi,
quand' olo scilocco fuor discioglie.
Gi m'avean trasportato i lenti passi
dentro a la selva antica tanto, ch'io
non potea rivedere ond' io mi 'ntrassi;
ed ecco pi andar mi tolse un rio,
che 'nver' sinistra con sue picciole onde
piegava l'erba che 'n sua ripa usco.
Tutte l'acque che son di qua pi monde,
parrieno avere in s mistura alcuna
verso di quella, che nulla nasconde,
avvegna che si mova bruna bruna
sotto l'ombra perpeta, che mai
raggiar non lascia sole ivi n luna.
Coi pi ristetti e con li occhi passai
di l dal fiumicello, per mirare
la gran varazion d'i freschi mai;
e l m'apparve, s com' elli appare
subitamente cosa che disvia
per maraviglia tutto altro pensare,
una donna soletta che si gia
e cantando e scegliendo fior da fiore
ond' era pinta tutta la sua via.
Deh, bella donna, che a' raggi d'amore
ti scaldi, s'i' vo' credere a' sembianti
che soglion esser testimon del core,
vegnati in voglia di trarreti avanti,
diss' io a lei, verso questa rivera,
tanto ch'io possa intender che tu canti.
Tu mi fai rimembrar dove e qual era
Proserpina nel tempo che perdette
la madre lei, ed ella primavera.
Come si volge, con le piante strette
a terra e intra s, donna che balli,
e piede innanzi piede a pena mette,
volsesi in su i vermigli e in su i gialli
fioretti verso me, non altrimenti
che vergine che li occhi onesti avvalli;
e fece i prieghi miei esser contenti,
s appressando s, che 'l dolce suono
veniva a me co' suoi intendimenti.
Tosto che fu l dove l'erbe sono
bagnate gi da l'onde del bel fiume,
di levar li occhi suoi mi fece dono.
Non credo che splendesse tanto lume
sotto le ciglia a Venere, trafitta
dal figlio fuor di tutto suo costume.
Ella ridea da l'altra riva dritta,
trattando pi color con le sue mani,
che l'alta terra sanza seme gitta.
Tre passi ci facea il fiume lontani;
ma Elesponto, l 've pass Serse,
ancora freno a tutti orgogli umani,
pi odio da Leandro non sofferse
per mareggiare intra Sesto e Abido,
che quel da me perch' allor non s'aperse.
Voi siete nuovi, e forse perch' io rido,
cominci ella, in questo luogo eletto
a l'umana natura per suo nido,
maravigliando tienvi alcun sospetto;
ma luce rende il salmo Delectasti,
che puote disnebbiar vostro intelletto.
E tu che se' dinanzi e mi pregasti,
d s'altro vuoli udir; ch'i' venni presta
ad ogne tua question tanto che basti.
L'acqua, diss' io, e 'l suon de la foresta
impugnan dentro a me novella fede
di cosa ch'io udi' contraria a questa.
Ond' ella: Io dicer come procede
per sua cagion ci ch'ammirar ti face,
e purgher la nebbia che ti fiede.
Lo sommo Ben, che solo esso a s piace,
f l'uom buono e a bene, e questo loco
diede per arr' a lui d'etterna pace.
Per sua difalta qui dimor poco;
per sua difalta in pianto e in affanno
cambi onesto riso e dolce gioco.
Perch 'l turbar che sotto da s fanno
l'essalazion de l'acqua e de la terra,
che quanto posson dietro al calor vanno,
a l'uomo non facesse alcuna guerra,
questo monte salo verso 'l ciel tanto,
e libero n' d'indi ove si serra.
Or perch in circuito tutto quanto
l'aere si volge con la prima volta,
se non li  rotto il cerchio d'alcun canto,
in questa altezza ch' tutta disciolta
ne l'aere vivo, tal moto percuote,
e fa sonar la selva perch'  folta;
e la percossa pianta tanto puote,
che de la sua virtute l'aura impregna
e quella poi, girando, intorno scuote;
e l'altra terra, secondo ch' degna
per s e per suo ciel, concepe e figlia
di diverse virt diverse legna.
Non parrebbe di l poi maraviglia,
udito questo, quando alcuna pianta
sanza seme palese vi s'appiglia.
E saper dei che la campagna santa
dove tu se', d'ogne semenza  piena,
e frutto ha in s che di l non si schianta.
L'acqua che vedi non surge di vena
che ristori vapor che gel converta,
come fiume ch'acquista e perde lena;
ma esce di fontana salda e certa,
che tanto dal voler di Dio riprende,
quant' ella versa da due parti aperta.
Da questa parte con virt discende
che toglie altrui memoria del peccato;
da l'altra d'ogne ben fatto la rende.
Quinci Let; cos da l'altro lato
Eno si chiama, e non adopra
se quinci e quindi pria non  gustato:
a tutti altri sapori esto  di sopra.
E avvegna ch'assai possa esser sazia
la sete tua perch' io pi non ti scuopra,
darotti un corollario ancor per grazia;
n credo che 'l mio dir ti sia men caro,
se oltre promession teco si spazia.
Quelli ch'anticamente poetaro
l'et de l'oro e suo stato felice,
forse in Parnaso esto loco sognaro.
Qui fu innocente l'umana radice;
qui primavera sempre e ogne frutto;
nettare  questo di che ciascun dice.
Io mi rivolsi 'n dietro allora tutto
a' miei poeti, e vidi che con riso
udito avan l'ultimo costrutto;
poi a la bella donna torna' il viso.


CANTO XXIX
[Canto XXIX, dove si tratta s come l'auttore contristato si conduoleva e come vide li sette doni del Santo Spirito e Cristo e la celestiale corte in forma di certe figure.]


Cantando come donna innamorata,
contin col fin di sue parole:
'Beati quorum tecta sunt peccata!'.
E come ninfe che si givan sole
per le salvatiche ombre, disando
qual di veder, qual di fuggir lo sole,
allor si mosse contra 'l fiume, andando
su per la riva; e io pari di lei,
picciol passo con picciol seguitando.
Non eran cento tra ' suoi passi e ' miei,
quando le ripe igualmente dier volta,
per modo ch'a levante mi rendei.
N ancor fu cos nostra via molta,
quando la donna tutta a me si torse,
dicendo: Frate mio, guarda e ascolta.
Ed ecco un lustro sbito trascorse
da tutte parti per la gran foresta,
tal che di balenar mi mise in forse.
Ma perch 'l balenar, come vien, resta,
e quel, durando, pi e pi splendeva,
nel mio pensier dicea: 'Che cosa  questa?'.
E una melodia dolce correva
per l'aere luminoso; onde buon zelo
mi f riprender l'ardimento d'Eva,
che l dove ubidia la terra e 'l cielo,
femmina, sola e pur test formata,
non sofferse di star sotto alcun velo;
sotto 'l qual se divota fosse stata,
avrei quelle ineffabili delizie
sentite prima e pi lunga fata.
Mentr' io m'andava tra tante primizie
de l'etterno piacer tutto sospeso,
e disoso ancora a pi letizie,
dinanzi a noi, tal quale un foco acceso,
ci si f l'aere sotto i verdi rami;
e 'l dolce suon per canti era gi inteso.
O sacrosante Vergini, se fami,
freddi o vigilie mai per voi soffersi,
cagion mi sprona ch'io merc vi chiami.
Or convien che Elicona per me versi,
e Urane m'aiuti col suo coro
forti cose a pensar mettere in versi.
Poco pi oltre, sette alberi d'oro
falsava nel parere il lungo tratto
del mezzo ch'era ancor tra noi e loro;
ma quand' i' fui s presso di lor fatto,
che l'obietto comun, che 'l senso inganna,
non perdea per distanza alcun suo atto,
la virt ch'a ragion discorso ammanna,
s com' elli eran candelabri apprese,
e ne le voci del cantare 'Osanna'.
Di sopra fiammeggiava il bello arnese
pi chiaro assai che luna per sereno
di mezza notte nel suo mezzo mese.
Io mi rivolsi d'ammirazion pieno
al buon Virgilio, ed esso mi rispuose
con vista carca di stupor non meno.
Indi rendei l'aspetto a l'alte cose
che si movieno incontr' a noi s tardi,
che foran vinte da novelle spose.
La donna mi sgrid: Perch pur ardi
s ne l'affetto de le vive luci,
e ci che vien di retro a lor non guardi?.
Genti vid' io allor, come a lor duci,
venire appresso, vestite di bianco;
e tal candor di qua gi mai non fuci.
L'acqua imprenda dal sinistro fianco,
e rendea me la mia sinistra costa,
s'io riguardava in lei, come specchio anco.
Quand' io da la mia riva ebbi tal posta,
che solo il fiume mi facea distante,
per veder meglio ai passi diedi sosta,
e vidi le fiammelle andar davante,
lasciando dietro a s l'aere dipinto,
e di tratti pennelli avean sembiante;
s che l sopra rimanea distinto
di sette liste, tutte in quei colori
onde fa l'arco il Sole e Delia il cinto.
Questi ostendali in dietro eran maggiori
che la mia vista; e, quanto a mio avviso,
diece passi distavan quei di fori.
Sotto cos bel ciel com' io diviso,
ventiquattro seniori, a due a due,
coronati venien di fiordaliso.
Tutti cantavan: Benedicta tue
ne le figlie d'Adamo, e benedette
sieno in etterno le bellezze tue!.
Poscia che i fiori e l'altre fresche erbette
a rimpetto di me da l'altra sponda
libere fuor da quelle genti elette,
s come luce luce in ciel seconda,
vennero appresso lor quattro animali,
coronati ciascun di verde fronda.
Ognuno era pennuto di sei ali;
le penne piene d'occhi; e li occhi d'Argo,
se fosser vivi, sarebber cotali.
A descriver lor forme pi non spargo
rime, lettor; ch'altra spesa mi strigne,
tanto ch'a questa non posso esser largo;
ma leggi Ezechel, che li dipigne
come li vide da la fredda parte
venir con vento e con nube e con igne;
e quali i troverai ne le sue carte,
tali eran quivi, salvo ch'a le penne
Giovanni  meco e da lui si diparte.
Lo spazio dentro a lor quattro contenne
un carro, in su due rote, trunfale,
ch'al collo d'un grifon tirato venne.
Esso tendeva in s l'una e l'altra ale
tra la mezzana e le tre e tre liste,
s ch'a nulla, fendendo, facea male.
Tanto salivan che non eran viste;
le membra d'oro avea quant' era uccello,
e bianche l'altre, di vermiglio miste.
Non che Roma di carro cos bello
rallegrasse Affricano, o vero Augusto,
ma quel del Sol saria pover con ello;
quel del Sol che, svando, fu combusto
per l'orazion de la Terra devota,
quando fu Giove arcanamente giusto.
Tre donne in giro da la destra rota
venian danzando; l'una tanto rossa
ch'a pena fora dentro al foco nota;
l'altr' era come se le carni e l'ossa
fossero state di smeraldo fatte;
la terza parea neve test mossa;
e or paran da la bianca tratte,
or da la rossa; e dal canto di questa
l'altre toglien l'andare e tarde e ratte.
Da la sinistra quattro facean festa,
in porpore vestite, dietro al modo
d'una di lor ch'avea tre occhi in testa.
Appresso tutto il pertrattato nodo
vidi due vecchi in abito dispari,
ma pari in atto e onesto e sodo.
L'un si mostrava alcun de' famigliari
di quel sommo Ipocrte che natura
a li animali f ch'ell' ha pi cari;
mostrava l'altro la contraria cura
con una spada lucida e aguta,
tal che di qua dal rio mi f paura.
Poi vidi quattro in umile paruta;
e di retro da tutti un vecchio solo
venir, dormendo, con la faccia arguta.
E questi sette col primaio stuolo
erano abitati, ma di gigli
dintorno al capo non facan brolo,
anzi di rose e d'altri fior vermigli;
giurato avria poco lontano aspetto
che tutti ardesser di sopra da' cigli.
E quando il carro a me fu a rimpetto,
un tuon s'ud, e quelle genti degne
parvero aver l'andar pi interdetto,
fermandosi ivi con le prime insegne.


CANTO XXX
[Canto XXX, dove narra come Beatrice apparve a Dante e Virgilio il lasci, e lo recitare per l'alta donna de la incostanza e difetto di Dante, e qui l'auttore piange i suoi difetti con vergogna compuntiva.]


Quando il settentron del primo cielo,
che n occaso mai seppe n orto
n d'altra nebbia che di colpa velo,
e che faceva l ciascuno accorto
di suo dover, come 'l pi basso face
qual temon gira per venire a porto,
fermo s'affisse: la gente verace,
venuta prima tra 'l grifone ed esso,
al carro volse s come a sua pace;
e un di loro, quasi da ciel messo,
'Veni, sponsa, de Libano' cantando
grid tre volte, e tutti li altri appresso.
Quali i beati al novissimo bando
surgeran presti ognun di sua caverna,
la revestita voce alleluiando,
cotali in su la divina basterna
si levar cento, ad vocem tanti senis,
ministri e messaggier di vita etterna.
Tutti dicean: 'Benedictus qui venis!',
e fior gittando e di sopra e dintorno,
'Manibus, oh, date lila plenis!'.
Io vidi gi nel cominciar del giorno
la parte orental tutta rosata,
e l'altro ciel di bel sereno addorno;
e la faccia del sol nascere ombrata,
s che per temperanza di vapori
l'occhio la sostenea lunga fata:
cos dentro una nuvola di fiori
che da le mani angeliche saliva
e ricadeva in gi dentro e di fori,
sovra candido vel cinta d'uliva
donna m'apparve, sotto verde manto
vestita di color di fiamma viva.
E lo spirito mio, che gi cotanto
tempo era stato ch'a la sua presenza
non era di stupor, tremando, affranto,
sanza de li occhi aver pi conoscenza,
per occulta virt che da lei mosse,
d'antico amor sent la gran potenza.
Tosto che ne la vista mi percosse
l'alta virt che gi m'avea trafitto
prima ch'io fuor di perizia fosse,
volsimi a la sinistra col respitto
col quale il fantolin corre a la mamma
quando ha paura o quando elli  afflitto,
per dicere a Virgilio: 'Men che dramma
di sangue m' rimaso che non tremi:
conosco i segni de l'antica fiamma'.
Ma Virgilio n'avea lasciati scemi
di s, Virgilio dolcissimo patre,
Virgilio a cui per mia salute die'mi;
n quantunque perdeo l'antica matre,
valse a le guance nette di rugiada
che, lagrimando, non tornasser atre.
Dante, perch Virgilio se ne vada,
non pianger anco, non piangere ancora;
ch pianger ti conven per altra spada.
Quasi ammiraglio che in poppa e in prora
viene a veder la gente che ministra
per li altri legni, e a ben far l'incora;
in su la sponda del carro sinistra,
quando mi volsi al suon del nome mio,
che di necessit qui si registra,
vidi la donna che pria m'appario
velata sotto l'angelica festa,
drizzar li occhi ver' me di qua dal rio.
Tutto che 'l vel che le scendea di testa,
cerchiato de le fronde di Minerva,
non la lasciasse parer manifesta,
regalmente ne l'atto ancor proterva
contin come colui che dice
e 'l pi caldo parlar dietro reserva:
Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice.
Come degnasti d'accedere al monte?
non sapei tu che qui  l'uom felice?.
Li occhi mi cadder gi nel chiaro fonte;
ma veggendomi in esso, i trassi a l'erba,
tanta vergogna mi grav la fronte.
Cos la madre al figlio par superba,
com' ella parve a me; perch d'amaro
sente il sapor de la pietade acerba.
Ella si tacque; e li angeli cantaro
di sbito 'In te, Domine, speravi';
ma oltre 'pedes meos' non passaro.
S come neve tra le vive travi
per lo dosso d'Italia si congela,
soffiata e stretta da li venti schiavi,
poi, liquefatta, in s stessa trapela,
pur che la terra che perde ombra spiri,
s che par foco fonder la candela;
cos fui sanza lagrime e sospiri
anzi 'l cantar di quei che notan sempre
dietro a le note de li etterni giri;
ma poi che 'ntesi ne le dolci tempre
lor compatire a me, par che se detto
avesser: 'Donna, perch s lo stempre?',
lo gel che m'era intorno al cor ristretto,
spirito e acqua fessi, e con angoscia
de la bocca e de li occhi usc del petto.
Ella, pur ferma in su la detta coscia
del carro stando, a le sustanze pie
volse le sue parole cos poscia:
Voi vigilate ne l'etterno die,
s che notte n sonno a voi non fura
passo che faccia il secol per sue vie;
onde la mia risposta  con pi cura
che m'intenda colui che di l piagne,
perch sia colpa e duol d'una misura.
Non pur per ovra de le rote magne,
che drizzan ciascun seme ad alcun fine
secondo che le stelle son compagne,
ma per larghezza di grazie divine,
che s alti vapori hanno a lor piova,
che nostre viste l non van vicine,
questi fu tal ne la sua vita nova
virtalmente, ch'ogne abito destro
fatto averebbe in lui mirabil prova.
Ma tanto pi maligno e pi silvestro
si fa 'l terren col mal seme e non clto,
quant' elli ha pi di buon vigor terrestro.
Alcun tempo il sostenni col mio volto:
mostrando li occhi giovanetti a lui,
meco il menava in dritta parte vlto.
S tosto come in su la soglia fui
di mia seconda etade e mutai vita,
questi si tolse a me, e diessi altrui.
Quando di carne a spirto era salita,
e bellezza e virt cresciuta m'era,
fu' io a lui men cara e men gradita;
e volse i passi suoi per via non vera,
imagini di ben seguendo false,
che nulla promession rendono intera.
N l'impetrare ispirazion mi valse,
con le quali e in sogno e altrimenti
lo rivocai: s poco a lui ne calse!
Tanto gi cadde, che tutti argomenti
a la salute sua eran gi corti,
fuor che mostrarli le perdute genti.
Per questo visitai l'uscio d'i morti,
e a colui che l'ha qua s condotto,
li preghi miei, piangendo, furon porti.
Alto fato di Dio sarebbe rotto,
se Let si passasse e tal vivanda
fosse gustata sanza alcuno scotto
di pentimento che lagrime spanda.


CANTO XXXI
[Canto XXXI, ove si tratta s come Beatrice riprende l'auttore de le commesse colpe, e come la donna che avante li apparve il bagna.]


O tu che se' di l dal fiume sacro,
volgendo suo parlare a me per punta,
che pur per taglio m'era paruto acro,
ricominci, seguendo sanza cunta,
d, d se questo  vero; a tanta accusa
tua confession conviene esser congiunta.
Era la mia virt tanto confusa,
che la voce si mosse, e pria si spense
che da li organi suoi fosse dischiusa.
Poco sofferse; poi disse: Che pense?
Rispondi a me; ch le memorie triste
in te non sono ancor da l'acqua offense.
Confusione e paura insieme miste
mi pinsero un tal s fuor de la bocca,
al quale intender fuor mestier le viste.
Come balestro frange, quando scocca
da troppa tesa, la sua corda e l'arco,
e con men foga l'asta il segno tocca,
s scoppia' io sottesso grave carco,
fuori sgorgando lagrime e sospiri,
e la voce allent per lo suo varco.
Ond' ella a me: Per entro i mie' disiri,
che ti menavano ad amar lo bene
di l dal qual non  a che s'aspiri,
quai fossi attraversati o quai catene
trovasti, per che del passare innanzi
dovessiti cos spogliar la spene?
E quali agevolezze o quali avanzi
ne la fronte de li altri si mostraro,
per che dovessi lor passeggiare anzi?.
Dopo la tratta d'un sospiro amaro,
a pena ebbi la voce che rispuose,
e le labbra a fatica la formaro.
Piangendo dissi: Le presenti cose
col falso lor piacer volser miei passi,
tosto che 'l vostro viso si nascose.
Ed ella: Se tacessi o se negassi
ci che confessi, non fora men nota
la colpa tua: da tal giudice sassi!
Ma quando scoppia de la propria gota
l'accusa del peccato, in nostra corte
rivolge s contra 'l taglio la rota.
Tuttavia, perch mo vergogna porte
del tuo errore, e perch altra volta,
udendo le serene, sie pi forte,
pon gi il seme del piangere e ascolta:
s udirai come in contraria parte
mover dovieti mia carne sepolta.
Mai non t'appresent natura o arte
piacer, quanto le belle membra in ch'io
rinchiusa fui, e che so' 'n terra sparte;
e se 'l sommo piacer s ti fallio
per la mia morte, qual cosa mortale
dovea poi trarre te nel suo disio?
Ben ti dovevi, per lo primo strale
de le cose fallaci, levar suso
di retro a me che non era pi tale.
Non ti dovea gravar le penne in giuso,
ad aspettar pi colpo, o pargoletta
o altra novit con s breve uso.
Novo augelletto due o tre aspetta;
ma dinanzi da li occhi d'i pennuti
rete si spiega indarno o si saetta.
Quali fanciulli, vergognando, muti
con li occhi a terra stannosi, ascoltando
e s riconoscendo e ripentuti,
tal mi stav' io; ed ella disse: Quando
per udir se' dolente, alza la barba,
e prenderai pi doglia riguardando.
Con men di resistenza si dibarba
robusto cerro, o vero al nostral vento
o vero a quel de la terra di Iarba,
ch'io non levai al suo comando il mento;
e quando per la barba il viso chiese,
ben conobbi il velen de l'argomento.
E come la mia faccia si distese,
posarsi quelle prime creature
da loro asperson l'occhio comprese;
e le mie luci, ancor poco sicure,
vider Beatrice volta in su la fiera
ch' sola una persona in due nature.
Sotto 'l suo velo e oltre la rivera
vincer pariemi pi s stessa antica,
vincer che l'altre qui, quand' ella c'era.
Di penter s mi punse ivi l'ortica,
che di tutte altre cose qual mi torse
pi nel suo amor, pi mi si f nemica.
Tanta riconoscenza il cor mi morse,
ch'io caddi vinto; e quale allora femmi,
salsi colei che la cagion mi porse.
Poi, quando il cor virt di fuor rendemmi,
la donna ch'io avea trovata sola
sopra me vidi, e dicea: Tiemmi, tiemmi!.
Tratto m'avea nel fiume infin la gola,
e tirandosi me dietro sen giva
sovresso l'acqua lieve come scola.
Quando fui presso a la beata riva,
'Asperges me' s dolcemente udissi,
che nol so rimembrar, non ch'io lo scriva.
La bella donna ne le braccia aprissi;
abbracciommi la testa e mi sommerse
ove convenne ch'io l'acqua inghiottissi.
Indi mi tolse, e bagnato m'offerse
dentro a la danza de le quattro belle;
e ciascuna del braccio mi coperse.
Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle;
pria che Beatrice discendesse al mondo,
fummo ordinate a lei per sue ancelle.
Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo
lume ch' dentro aguzzeranno i tuoi
le tre di l, che miran pi profondo.
Cos cantando cominciaro; e poi
al petto del grifon seco menarmi,
ove Beatrice stava volta a noi.
Disser: Fa che le viste non risparmi;
posto t'avem dinanzi a li smeraldi
ond' Amor gi ti trasse le sue armi.
Mille disiri pi che fiamma caldi
strinsermi li occhi a li occhi rilucenti,
che pur sopra 'l grifone stavan saldi.
Come in lo specchio il sol, non altrimenti
la doppia fiera dentro vi raggiava,
or con altri, or con altri reggimenti.
Pensa, lettor, s'io mi maravigliava,
quando vedea la cosa in s star queta,
e ne l'idolo suo si trasmutava.
Mentre che piena di stupore e lieta
l'anima mia gustava di quel cibo
che, saziando di s, di s asseta,
s dimostrando di pi alto tribo
ne li atti, l'altre tre si fero avanti,
danzando al loro angelico caribo.
Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi,
era la sua canzone, al tuo fedele
che, per vederti, ha mossi passi tanti!
Per grazia fa noi grazia che disvele
a lui la bocca tua, s che discerna
la seconda bellezza che tu cele.
O isplendor di viva luce etterna,
chi palido si fece sotto l'ombra
s di Parnaso, o bevve in sua cisterna,
che non paresse aver la mente ingombra,
tentando a render te qual tu paresti
l dove armonizzando il ciel t'adombra,
quando ne l'aere aperto ti solvesti?


CANTO XXXII
[Canto XXXII, dove si tratta come Beatrice comand a l'auttore che scrivesse li miracoli che vide in quel luogo, e come elli con le donne seguio il carro, e l'aguglia percosse il carro, e una volpe sen fuggio, e de la puttana e del gigante.]


Tant' eran li occhi miei fissi e attenti
a disbramarsi la decenne sete,
che li altri sensi m'eran tutti spenti.
Ed essi quinci e quindi avien parete
di non caler - cos lo santo riso
a s trali con l'antica rete! -;
quando per forza mi fu vlto il viso
ver' la sinistra mia da quelle dee,
perch' io udi' da loro un Troppo fiso!;
e la disposizion ch'a veder e
ne li occhi pur test dal sol percossi,
sanza la vista alquanto esser mi fe.
Ma poi ch'al poco il viso riformossi
(e dico 'al poco' per rispetto al molto
sensibile onde a forza mi rimossi),
vidi 'n sul braccio destro esser rivolto
lo gloroso essercito, e tornarsi
col sole e con le sette fiamme al volto.
Come sotto li scudi per salvarsi
volgesi schiera, e s gira col segno,
prima che possa tutta in s mutarsi;
quella milizia del celeste regno
che procedeva, tutta trapassonne
pria che piegasse il carro il primo legno.
Indi a le rote si tornar le donne,
e 'l grifon mosse il benedetto carco
s, che per nulla penna crollonne.
La bella donna che mi trasse al varco
e Stazio e io seguitavam la rota
che f l'orbita sua con minore arco.
S passeggiando l'alta selva vta,
colpa di quella ch'al serpente crese,
temprava i passi un'angelica nota.
Forse in tre voli tanto spazio prese
disfrenata saetta, quanto eramo
rimossi, quando Batrice scese.
Io senti' mormorare a tutti Adamo;
poi cerchiaro una pianta dispogliata
di foglie e d'altra fronda in ciascun ramo.
La coma sua, che tanto si dilata
pi quanto pi  s, fora da l'Indi
ne' boschi lor per altezza ammirata.
Beato se', grifon, che non discindi
col becco d'esto legno dolce al gusto,
poscia che mal si torce il ventre quindi.
Cos dintorno a l'albero robusto
gridaron li altri; e l'animal binato:
S si conserva il seme d'ogne giusto.
E vlto al temo ch'elli avea tirato,
trasselo al pi de la vedova frasca,
e quel di lei a lei lasci legato.
Come le nostre piante, quando casca
gi la gran luce mischiata con quella
che raggia dietro a la celeste lasca,
turgide fansi, e poi si rinovella
di suo color ciascuna, pria che 'l sole
giunga li suoi corsier sotto altra stella;
men che di rose e pi che di vole
colore aprendo, s'innov la pianta,
che prima avea le ramora s sole.
Io non lo 'ntesi, n qui non si canta
l'inno che quella gente allor cantaro,
n la nota soffersi tutta quanta.
S'io potessi ritrar come assonnaro
li occhi spietati udendo di Siringa,
li occhi a cui pur vegghiar cost s caro;
come pintor che con essempro pinga,
disegnerei com' io m'addormentai;
ma qual vuol sia che l'assonnar ben finga.
Per trascorro a quando mi svegliai,
e dico ch'un splendor mi squarci 'l velo
del sonno, e un chiamar: Surgi: che fai?.
Quali a veder de' fioretti del melo
che del suo pome li angeli fa ghiotti
e perpete nozze fa nel cielo,
Pietro e Giovanni e Iacopo condotti
e vinti, ritornaro a la parola
da la qual furon maggior sonni rotti,
e videro scemata loro scuola
cos di Mos come d'Elia,
e al maestro suo cangiata stola;
tal torna' io, e vidi quella pia
sovra me starsi che conducitrice
fu de' miei passi lungo 'l fiume pria.
E tutto in dubbio dissi: Ov'  Beatrice?.
Ond' ella: Vedi lei sotto la fronda
nova sedere in su la sua radice.
Vedi la compagnia che la circonda:
li altri dopo 'l grifon sen vanno suso
con pi dolce canzone e pi profonda.
E se pi fu lo suo parlar diffuso,
non so, per che gi ne li occhi m'era
quella ch'ad altro intender m'avea chiuso.
Sola sedeasi in su la terra vera,
come guardia lasciata l del plaustro
che legar vidi a la biforme fera.
In cerchio le facevan di s claustro
le sette ninfe, con quei lumi in mano
che son sicuri d'Aquilone e d'Austro.
Qui sarai tu poco tempo silvano;
e sarai meco sanza fine cive
di quella Roma onde Cristo  romano.
Per, in pro del mondo che mal vive,
al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,
ritornato di l, fa che tu scrive.
Cos Beatrice; e io, che tutto ai piedi
d'i suoi comandamenti era divoto,
la mente e li occhi ov' ella volle diedi.
Non scese mai con s veloce moto
foco di spessa nube, quando piove
da quel confine che pi va remoto,
com' io vidi calar l'uccel di Giove
per l'alber gi, rompendo de la scorza,
non che d'i fiori e de le foglie nove;
e fer 'l carro di tutta sua forza;
ond' el pieg come nave in fortuna,
vinta da l'onda, or da poggia, or da orza.
Poscia vidi avventarsi ne la cuna
del trunfal veiculo una volpe
che d'ogne pasto buon parea digiuna;
ma, riprendendo lei di laide colpe,
la donna mia la volse in tanta futa
quanto sofferser l'ossa sanza polpe.
Poscia per indi ond' era pria venuta,
l'aguglia vidi scender gi ne l'arca
del carro e lasciar lei di s pennuta;
e qual esce di cuor che si rammarca,
tal voce usc del cielo e cotal disse:
O navicella mia, com' mal se' carca!.
Poi parve a me che la terra s'aprisse
tr'ambo le ruote, e vidi uscirne un drago
che per lo carro s la coda fisse;
e come vespa che ritragge l'ago,
a s traendo la coda maligna,
trasse del fondo, e gissen vago vago.
Quel che rimase, come da gramigna
vivace terra, da la piuma, offerta
forse con intenzion sana e benigna,
si ricoperse, e funne ricoperta
e l'una e l'altra rota e 'l temo, in tanto
che pi tiene un sospir la bocca aperta.
Trasformato cos 'l dificio santo
mise fuor teste per le parti sue,
tre sovra 'l temo e una in ciascun canto.
Le prime eran cornute come bue,
ma le quattro un sol corno avean per fronte:
simile mostro visto ancor non fue.
Sicura, quasi rocca in alto monte,
seder sovresso una puttana sciolta
m'apparve con le ciglia intorno pronte;
e come perch non li fosse tolta,
vidi di costa a lei dritto un gigante;
e basciavansi insieme alcuna volta.
Ma perch l'occhio cupido e vagante
a me rivolse, quel feroce drudo
la flagell dal capo infin le piante;
poi, di sospetto pieno e d'ira crudo,
disciolse il mostro, e trassel per la selva,
tanto che sol di lei mi fece scudo
a la puttana e a la nova belva.

CANTO XXXIII
[Canto XXXIII, il quale si  l'ultimo de la seconda cantica, ove si racconta s come Beatrice dichiaroe a Dante quelle cose ch'elli vide, trattando e dimostrando le future vendette e de la ingiuria nel predetto carro del grifone; e infine, veduti li quattro fiumi del Paradiso, escono verso il cielo.]


'Deus, venerunt gentes', alternando
or tre or quattro dolce salmodia,
le donne incominciaro, e lagrimando;
e Batrice, sospirosa e pia,
quelle ascoltava s fatta, che poco
pi a la croce si cambi Maria.
Ma poi che l'altre vergini dier loco
a lei di dir, levata dritta in p,
rispuose, colorata come foco:
'Modicum, et non videbitis me;
et iterum, sorelle mie dilette,
modicum, et vos videbitis me'.
Poi le si mise innanzi tutte e sette,
e dopo s, solo accennando, mosse
me e la donna e 'l savio che ristette.
Cos sen giva; e non credo che fosse
lo decimo suo passo in terra posto,
quando con li occhi li occhi mi percosse;
e con tranquillo aspetto Vien pi tosto,
mi disse, tanto che, s'io parlo teco,
ad ascoltarmi tu sie ben disposto.
S com' io fui, com' io dova, seco,
dissemi: Frate, perch non t'attenti
a domandarmi omai venendo meco?.
Come a color che troppo reverenti
dinanzi a suo maggior parlando sono,
che non traggon la voce viva ai denti,
avvenne a me, che sanza intero suono
incominciai: Madonna, mia bisogna
voi conoscete, e ci ch'ad essa  buono.
Ed ella a me: Da tema e da vergogna
voglio che tu omai ti disviluppe,
s che non parli pi com' om che sogna.
Sappi che 'l vaso che 'l serpente ruppe,
fu e non ; ma chi n'ha colpa, creda
che vendetta di Dio non teme suppe.
Non sar tutto tempo sanza reda
l'aguglia che lasci le penne al carro,
per che divenne mostro e poscia preda;
ch'io veggio certamente, e per il narro,
a darne tempo gi stelle propinque,
secure d'ogn' intoppo e d'ogne sbarro,
nel quale un cinquecento diece e cinque,
messo di Dio, ancider la fuia
con quel gigante che con lei delinque.
E forse che la mia narrazion buia,
qual Temi e Sfinge, men ti persuade,
perch' a lor modo lo 'ntelletto attuia;
ma tosto fier li fatti le Naiade,
che solveranno questo enigma forte
sanza danno di pecore o di biade.
Tu nota; e s come da me son porte,
cos queste parole segna a' vivi
del viver ch' un correre a la morte.
E aggi a mente, quando tu le scrivi,
di non celar qual hai vista la pianta
ch' or due volte dirubata quivi.
Qualunque ruba quella o quella schianta,
con bestemmia di fatto offende a Dio,
che solo a l'uso suo la cre santa.
Per morder quella, in pena e in disio
cinquemilia anni e pi l'anima prima
bram colui che 'l morso in s punio.
Dorme lo 'ngegno tuo, se non estima
per singular cagione essere eccelsa
lei tanto e s travolta ne la cima.
E se stati non fossero acqua d'Elsa
li pensier vani intorno a la tua mente,
e 'l piacer loro un Piramo a la gelsa,
per tante circostanze solamente
la giustizia di Dio, ne l'interdetto,
conosceresti a l'arbor moralmente.
Ma perch' io veggio te ne lo 'ntelletto
fatto di pietra e, impetrato, tinto,
s che t'abbaglia il lume del mio detto,
voglio anco, e se non scritto, almen dipinto,
che 'l te ne porti dentro a te per quello
che si reca il bordon di palma cinto.
E io: S come cera da suggello,
che la figura impressa non trasmuta,
segnato  or da voi lo mio cervello.
Ma perch tanto sovra mia veduta
vostra parola disata vola,
che pi la perde quanto pi s'aiuta?.
Perch conoschi, disse, quella scuola
c'hai seguitata, e veggi sua dottrina
come pu seguitar la mia parola;
e veggi vostra via da la divina
distar cotanto, quanto si discorda
da terra il ciel che pi alto festina.
Ond' io rispuosi lei: Non mi ricorda
ch'i' stranasse me gi mai da voi,
n honne coscenza che rimorda.
E se tu ricordar non te ne puoi,
sorridendo rispuose, or ti rammenta
come bevesti di Let ancoi;
e se dal fummo foco s'argomenta,
cotesta oblivon chiaro conchiude
colpa ne la tua voglia altrove attenta.
Veramente oramai saranno nude
le mie parole, quanto converrassi
quelle scovrire a la tua vista rude.
E pi corusco e con pi lenti passi
teneva il sole il cerchio di merigge,
che qua e l, come li aspetti, fassi,
quando s'affisser, s come s'affigge
chi va dinanzi a gente per iscorta
se trova novitate o sue vestigge,
le sette donne al fin d'un'ombra smorta,
qual sotto foglie verdi e rami nigri
sovra suoi freddi rivi l'alpe porta.
Dinanzi ad esse ufrats e Tigri
veder mi parve uscir d'una fontana,
e, quasi amici, dipartirsi pigri.
O luce, o gloria de la gente umana,
che acqua  questa che qui si dispiega
da un principio e s da s lontana?.
Per cotal priego detto mi fu: Priega
Matelda che 'l ti dica. E qui rispuose,
come fa chi da colpa si dislega,
la bella donna: Questo e altre cose
dette li son per me; e son sicura
che l'acqua di Let non gliel nascose.
E Batrice: Forse maggior cura,
che spesse volte la memoria priva,
fatt' ha la mente sua ne li occhi oscura.
Ma vedi Eno che l diriva:
menalo ad esso, e come tu se' usa,
la tramortita sua virt ravviva.
Come anima gentil, che non fa scusa,
ma fa sua voglia de la voglia altrui
tosto che  per segno fuor dischiusa;
cos, poi che da essa preso fui,
la bella donna mossesi, e a Stazio
donnescamente disse: Vien con lui.
S'io avessi, lettor, pi lungo spazio
da scrivere, i' pur cantere' in parte
lo dolce ber che mai non m'avria sazio;
ma perch piene son tutte le carte
ordite a questa cantica seconda,
non mi lascia pi ir lo fren de l'arte.
Io ritornai da la santissima onda
rifatto s come piante novelle
rinovellate di novella fronda,
puro e disposto a salire a le stelle.

[Explicit secunda pars Comedie Dantis Alagherii
in qua tractatum est de Purgatorio]




LA DIVINA COMMEDIA
di Dante Alighieri


PARADISO


CANTO I
[Comincia la terza cantica de la Commedia di Dante Alaghiere di Fiorenza, ne la quale si tratta de' beati e de la celestiale gloria e de' meriti e premi de' santi, e dividesi in nove parti. Canto primo, nel cui principio l'auttore proemizza a la seguente cantica; e sono ne lo elemento del fuoco e Beatrice solve a l'auttore una questione; nel quale canto l'auttore promette di trattare de le cose divine invocando la scienza poetica, cio Appollo chiamato il deo de la Sapienza.]


La gloria di colui che tutto move
per l'universo penetra, e risplende
in una parte pi e meno altrove.
Nel ciel che pi de la sua luce prende
fu' io, e vidi cose che ridire
n sa n pu chi di l s discende;
perch appressando s al suo disire,
nostro intelletto si profonda tanto,
che dietro la memoria non pu ire.
Veramente quant' io del regno santo
ne la mia mente potei far tesoro,
sar ora materia del mio canto.
O buono Appollo, a l'ultimo lavoro
fammi del tuo valor s fatto vaso,
come dimandi a dar l'amato alloro.
Infino a qui l'un giogo di Parnaso
assai mi fu; ma or con amendue
m' uopo intrar ne l'aringo rimaso.
Entra nel petto mio, e spira tue
s come quando Marsa traesti
de la vagina de le membra sue.
O divina virt, se mi ti presti
tanto che l'ombra del beato regno
segnata nel mio capo io manifesti,
vedra'mi al pi del tuo diletto legno
venire, e coronarmi de le foglie
che la materia e tu mi farai degno.
S rade volte, padre, se ne coglie
per trunfare o cesare o poeta,
colpa e vergogna de l'umane voglie,
che parturir letizia in su la lieta
delfica det dovria la fronda
peneia, quando alcun di s asseta.
Poca favilla gran fiamma seconda:
forse di retro a me con miglior voci
si pregher perch Cirra risponda.
Surge ai mortali per diverse foci
la lucerna del mondo; ma da quella
che quattro cerchi giugne con tre croci,
con miglior corso e con migliore stella
esce congiunta, e la mondana cera
pi a suo modo tempera e suggella.
Fatto avea di l mane e di qua sera
tal foce, e quasi tutto era l bianco
quello emisperio, e l'altra parte nera,
quando Beatrice in sul sinistro fianco
vidi rivolta e riguardar nel sole:
aguglia s non li s'affisse unquanco.
E s come secondo raggio suole
uscir del primo e risalire in suso,
pur come pelegrin che tornar vuole,
cos de l'atto suo, per li occhi infuso
ne l'imagine mia, il mio si fece,
e fissi li occhi al sole oltre nostr' uso.
Molto  licito l, che qui non lece
a le nostre virt, merc del loco
fatto per proprio de l'umana spece.
Io nol soffersi molto, n s poco,
ch'io nol vedessi sfavillar dintorno,
com' ferro che bogliente esce del foco;
e di sbito parve giorno a giorno
essere aggiunto, come quei che puote
avesse il ciel d'un altro sole addorno.
Beatrice tutta ne l'etterne rote
fissa con li occhi stava; e io in lei
le luci fissi, di l s rimote.
Nel suo aspetto tal dentro mi fei,
qual si f Glauco nel gustar de l'erba
che 'l f consorto in mar de li altri di.
Trasumanar significar per verba
non si poria; per l'essemplo basti
a cui esperenza grazia serba.
S'i' era sol di me quel che creasti
novellamente, amor che 'l ciel governi,
tu 'l sai, che col tuo lume mi levasti.
Quando la rota che tu sempiterni
desiderato, a s mi fece atteso
con l'armonia che temperi e discerni,
parvemi tanto allor del cielo acceso
de la fiamma del sol, che pioggia o fiume
lago non fece alcun tanto disteso.
La novit del suono e 'l grande lume
di lor cagion m'accesero un disio
mai non sentito di cotanto acume.
Ond' ella, che vedea me s com' io,
a quetarmi l'animo commosso,
pria ch'io a dimandar, la bocca aprio
e cominci: Tu stesso ti fai grosso
col falso imaginar, s che non vedi
ci che vedresti se l'avessi scosso.
Tu non se' in terra, s come tu credi;
ma folgore, fuggendo il proprio sito,
non corse come tu ch'ad esso riedi.
S'io fui del primo dubbio disvestito
per le sorrise parolette brevi,
dentro ad un nuovo pi fu' inretito
e dissi: Gi contento requevi
di grande ammirazion; ma ora ammiro
com' io trascenda questi corpi levi.
Ond' ella, appresso d'un po sospiro,
li occhi drizz ver' me con quel sembiante
che madre fa sovra figlio deliro,
e cominci: Le cose tutte quante
hanno ordine tra loro, e questo  forma
che l'universo a Dio fa simigliante.
Qui veggion l'alte creature l'orma
de l'etterno valore, il qual  fine
al quale  fatta la toccata norma.
Ne l'ordine ch'io dico sono accline
tutte nature, per diverse sorti,
pi al principio loro e men vicine;
onde si muovono a diversi porti
per lo gran mar de l'essere, e ciascuna
con istinto a lei dato che la porti.
Questi ne porta il foco inver' la luna;
questi ne' cor mortali  permotore;
questi la terra in s stringe e aduna;
n pur le creature che son fore
d'intelligenza quest' arco saetta,
ma quelle c'hanno intelletto e amore.
La provedenza, che cotanto assetta,
del suo lume fa 'l ciel sempre queto
nel qual si volge quel c'ha maggior fretta;
e ora l, come a sito decreto,
cen porta la virt di quella corda
che ci che scocca drizza in segno lieto.
Vero  che, come forma non s'accorda
molte fate a l'intenzion de l'arte,
perch' a risponder la materia  sorda,
cos da questo corso si diparte
talor la creatura, c'ha podere
di piegar, cos pinta, in altra parte;
e s come veder si pu cadere
foco di nube, s l'impeto primo
l'atterra torto da falso piacere.
Non dei pi ammirar, se bene stimo,
lo tuo salir, se non come d'un rivo
se d'alto monte scende giuso ad imo.
Maraviglia sarebbe in te se, privo
d'impedimento, gi ti fossi assiso,
com' a terra quete in foco vivo.
Quinci rivolse inver' lo cielo il viso.

CANTO II
[Canto secondo, ove tratta come Beatrice e l'auttore pervegnono al cielo de la Luna, aprendo la veritade de l'ombra ch'appare in essa; e qui comincia questa terza parte de la Commedia quanto al proprio dire.]


O voi che siete in piccioletta barca,
desiderosi d'ascoltar, seguiti
dietro al mio legno che cantando varca,
tornate a riveder li vostri liti:
non vi mettete in pelago, ch forse,
perdendo me, rimarreste smarriti.
L'acqua ch'io prendo gi mai non si corse;
Minerva spira, e conducemi Appollo,
e nove Muse mi dimostran l'Orse.
Voialtri pochi che drizzaste il collo
per tempo al pan de li angeli, del quale
vivesi qui ma non sen vien satollo,
metter potete ben per l'alto sale
vostro navigio, servando mio solco
dinanzi a l'acqua che ritorna equale.
Que' glorosi che passaro al Colco
non s'ammiraron come voi farete,
quando Iasn vider fatto bifolco.
La concreata e perpeta sete
del deforme regno cen portava
veloci quasi come 'l ciel vedete.
Beatrice in suso, e io in lei guardava;
e forse in tanto in quanto un quadrel posa
e vola e da la noce si dischiava,
giunto mi vidi ove mirabil cosa
mi torse il viso a s; e per quella
cui non potea mia cura essere ascosa,
volta ver' me, s lieta come bella,
Drizza la mente in Dio grata, mi disse,
che n'ha congiunti con la prima stella.
Parev' a me che nube ne coprisse
lucida, spessa, solida e pulita,
quasi adamante che lo sol ferisse.
Per entro s l'etterna margarita
ne ricevette, com' acqua recepe
raggio di luce permanendo unita.
S'io era corpo, e qui non si concepe
com' una dimensione altra patio,
ch'esser convien se corpo in corpo repe,
accender ne dovria pi il disio
di veder quella essenza in che si vede
come nostra natura e Dio s'unio.
L si vedr ci che tenem per fede,
non dimostrato, ma fia per s noto
a guisa del ver primo che l'uom crede.
Io rispuosi: Madonna, s devoto
com' esser posso pi, ringrazio lui
lo qual dal mortal mondo m'ha remoto.
Ma ditemi: che son li segni bui
di questo corpo, che l giuso in terra
fan di Cain favoleggiare altrui?.
Ella sorrise alquanto, e poi S'elli erra
l'oppinon, mi disse, d'i mortali
dove chiave di senso non diserra,
certo non ti dovrien punger li strali
d'ammirazione omai, poi dietro ai sensi
vedi che la ragione ha corte l'ali.
Ma dimmi quel che tu da te ne pensi.
E io: Ci che n'appar qua s diverso
credo che fanno i corpi rari e densi.
Ed ella: Certo assai vedrai sommerso
nel falso il creder tuo, se bene ascolti
l'argomentar ch'io li far avverso.
La spera ottava vi dimostra molti
lumi, li quali e nel quale e nel quanto
notar si posson di diversi volti.
Se raro e denso ci facesser tanto,
una sola virt sarebbe in tutti,
pi e men distributa e altrettanto.
Virt diverse esser convegnon frutti
di princpi formali, e quei, for ch'uno,
seguiterieno a tua ragion distrutti.
Ancor, se raro fosse di quel bruno
cagion che tu dimandi, o d'oltre in parte
fora di sua materia s digiuno
esto pianeto, o, s come comparte
lo grasso e 'l magro un corpo, cos questo
nel suo volume cangerebbe carte.
Se 'l primo fosse, fora manifesto
ne l'eclissi del sol, per trasparere
lo lume come in altro raro ingesto.
Questo non : per  da vedere
de l'altro; e s'elli avvien ch'io l'altro cassi,
falsificato fia lo tuo parere.
S'elli  che questo raro non trapassi,
esser conviene un termine da onde
lo suo contrario pi passar non lassi;
e indi l'altrui raggio si rifonde
cos come color torna per vetro
lo qual di retro a s piombo nasconde.
Or dirai tu ch'el si dimostra tetro
ivi lo raggio pi che in altre parti,
per esser l refratto pi a retro.
Da questa instanza pu deliberarti
esperenza, se gi mai la provi,
ch'esser suol fonte ai rivi di vostr' arti.
Tre specchi prenderai; e i due rimovi
da te d'un modo, e l'altro, pi rimosso,
tr'ambo li primi li occhi tuoi ritrovi.
Rivolto ad essi, fa che dopo il dosso
ti stea un lume che i tre specchi accenda
e torni a te da tutti ripercosso.
Ben che nel quanto tanto non si stenda
la vista pi lontana, l vedrai
come convien ch'igualmente risplenda.
Or, come ai colpi de li caldi rai
de la neve riman nudo il suggetto
e dal colore e dal freddo primai,
cos rimaso te ne l'intelletto
voglio informar di luce s vivace,
che ti tremoler nel suo aspetto.
Dentro dal ciel de la divina pace
si gira un corpo ne la cui virtute
l'esser di tutto suo contento giace.
Lo ciel seguente, c'ha tante vedute,
quell' esser parte per diverse essenze,
da lui distratte e da lui contenute.
Li altri giron per varie differenze
le distinzion che dentro da s hanno
dispongono a lor fini e lor semenze.
Questi organi del mondo cos vanno,
come tu vedi omai, di grado in grado,
che di s prendono e di sotto fanno.
Riguarda bene omai s com' io vado
per questo loco al vero che disiri,
s che poi sappi sol tener lo guado.
Lo moto e la virt d'i santi giri,
come dal fabbro l'arte del martello,
da' beati motor convien che spiri;
e 'l ciel cui tanti lumi fanno bello,
de la mente profonda che lui volve
prende l'image e fassene suggello.
E come l'alma dentro a vostra polve
per differenti membra e conformate
a diverse potenze si risolve,
cos l'intelligenza sua bontate
multiplicata per le stelle spiega,
girando s sovra sua unitate.
Virt diversa fa diversa lega
col prezoso corpo ch'ella avviva,
nel qual, s come vita in voi, si lega.
Per la natura lieta onde deriva,
la virt mista per lo corpo luce
come letizia per pupilla viva.
Da essa vien ci che da luce a luce
par differente, non da denso e raro;
essa  formal principio che produce,
conforme a sua bont, lo turbo e 'l chiaro.

CANTO III
[Canto terzo, nel quale si tratta di quello medesimo cielo de la Luna e di certi spiriti che appariro in esso; e solve qui una questione: cio se li spiriti che sono in cielo di sotto vorrebbero esser pi s ch'elli siano.]


Quel sol che pria d'amor mi scald 'l petto,
di bella verit m'avea scoverto,
provando e riprovando, il dolce aspetto;
e io, per confessar corretto e certo
me stesso, tanto quanto si convenne
leva' il capo a proferer pi erto;
ma visone apparve che ritenne
a s me tanto stretto, per vedersi,
che di mia confession non mi sovvenne.
Quali per vetri trasparenti e tersi,
o ver per acque nitide e tranquille,
non s profonde che i fondi sien persi,
tornan d'i nostri visi le postille
debili s, che perla in bianca fronte
non vien men forte a le nostre pupille;
tali vid' io pi facce a parlar pronte;
per ch'io dentro a l'error contrario corsi
a quel ch'accese amor tra l'omo e 'l fonte.
Sbito s com' io di lor m'accorsi,
quelle stimando specchiati sembianti,
per veder di cui fosser, li occhi torsi;
e nulla vidi, e ritorsili avanti
dritti nel lume de la dolce guida,
che, sorridendo, ardea ne li occhi santi.
Non ti maravigliar perch' io sorrida,
mi disse, appresso il tuo peril coto,
poi sopra 'l vero ancor lo pi non fida,
ma te rivolve, come suole, a vto:
vere sustanze son ci che tu vedi,
qui rilegate per manco di voto.
Per parla con esse e odi e credi;
ch la verace luce che le appaga
da s non lascia lor torcer li piedi.
E io a l'ombra che parea pi vaga
di ragionar, drizza'mi, e cominciai,
quasi com' uom cui troppa voglia smaga:
O ben creato spirito, che a' rai
di vita etterna la dolcezza senti
che, non gustata, non s'intende mai,
grazoso mi fia se mi contenti
del nome tuo e de la vostra sorte.
Ond' ella, pronta e con occhi ridenti:
La nostra carit non serra porte
a giusta voglia, se non come quella
che vuol simile a s tutta sua corte.
I' fui nel mondo vergine sorella;
e se la mente tua ben s riguarda,
non mi ti celer l'esser pi bella,
ma riconoscerai ch'i' son Piccarda,
che, posta qui con questi altri beati,
beata sono in la spera pi tarda.
Li nostri affetti, che solo infiammati
son nel piacer de lo Spirito Santo,
letizian del suo ordine formati.
E questa sorte che par gi cotanto,
per n' data, perch fuor negletti
li nostri voti, e vti in alcun canto.
Ond' io a lei: Ne' mirabili aspetti
vostri risplende non so che divino
che vi trasmuta da' primi concetti:
per non fui a rimembrar festino;
ma or m'aiuta ci che tu mi dici,
s che raffigurar m' pi latino.
Ma dimmi: voi che siete qui felici,
disiderate voi pi alto loco
per pi vedere e per pi farvi amici?.
Con quelle altr' ombre pria sorrise un poco;
da indi mi rispuose tanto lieta,
ch'arder parea d'amor nel primo foco:
Frate, la nostra volont queta
virt di carit, che fa volerne
sol quel ch'avemo, e d'altro non ci asseta.
Se disassimo esser pi superne,
foran discordi li nostri disiri
dal voler di colui che qui ne cerne;
che vedrai non capere in questi giri,
s'essere in carit  qui necesse,
e se la sua natura ben rimiri.
Anzi  formale ad esto beato esse
tenersi dentro a la divina voglia,
per ch'una fansi nostre voglie stesse;
s che, come noi sem di soglia in soglia
per questo regno, a tutto il regno piace
com' a lo re che 'n suo voler ne 'nvoglia.
E 'n la sua volontade  nostra pace:
ell'  quel mare al qual tutto si move
ci ch'ella cra o che natura face.
Chiaro mi fu allor come ogne dove
in cielo  paradiso, etsi la grazia
del sommo ben d'un modo non vi piove.
Ma s com' elli avvien, s'un cibo sazia
e d'un altro rimane ancor la gola,
che quel si chere e di quel si ringrazia,
cos fec' io con atto e con parola,
per apprender da lei qual fu la tela
onde non trasse infino a co la spuola.
Perfetta vita e alto merto inciela
donna pi s, mi disse, a la cui norma
nel vostro mondo gi si veste e vela,
perch fino al morir si vegghi e dorma
con quello sposo ch'ogne voto accetta
che caritate a suo piacer conforma.
Dal mondo, per seguirla, giovinetta
fuggi'mi, e nel suo abito mi chiusi
e promisi la via de la sua setta.
Uomini poi, a mal pi ch'a bene usi,
fuor mi rapiron de la dolce chiostra:
Iddio si sa qual poi mia vita fusi.
E quest' altro splendor che ti si mostra
da la mia destra parte e che s'accende
di tutto il lume de la spera nostra,
ci ch'io dico di me, di s intende;
sorella fu, e cos le fu tolta
di capo l'ombra de le sacre bende.
Ma poi che pur al mondo fu rivolta
contra suo grado e contra buona usanza,
non fu dal vel del cor gi mai disciolta.
Quest'  la luce de la gran Costanza
che del secondo vento di Soave
gener 'l terzo e l'ultima possanza.
Cos parlommi, e poi cominci 'Ave,
Maria' cantando, e cantando vanio
come per acqua cupa cosa grave.
La vista mia, che tanto lei seguio
quanto possibil fu, poi che la perse,
volsesi al segno di maggior disio,
e a Beatrice tutta si converse;
ma quella folgor nel mo sguardo
s che da prima il viso non sofferse;
e ci mi fece a dimandar pi tardo.

CANTO IV
[Canto IV, dove in quello medesimo cielo due veritadi si manifestano da Beatrice: l'una  del luogo de' beati, e l'altra si  de la voluntate mista e de la obsuluta; e propone terza questione del voto e se si puote satisfare al voto rotto e non osservato.]


Intra due cibi, distanti e moventi
d'un modo, prima si morria di fame,
che liber' omo l'un recasse ai denti;
s si starebbe un agno intra due brame
di fieri lupi, igualmente temendo;
s si starebbe un cane intra due dame:
per che, s'i' mi tacea, me non riprendo,
da li miei dubbi d'un modo sospinto,
poi ch'era necessario, n commendo.
Io mi tacea, ma 'l mio disir dipinto
m'era nel viso, e 'l dimandar con ello,
pi caldo assai che per parlar distinto.
F s Beatrice qual f Danello,
Nabuccodonosor levando d'ira,
che l'avea fatto ingiustamente fello;
e disse: Io veggio ben come ti tira
uno e altro disio, s che tua cura
s stessa lega s che fuor non spira.
Tu argomenti: "Se 'l buon voler dura,
la volenza altrui per qual ragione
di meritar mi scema la misura?".
Ancor di dubitar ti d cagione
parer tornarsi l'anime a le stelle,
secondo la sentenza di Platone.
Queste son le question che nel tuo velle
pontano igualmente; e per pria
tratter quella che pi ha di felle.
D'i Serafin colui che pi s'india,
Mos, Samuel, e quel Giovanni
che prender vuoli, io dico, non Maria,
non hanno in altro cielo i loro scanni
che questi spirti che mo t'appariro,
n hanno a l'esser lor pi o meno anni;
ma tutti fanno bello il primo giro,
e differentemente han dolce vita
per sentir pi e men l'etterno spiro.
Qui si mostraro, non perch sortita
sia questa spera lor, ma per far segno
de la celestal c'ha men salita.
Cos parlar conviensi al vostro ingegno,
per che solo da sensato apprende
ci che fa poscia d'intelletto degno.
Per questo la Scrittura condescende
a vostra facultate, e piedi e mano
attribuisce a Dio e altro intende;
e Santa Chiesa con aspetto umano
Gabrel e Michel vi rappresenta,
e l'altro che Tobia rifece sano.
Quel che Timeo de l'anime argomenta
non  simile a ci che qui si vede,
per che, come dice, par che senta.
Dice che l'alma a la sua stella riede,
credendo quella quindi esser decisa
quando natura per forma la diede;
e forse sua sentenza  d'altra guisa
che la voce non suona, ed esser puote
con intenzion da non esser derisa.
S'elli intende tornare a queste ruote
l'onor de la influenza e 'l biasmo, forse
in alcun vero suo arco percuote.
Questo principio, male inteso, torse
gi tutto il mondo quasi, s che Giove,
Mercurio e Marte a nominar trascorse.
L'altra dubitazion che ti commove
ha men velen, per che sua malizia
non ti poria menar da me altrove.
Parere ingiusta la nostra giustizia
ne li occhi d'i mortali,  argomento
di fede e non d'eretica nequizia.
Ma perch puote vostro accorgimento
ben penetrare a questa veritate,
come disiri, ti far contento.
Se volenza  quando quel che pate
nente conferisce a quel che sforza,
non fuor quest' alme per essa scusate:
ch volont, se non vuol, non s'ammorza,
ma fa come natura face in foco,
se mille volte volenza il torza.
Per che, s'ella si piega assai o poco,
segue la forza; e cos queste fero
possendo rifuggir nel santo loco.
Se fosse stato lor volere intero,
come tenne Lorenzo in su la grada,
e fece Muzio a la sua man severo,
cos l'avria ripinte per la strada
ond' eran tratte, come fuoro sciolte;
ma cos salda voglia  troppo rada.
E per queste parole, se ricolte
l'hai come dei,  l'argomento casso
che t'avria fatto noia ancor pi volte.
Ma or ti s'attraversa un altro passo
dinanzi a li occhi, tal che per te stesso
non usciresti: pria saresti lasso.
Io t'ho per certo ne la mente messo
ch'alma beata non poria mentire,
per ch' sempre al primo vero appresso;
e poi potesti da Piccarda udire
che l'affezion del vel Costanza tenne;
s ch'ella par qui meco contradire.
Molte fate gi, frate, addivenne
che, per fuggir periglio, contra grato
si f di quel che far non si convenne;
come Almeone, che, di ci pregato
dal padre suo, la propria madre spense,
per non perder piet si f spietato.
A questo punto voglio che tu pense
che la forza al voler si mischia, e fanno
s che scusar non si posson l'offense.
Voglia assoluta non consente al danno;
ma consentevi in tanto in quanto teme,
se si ritrae, cadere in pi affanno.
Per, quando Piccarda quello spreme,
de la voglia assoluta intende, e io
de l'altra; s che ver diciamo insieme.
Cotal fu l'ondeggiar del santo rio
ch'usc del fonte ond' ogne ver deriva;
tal puose in pace uno e altro disio.
O amanza del primo amante, o diva,
diss' io appresso, il cui parlar m'inonda
e scalda s, che pi e pi m'avviva,
non  l'affezion mia tanto profonda,
che basti a render voi grazia per grazia;
ma quei che vede e puote a ci risponda.
Io veggio ben che gi mai non si sazia
nostro intelletto, se 'l ver non lo illustra
di fuor dal qual nessun vero si spazia.
Posasi in esso, come fera in lustra,
tosto che giunto l'ha; e giugner puollo:
se non, ciascun disio sarebbe frustra.
Nasce per quello, a guisa di rampollo,
a pi del vero il dubbio; ed  natura
ch'al sommo pinge noi di collo in collo.
Questo m'invita, questo m'assicura
con reverenza, donna, a dimandarvi
d'un'altra verit che m' oscura.
Io vo' saper se l'uom pu sodisfarvi
ai voti manchi s con altri beni,
ch'a la vostra statera non sien parvi.
Beatrice mi guard con li occhi pieni
di faville d'amor cos divini,
che, vinta, mia virtute di le reni,
e quasi mi perdei con li occhi chini.

CANTO V
[Canto V, nel quale solve una questione premessa nel precedente canto e ammaestra li cristiani intorno a li voti ch'elli fanno a Dio; ed entrasi nel cielo di Mercurio, e qui comincia la seconda parte di questa cantica.]


S'io ti fiammeggio nel caldo d'amore
di l dal modo che 'n terra si vede,
s che del viso tuo vinco il valore,
non ti maravigliar, ch ci procede
da perfetto veder, che, come apprende,
cos nel bene appreso move il piede.
Io veggio ben s come gi resplende
ne l'intelletto tuo l'etterna luce,
che, vista, sola e sempre amore accende;
e s'altra cosa vostro amor seduce,
non  se non di quella alcun vestigio,
mal conosciuto, che quivi traluce.
Tu vuo' saper se con altro servigio,
per manco voto, si pu render tanto
che l'anima sicuri di letigio.
S cominci Beatrice questo canto;
e s com' uom che suo parlar non spezza,
contin cos 'l processo santo:
Lo maggior don che Dio per sua larghezza
fesse creando, e a la sua bontate
pi conformato, e quel ch'e' pi apprezza,
fu de la volont la libertate;
di che le creature intelligenti,
e tutte e sole, fuoro e son dotate.
Or ti parr, se tu quinci argomenti,
l'alto valor del voto, s' s fatto
che Dio consenta quando tu consenti;
ch, nel fermar tra Dio e l'omo il patto,
vittima fassi di questo tesoro,
tal quale io dico; e fassi col suo atto.
Dunque che render puossi per ristoro?
Se credi bene usar quel c'hai offerto,
di maltolletto vuo' far buon lavoro.
Tu se' omai del maggior punto certo;
ma perch Santa Chiesa in ci dispensa,
che par contra lo ver ch'i' t'ho scoverto,
convienti ancor sedere un poco a mensa,
per che 'l cibo rigido c'hai preso,
richiede ancora aiuto a tua dispensa.
Apri la mente a quel ch'io ti paleso
e fermalvi entro; ch non fa scenza,
sanza lo ritenere, avere inteso.
Due cose si convegnono a l'essenza
di questo sacrificio: l'una  quella
di che si fa; l'altr'  la convenenza.
Quest' ultima gi mai non si cancella
se non servata; e intorno di lei
s preciso di sopra si favella:
per necessitato fu a li Ebrei
pur l'offerere, ancor ch'alcuna offerta
si permutasse, come saver dei.
L'altra, che per materia t' aperta,
puote ben esser tal, che non si falla
se con altra materia si converta.
Ma non trasmuti carco a la sua spalla
per suo arbitrio alcun, sanza la volta
e de la chiave bianca e de la gialla;
e ogne permutanza credi stolta,
se la cosa dimessa in la sorpresa
come 'l quattro nel sei non  raccolta.
Per qualunque cosa tanto pesa
per suo valor che tragga ogne bilancia,
sodisfar non si pu con altra spesa.
Non prendan li mortali il voto a ciancia;
siate fedeli, e a ci far non bieci,
come Iept a la sua prima mancia;
cui pi si convenia dicer 'Mal feci',
che, servando, far peggio; e cos stolto
ritrovar puoi il gran duca de' Greci,
onde pianse Efignia il suo bel volto,
e f pianger di s i folli e i savi
ch'udir parlar di cos fatto clto.
Siate, Cristiani, a muovervi pi gravi:
non siate come penna ad ogne vento,
e non crediate ch'ogne acqua vi lavi.
Avete il novo e 'l vecchio Testamento,
e 'l pastor de la Chiesa che vi guida;
questo vi basti a vostro salvamento.
Se mala cupidigia altro vi grida,
uomini siate, e non pecore matte,
s che 'l Giudeo di voi tra voi non rida!
Non fate com' agnel che lascia il latte
de la sua madre, e semplice e lascivo
seco medesmo a suo piacer combatte!.
Cos Beatrice a me com' o scrivo;
poi si rivolse tutta disante
a quella parte ove 'l mondo  pi vivo.
Lo suo tacere e 'l trasmutar sembiante
puoser silenzio al mio cupido ingegno,
che gi nuove questioni avea davante;
e s come saetta che nel segno
percuote pria che sia la corda queta,
cos corremmo nel secondo regno.
Quivi la donna mia vid' io s lieta,
come nel lume di quel ciel si mise,
che pi lucente se ne f 'l pianeta.
E se la stella si cambi e rise,
qual mi fec' io che pur da mia natura
trasmutabile son per tutte guise!
Come 'n peschiera ch' tranquilla e pura
traggonsi i pesci a ci che vien di fori
per modo che lo stimin lor pastura,
s vid' io ben pi di mille splendori
trarsi ver' noi, e in ciascun s'udia:
Ecco chi crescer li nostri amori.
E s come ciascuno a noi vena,
vedeasi l'ombra piena di letizia
nel folgr chiaro che di lei uscia.
Pensa, lettor, se quel che qui s'inizia
non procedesse, come tu avresti
di pi savere angosciosa carizia;
e per te vederai come da questi
m'era in disio d'udir lor condizioni,
s come a li occhi mi fur manifesti.
O bene nato a cui veder li troni
del trunfo etternal concede grazia
prima che la milizia s'abbandoni,
del lume che per tutto il ciel si spazia
noi semo accesi; e per, se disii
di noi chiarirti, a tuo piacer ti sazia.
Cos da un di quelli spirti pii
detto mi fu; e da Beatrice: D, d
sicuramente, e credi come a dii.
Io veggio ben s come tu t'annidi
nel proprio lume, e che de li occhi il traggi,
perch' e' corusca s come tu ridi;
ma non so chi tu se', n perch aggi,
anima degna, il grado de la spera
che si vela a' mortai con altrui raggi.
Questo diss' io diritto a la lumera
che pria m'avea parlato; ond' ella fessi
lucente pi assai di quel ch'ell' era.
S come il sol che si cela elli stessi
per troppa luce, come 'l caldo ha rse
le temperanze d'i vapori spessi,
per pi letizia s mi si nascose
dentro al suo raggio la figura santa;
e cos chiusa chiusa mi rispuose
nel modo che 'l seguente canto canta.

CANTO VI
[Canto VI, dove, nel cielo di Mercurio, Iustiniano imperadore sotto brevit narra tutti li grandi fatti operati per li Romani sotto la 'nsegna de l'aquila, da l'avvenimento di Enea in Italia infino al tempo di Longobardi; e alcune cose si dicono qui in laude di Romeo visconte del conte Ramondo Berlinghieri di Proenza.]


Poscia che Costantin l'aquila volse
contr' al corso del ciel, ch'ella seguio
dietro a l'antico che Lavina tolse,
cento e cent' anni e pi l'uccel di Dio
ne lo stremo d'Europa si ritenne,
vicino a' monti de' quai prima usco;
e sotto l'ombra de le sacre penne
govern 'l mondo l di mano in mano,
e, s cangiando, in su la mia pervenne.
Cesare fui e son Iustinano,
che, per voler del primo amor ch'i' sento,
d'entro le leggi trassi il troppo e 'l vano.
E prima ch'io a l'ovra fossi attento,
una natura in Cristo esser, non pie,
credea, e di tal fede era contento;
ma 'l benedetto Agapito, che fue
sommo pastore, a la fede sincera
mi dirizz con le parole sue.
Io li credetti; e ci che 'n sua fede era,
vegg' io or chiaro s, come tu vedi
ogni contradizione e falsa e vera.
Tosto che con la Chiesa mossi i piedi,
a Dio per grazia piacque di spirarmi
l'alto lavoro, e tutto 'n lui mi diedi;
e al mio Belisar commendai l'armi,
cui la destra del ciel fu s congiunta,
che segno fu ch'i' dovessi posarmi.
Or qui a la question prima s'appunta
la mia risposta; ma sua condizione
mi stringe a seguitare alcuna giunta,
perch tu veggi con quanta ragione
si move contr' al sacrosanto segno
e chi 'l s'appropria e chi a lui s'oppone.
Vedi quanta virt l'ha fatto degno
di reverenza; e cominci da l'ora
che Pallante mor per darli regno.
Tu sai ch'el fece in Alba sua dimora
per trecento anni e oltre, infino al fine
che i tre a' tre pugnar per lui ancora.
E sai ch'el f dal mal de le Sabine
al dolor di Lucrezia in sette regi,
vincendo intorno le genti vicine.
Sai quel ch'el f portato da li egregi
Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro,
incontro a li altri principi e collegi;
onde Torquato e Quinzio, che dal cirro
negletto fu nomato, i Deci e ' Fabi
ebber la fama che volontier mirro.
Esso atterr l'orgoglio de li Arbi
che di retro ad Anibale passaro
l'alpestre rocce, Po, di che tu labi.
Sott' esso giovanetti trunfaro
Scipone e Pompeo; e a quel colle
sotto 'l qual tu nascesti parve amaro.
Poi, presso al tempo che tutto 'l ciel volle
redur lo mondo a suo modo sereno,
Cesare per voler di Roma il tolle.
E quel che f da Varo infino a Reno,
Isara vide ed Era e vide Senna
e ogne valle onde Rodano  pieno.
Quel che f poi ch'elli usc di Ravenna
e salt Rubicon, fu di tal volo,
che nol seguiteria lingua n penna.
Inver' la Spagna rivolse lo stuolo,
poi ver' Durazzo, e Farsalia percosse
s ch'al Nil caldo si sent del duolo.
Antandro e Simeonta, onde si mosse,
rivide e l dov' Ettore si cuba;
e mal per Tolomeo poscia si scosse.
Da indi scese folgorando a Iuba;
onde si volse nel vostro occidente,
ove sentia la pompeana tuba.
Di quel che f col baiulo seguente,
Bruto con Cassio ne l'inferno latra,
e Modena e Perugia fu dolente.
Piangene ancor la trista Cleopatra,
che, fuggendoli innanzi, dal colubro
la morte prese subitana e atra.
Con costui corse infino al lito rubro;
con costui puose il mondo in tanta pace,
che fu serrato a Giano il suo delubro.
Ma ci che 'l segno che parlar mi face
fatto avea prima e poi era fatturo
per lo regno mortal ch'a lui soggiace,
diventa in apparenza poco e scuro,
se in mano al terzo Cesare si mira
con occhio chiaro e con affetto puro;
ch la viva giustizia che mi spira,
li concedette, in mano a quel ch'i' dico,
gloria di far vendetta a la sua ira.
Or qui t'ammira in ci ch'io ti replco:
poscia con Tito a far vendetta corse
de la vendetta del peccato antico.
E quando il dente longobardo morse
la Santa Chiesa, sotto le sue ali
Carlo Magno, vincendo, la soccorse.
Omai puoi giudicar di quei cotali
ch'io accusai di sopra e di lor falli,
che son cagion di tutti vostri mali.
L'uno al pubblico segno i gigli gialli
oppone, e l'altro appropria quello a parte,
s ch' forte a veder chi pi si falli.
Faccian li Ghibellin, faccian lor arte
sott' altro segno, ch mal segue quello
sempre chi la giustizia e lui diparte;
e non l'abbatta esto Carlo novello
coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli
ch'a pi alto leon trasser lo vello.
Molte fate gi pianser li figli
per la colpa del padre, e non si creda
che Dio trasmuti l'armi per suoi gigli!
Questa picciola stella si correda
d'i buoni spirti che son stati attivi
perch onore e fama li succeda:
e quando li disiri poggian quivi,
s disvando, pur convien che i raggi
del vero amore in s poggin men vivi.
Ma nel commensurar d'i nostri gaggi
col merto  parte di nostra letizia,
perch non li vedem minor n maggi.
Quindi addolcisce la viva giustizia
in noi l'affetto s, che non si puote
torcer gi mai ad alcuna nequizia.
Diverse voci fanno dolci note;
cos diversi scanni in nostra vita
rendon dolce armonia tra queste rote.
E dentro a la presente margarita
luce la luce di Romeo, di cui
fu l'ovra grande e bella mal gradita.
Ma i Provenzai che fecer contra lui
non hanno riso; e per mal cammina
qual si fa danno del ben fare altrui.
Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina,
Ramondo Beringhiere, e ci li fece
Romeo, persona umle e peregrina.
E poi il mosser le parole biece
a dimandar ragione a questo giusto,
che li assegn sette e cinque per diece,
indi partissi povero e vetusto;
e se 'l mondo sapesse il cor ch'elli ebbe
mendicando sua vita a frusto a frusto,
assai lo loda, e pi lo loderebbe.

CANTO VII
[Canto VII, nel quale Beatrice mostra come la vendetta fatta per Tito de la morte di Ges Cristo nostro Salvatore fue giusta, essendo la morte di Ges Cristo giusta per ricomperamento de l'umana generazione e solvimento del peccato del primo padre.]


Osanna, sanctus Deus sabath,
superillustrans claritate tua
felices ignes horum malacth!.
Cos, volgendosi a la nota sua,
fu viso a me cantare essa sustanza,
sopra la qual doppio lume s'addua;
ed essa e l'altre mossero a sua danza,
e quasi velocissime faville
mi si velar di sbita distanza.
Io dubitava e dicea 'Dille, dille!'
fra me, 'dille' dicea, 'a la mia donna
che mi diseta con le dolci stille'.
Ma quella reverenza che s'indonna
di tutto me, pur per Be e per ice,
mi richinava come l'uom ch'assonna.
Poco sofferse me cotal Beatrice
e cominci, raggiandomi d'un riso
tal, che nel foco faria l'uom felice:
Secondo mio infallibile avviso,
come giusta vendetta giustamente
punita fosse, t'ha in pensier miso;
ma io ti solver tosto la mente;
e tu ascolta, ch le mie parole
di gran sentenza ti faran presente.
Per non soffrire a la virt che vole
freno a suo prode, quell' uom che non nacque,
dannando s, dann tutta sua prole;
onde l'umana specie inferma giacque
gi per secoli molti in grande errore,
fin ch'al Verbo di Dio discender piacque
u' la natura, che dal suo fattore
s'era allungata, un a s in persona
con l'atto sol del suo etterno amore.
Or drizza il viso a quel ch'or si ragiona:
questa natura al suo fattore unita,
qual fu creata, fu sincera e buona;
ma per s stessa pur fu ella sbandita
di paradiso, per che si torse
da via di verit e da sua vita.
La pena dunque che la croce porse
s'a la natura assunta si misura,
nulla gi mai s giustamente morse;
e cos nulla fu di tanta ingiura,
guardando a la persona che sofferse,
in che era contratta tal natura.
Per d'un atto uscir cose diverse:
ch'a Dio e a' Giudei piacque una morte;
per lei trem la terra e 'l ciel s'aperse.
Non ti dee oramai parer pi forte,
quando si dice che giusta vendetta
poscia vengiata fu da giusta corte.
Ma io veggi' or la tua mente ristretta
di pensiero in pensier dentro ad un nodo,
del qual con gran disio solver s'aspetta.
Tu dici: "Ben discerno ci ch'i' odo;
ma perch Dio volesse, m' occulto,
a nostra redenzion pur questo modo".
Questo decreto, frate, sta sepulto
a li occhi di ciascuno il cui ingegno
ne la fiamma d'amor non  adulto.
Veramente, per ch'a questo segno
molto si mira e poco si discerne,
dir perch tal modo fu pi degno.
La divina bont, che da s sperne
ogne livore, ardendo in s, sfavilla
s che dispiega le bellezze etterne.
Ci che da lei sanza mezzo distilla
non ha poi fine, perch non si move
la sua imprenta quand' ella sigilla.
Ci che da essa sanza mezzo piove
libero  tutto, perch non soggiace
a la virtute de le cose nove.
Pi l' conforme, e per pi le piace;
ch l'ardor santo ch'ogne cosa raggia,
ne la pi somigliante  pi vivace.
Di tutte queste dote s'avvantaggia
l'umana creatura, e s'una manca,
di sua nobilit convien che caggia.
Solo il peccato  quel che la disfranca
e falla dissimle al sommo bene,
per che del lume suo poco s'imbianca;
e in sua dignit mai non rivene,
se non rempie, dove colpa vta,
contra mal dilettar con giuste pene.
Vostra natura, quando pecc tota
nel seme suo, da queste dignitadi,
come di paradiso, fu remota;
n ricovrar potiensi, se tu badi
ben sottilmente, per alcuna via,
sanza passar per un di questi guadi:
o che Dio solo per sua cortesia
dimesso avesse, o che l'uom per s isso
avesse sodisfatto a sua follia.
Ficca mo l'occhio per entro l'abisso
de l'etterno consiglio, quanto puoi
al mio parlar distrettamente fisso.
Non potea l'uomo ne' termini suoi
mai sodisfar, per non potere ir giuso
con umiltate obedendo poi,
quanto disobediendo intese ir suso;
e questa  la cagion per che l'uom fue
da poter sodisfar per s dischiuso.
Dunque a Dio convenia con le vie sue
riparar l'omo a sua intera vita,
dico con l'una, o ver con amendue.
Ma perch l'ovra tanto  pi gradita
da l'operante, quanto pi appresenta
de la bont del core ond' ell'  uscita,
la divina bont che 'l mondo imprenta,
di proceder per tutte le sue vie,
a rilevarvi suso, fu contenta.
N tra l'ultima notte e 'l primo die
s alto o s magnifico processo,
o per l'una o per l'altra, fu o fie:
ch pi largo fu Dio a dar s stesso
per far l'uom sufficiente a rilevarsi,
che s'elli avesse sol da s dimesso;
e tutti li altri modi erano scarsi
a la giustizia, se 'l Figliuol di Dio
non fosse umilato ad incarnarsi.
Or per empierti bene ogne disio,
ritorno a dichiararti in alcun loco,
perch tu veggi l cos com' io.
Tu dici: "Io veggio l'acqua, io veggio il foco,
l'aere e la terra e tutte lor misture
venire a corruzione, e durar poco;
e queste cose pur furon creature;
per che, se ci ch' detto  stato vero,
esser dovrien da corruzion sicure".
Li angeli, frate, e 'l paese sincero
nel qual tu se', dir si posson creati,
s come sono, in loro essere intero;
ma li alimenti che tu hai nomati
e quelle cose che di lor si fanno
da creata virt sono informati.
Creata fu la materia ch'elli hanno;
creata fu la virt informante
in queste stelle che 'ntorno a lor vanno.
L'anima d'ogne bruto e de le piante
di complession potenzata tira
lo raggio e 'l moto de le luci sante;
ma vostra vita sanza mezzo spira
la somma beninanza, e la innamora
di s s che poi sempre la disira.
E quinci puoi argomentare ancora
vostra resurrezion, se tu ripensi
come l'umana carne fessi allora
che li primi parenti intrambo fensi.

CANTO VIII
[Canto VIII, nel quale si manifestano alcune questioni per Carlo giovane, re d'Ungheria, il quale si mostroe nel circulo di Venere; e qui comincia la terza parte di questa cantica.]


Solea creder lo mondo in suo periclo
che la bella Ciprigna il folle amore
raggiasse, volta nel terzo epiciclo;
per che non pur a lei faceano onore
di sacrificio e di votivo grido
le genti antiche ne l'antico errore;
ma Done onoravano e Cupido,
quella per madre sua, questo per figlio,
e dicean ch'el sedette in grembo a Dido;
e da costei ond' io principio piglio
pigliavano il vocabol de la stella
che 'l sol vagheggia or da coppa or da ciglio.
Io non m'accorsi del salire in ella;
ma d'esservi entro mi f assai fede
la donna mia ch'i' vidi far pi bella.
E come in fiamma favilla si vede,
e come in voce voce si discerne,
quand' una  ferma e altra va e riede,
vid' io in essa luce altre lucerne
muoversi in giro pi e men correnti,
al modo, credo, di lor viste interne.
Di fredda nube non disceser venti,
o visibili o no, tanto festini,
che non paressero impediti e lenti
a chi avesse quei lumi divini
veduti a noi venir, lasciando il giro
pria cominciato in li alti Serafini;
e dentro a quei che pi innanzi appariro
sonava 'Osanna' s, che unque poi
di rudir non fui sanza disiro.
Indi si fece l'un pi presso a noi
e solo incominci: Tutti sem presti
al tuo piacer, perch di noi ti gioi.
Noi ci volgiam coi principi celesti
d'un giro e d'un girare e d'una sete,
ai quali tu del mondo gi dicesti:
'Voi che 'ntendendo il terzo ciel movete';
e sem s pien d'amor, che, per piacerti,
non fia men dolce un poco di quete.
Poscia che li occhi miei si fuoro offerti
a la mia donna reverenti, ed essa
fatti li avea di s contenti e certi,
rivolsersi a la luce che promessa
tanto s'avea, e Deh, chi siete? fue
la voce mia di grande affetto impressa.
E quanta e quale vid' io lei far pie
per allegrezza nova che s'accrebbe,
quando parlai, a l'allegrezze sue!
Cos fatta, mi disse: Il mondo m'ebbe
gi poco tempo; e se pi fosse stato,
molto sar di mal, che non sarebbe.
La mia letizia mi ti tien celato
che mi raggia dintorno e mi nasconde
quasi animal di sua seta fasciato.
Assai m'amasti, e avesti ben onde;
che s'io fossi gi stato, io ti mostrava
di mio amor pi oltre che le fronde.
Quella sinistra riva che si lava
di Rodano poi ch' misto con Sorga,
per suo segnore a tempo m'aspettava,
e quel corno d'Ausonia che s'imborga
di Bari e di Gaeta e di Catona,
da ove Tronto e Verde in mare sgorga.
Fulgeami gi in fronte la corona
di quella terra che 'l Danubio riga
poi che le ripe tedesche abbandona.
E la bella Trinacria, che caliga
tra Pachino e Peloro, sopra 'l golfo
che riceve da Euro maggior briga,
non per Tifeo ma per nascente solfo,
attesi avrebbe li suoi regi ancora,
nati per me di Carlo e di Ridolfo,
se mala segnoria, che sempre accora
li popoli suggetti, non avesse
mosso Palermo a gridar: "Mora, mora!".
E se mio frate questo antivedesse,
l'avara povert di Catalogna
gi fuggeria, perch non li offendesse;
ch veramente proveder bisogna
per lui, o per altrui, s ch'a sua barca
carcata pi d'incarco non si pogna.
La sua natura, che di larga parca
discese, avria mestier di tal milizia
che non curasse di mettere in arca.
Per ch'i' credo che l'alta letizia
che 'l tuo parlar m'infonde, segnor mio,
l 've ogne ben si termina e s'inizia,
per te si veggia come la vegg' io,
grata m' pi; e anco quest' ho caro
perch 'l discerni rimirando in Dio.
Fatto m'hai lieto, e cos mi fa chiaro,
poi che, parlando, a dubitar m'hai mosso
com' esser pu, di dolce seme, amaro.
Questo io a lui; ed elli a me: S'io posso
mostrarti un vero, a quel che tu dimandi
terrai lo viso come tien lo dosso.
Lo ben che tutto il regno che tu scandi
volge e contenta, fa esser virtute
sua provedenza in questi corpi grandi.
E non pur le nature provedute
sono in la mente ch' da s perfetta,
ma esse insieme con la lor salute:
per che quantunque quest' arco saetta
disposto cade a proveduto fine,
s come cosa in suo segno diretta.
Se ci non fosse, il ciel che tu cammine
producerebbe s li suoi effetti,
che non sarebbero arti, ma ruine;
e ci esser non pu, se li 'ntelletti
che muovon queste stelle non son manchi,
e manco il primo, che non li ha perfetti.
Vuo' tu che questo ver pi ti s'imbianchi?.
E io: Non gi; ch impossibil veggio
che la natura, in quel ch' uopo, stanchi.
Ond' elli ancora: Or d: sarebbe il peggio
per l'omo in terra, se non fosse cive?.
S, rispuos' io; e qui ragion non cheggio.
E puot' elli esser, se gi non si vive
diversamente per diversi offici?
Non, se 'l maestro vostro ben vi scrive.
S venne deducendo infino a quici;
poscia conchiuse: Dunque esser diverse
convien di vostri effetti le radici:
per ch'un nasce Solone e altro Serse,
altro Melchisedch e altro quello
che, volando per l'aere, il figlio perse.
La circular natura, ch' suggello
a la cera mortal, fa ben sua arte,
ma non distingue l'un da l'altro ostello.
Quinci addivien ch'Esa si diparte
per seme da Iacb; e vien Quirino
da s vil padre, che si rende a Marte.
Natura generata il suo cammino
simil farebbe sempre a' generanti,
se non vincesse il proveder divino.
Or quel che t'era dietro t' davanti:
ma perch sappi che di te mi giova,
un corollario voglio che t'ammanti.
Sempre natura, se fortuna trova
discorde a s, com' ogne altra semente
fuor di sua regon, fa mala prova.
E se 'l mondo l gi ponesse mente
al fondamento che natura pone,
seguendo lui, avria buona la gente.
Ma voi torcete a la religone
tal che fia nato a cignersi la spada,
e fate re di tal ch' da sermone;
onde la traccia vostra  fuor di strada.

CANTO IX
[Canto IX, nel quale parla madonna Cunizza di Romano, antidicendo alcuna cosa de la Marca di Trevigi; e parla Folco di Marsilia che fue vescovo d'essa.]


Da poi che Carlo tuo, bella Clemenza,
m'ebbe chiarito, mi narr li 'nganni
che ricever dovea la sua semenza;
ma disse: Taci e lascia muover li anni;
s ch'io non posso dir se non che pianto
giusto verr di retro ai vostri danni.
E gi la vita di quel lume santo
rivolta s'era al Sol che la rempie
come quel ben ch'a ogne cosa  tanto.
Ahi anime ingannate e fatture empie,
che da s fatto ben torcete i cuori,
drizzando in vanit le vostre tempie!
Ed ecco un altro di quelli splendori
ver' me si fece, e 'l suo voler piacermi
significava nel chiarir di fori.
Li occhi di Batrice, ch'eran fermi
sovra me, come pria, di caro assenso
al mio disio certificato fermi.
Deh, metti al mio voler tosto compenso,
beato spirto, dissi, e fammi prova
ch'i' possa in te refletter quel ch'io penso!.
Onde la luce che m'era ancor nova,
del suo profondo, ond' ella pria cantava,
seguette come a cui di ben far giova:
In quella parte de la terra prava
italica che siede tra Ralto
e le fontane di Brenta e di Piava,
si leva un colle, e non surge molt' alto,
l onde scese gi una facella
che fece a la contrada un grande assalto.
D'una radice nacqui e io ed ella:
Cunizza fui chiamata, e qui refulgo
perch mi vinse il lume d'esta stella;
ma lietamente a me medesma indulgo
la cagion di mia sorte, e non mi noia;
che parria forse forte al vostro vulgo.
Di questa luculenta e cara gioia
del nostro cielo che pi m' propinqua,
grande fama rimase; e pria che moia,
questo centesimo anno ancor s'incinqua:
vedi se far si dee l'omo eccellente,
s ch'altra vita la prima relinqua.
E ci non pensa la turba presente
che Tagliamento e Adice richiude,
n per esser battuta ancor si pente;
ma tosto fia che Padova al palude
canger l'acqua che Vincenza bagna,
per essere al dover le genti crude;
e dove Sile e Cagnan s'accompagna,
tal signoreggia e va con la testa alta,
che gi per lui carpir si fa la ragna.
Pianger Feltro ancora la difalta
de l'empio suo pastor, che sar sconcia
s, che per simil non s'entr in malta.
Troppo sarebbe larga la bigoncia
che ricevesse il sangue ferrarese,
e stanco chi 'l pesasse a oncia a oncia,
che doner questo prete cortese
per mostrarsi di parte; e cotai doni
conformi fieno al viver del paese.
S sono specchi, voi dicete Troni,
onde refulge a noi Dio giudicante;
s che questi parlar ne paion buoni.
Qui si tacette; e fecemi sembiante
che fosse ad altro volta, per la rota
in che si mise com' era davante.
L'altra letizia, che m'era gi nota
per cara cosa, mi si fece in vista
qual fin balasso in che lo sol percuota.
Per letiziar l s fulgor s'acquista,
s come riso qui; ma gi s'abbuia
l'ombra di fuor, come la mente  trista.
Dio vede tutto, e tuo veder s'inluia,
diss' io, beato spirto, s che nulla
voglia di s a te puot' esser fuia.
Dunque la voce tua, che 'l ciel trastulla
sempre col canto di quei fuochi pii
che di sei ali facen la coculla,
perch non satisface a' miei disii?
Gi non attendere' io tua dimanda,
s'io m'intuassi, come tu t'inmii.
La maggior valle in che l'acqua si spanda,
incominciaro allor le sue parole,
fuor di quel mar che la terra inghirlanda,
tra ' discordanti liti contra 'l sole
tanto sen va, che fa meridano
l dove l'orizzonte pria far suole.
Di quella valle fu' io litorano
tra Ebro e Macra, che per cammin corto
parte lo Genovese dal Toscano.
Ad un occaso quasi e ad un orto
Buggea siede e la terra ond' io fui,
che f del sangue suo gi caldo il porto.
Folco mi disse quella gente a cui
fu noto il nome mio; e questo cielo
di me s'imprenta, com' io fe' di lui;
ch pi non arse la figlia di Belo,
noiando e a Sicheo e a Creusa,
di me, infin che si convenne al pelo;
n quella Rodopa che delusa
fu da Demofoonte, n Alcide
quando Iole nel core ebbe rinchiusa.
Non per qui si pente, ma si ride,
non de la colpa, ch'a mente non torna,
ma del valor ch'ordin e provide.
Qui si rimira ne l'arte ch'addorna
cotanto affetto, e discernesi 'l bene
per che 'l mondo di s quel di gi torna.
Ma perch tutte le tue voglie piene
ten porti che son nate in questa spera,
proceder ancor oltre mi convene.
Tu vuo' saper chi  in questa lumera
che qui appresso me cos scintilla
come raggio di sole in acqua mera.
Or sappi che l entro si tranquilla
Raab; e a nostr' ordine congiunta,
di lei nel sommo grado si sigilla.
Da questo cielo, in cui l'ombra s'appunta
che 'l vostro mondo face, pria ch'altr' alma
del trunfo di Cristo fu assunta.
Ben si convenne lei lasciar per palma
in alcun cielo de l'alta vittoria
che s'acquist con l'una e l'altra palma,
perch' ella favor la prima gloria
di Ios in su la Terra Santa,
che poco tocca al papa la memoria.
La tua citt, che di colui  pianta
che pria volse le spalle al suo fattore
e di cui  la 'nvidia tanto pianta,
produce e spande il maladetto fiore
c'ha disvate le pecore e li agni,
per che fatto ha lupo del pastore.
Per questo l'Evangelio e i dottor magni
son derelitti, e solo ai Decretali
si studia, s che pare a' lor vivagni.
A questo intende il papa e ' cardinali;
non vanno i lor pensieri a Nazarette,
l dove Gabrello aperse l'ali.
Ma Vaticano e l'altre parti elette
di Roma che son state cimitero
a la milizia che Pietro seguette,
tosto libere fien de l'avoltero.

CANTO X
[Canto X, nel quale santo Tommaso d'Aquino de l'ordine de' Frati Predicatori parla nel cielo del Sole; e qui comincia la quarta parte.]


Guardando nel suo Figlio con l'Amore
che l'uno e l'altro etternalmente spira,
lo primo e ineffabile Valore
quanto per mente e per loco si gira
con tant' ordine f, ch'esser non puote
sanza gustar di lui chi ci rimira.
Leva dunque, lettore, a l'alte rote
meco la vista, dritto a quella parte
dove l'un moto e l'altro si percuote;
e l comincia a vagheggiar ne l'arte
di quel maestro che dentro a s l'ama,
tanto che mai da lei l'occhio non parte.
Vedi come da indi si dirama
l'oblico cerchio che i pianeti porta,
per sodisfare al mondo che li chiama.
Che se la strada lor non fosse torta,
molta virt nel ciel sarebbe in vano,
e quasi ogne potenza qua gi morta;
e se dal dritto pi o men lontano
fosse 'l partire, assai sarebbe manco
e gi e s de l'ordine mondano.
Or ti riman, lettor, sovra 'l tuo banco,
dietro pensando a ci che si preliba,
s'esser vuoi lieto assai prima che stanco.
Messo t'ho innanzi: omai per te ti ciba;
ch a s torce tutta la mia cura
quella materia ond' io son fatto scriba.
Lo ministro maggior de la natura,
che del valor del ciel lo mondo imprenta
e col suo lume il tempo ne misura,
con quella parte che s si rammenta
congiunto, si girava per le spire
in che pi tosto ognora s'appresenta;
e io era con lui; ma del salire
non m'accors' io, se non com' uom s'accorge,
anzi 'l primo pensier, del suo venire.
 Batrice quella che s scorge
di bene in meglio, s subitamente
che l'atto suo per tempo non si sporge.
Quant' esser convenia da s lucente
quel ch'era dentro al sol dov' io entra'mi,
non per color, ma per lume parvente!
Perch' io lo 'ngegno e l'arte e l'uso chiami,
s nol direi che mai s'imaginasse;
ma creder puossi e di veder si brami.
E se le fantasie nostre son basse
a tanta altezza, non  maraviglia;
ch sopra 'l sol non fu occhio ch'andasse.
Tal era quivi la quarta famiglia
de l'alto Padre, che sempre la sazia,
mostrando come spira e come figlia.
E Batrice cominci: Ringrazia,
ringrazia il Sol de li angeli, ch'a questo
sensibil t'ha levato per sua grazia.
Cor di mortal non fu mai s digesto
a divozione e a rendersi a Dio
con tutto 'l suo gradir cotanto presto,
come a quelle parole mi fec' io;
e s tutto 'l mio amore in lui si mise,
che Batrice ecliss ne l'oblio.
Non le dispiacque; ma s se ne rise,
che lo splendor de li occhi suoi ridenti
mia mente unita in pi cose divise.
Io vidi pi folgr vivi e vincenti
far di noi centro e di s far corona,
pi dolci in voce che in vista lucenti:
cos cinger la figlia di Latona
vedem talvolta, quando l'aere  pregno,
s che ritenga il fil che fa la zona.
Ne la corte del cielo, ond' io rivegno,
si trovan molte gioie care e belle
tanto che non si posson trar del regno;
e 'l canto di quei lumi era di quelle;
chi non s'impenna s che l s voli,
dal muto aspetti quindi le novelle.
Poi, s cantando, quelli ardenti soli
si fuor girati intorno a noi tre volte,
come stelle vicine a' fermi poli,
donne mi parver, non da ballo sciolte,
ma che s'arrestin tacite, ascoltando
fin che le nove note hanno ricolte.
E dentro a l'un senti' cominciar: Quando
lo raggio de la grazia, onde s'accende
verace amore e che poi cresce amando,
multiplicato in te tanto resplende,
che ti conduce su per quella scala
u' sanza risalir nessun discende;
qual ti negasse il vin de la sua fiala
per la tua sete, in libert non fora
se non com' acqua ch'al mar non si cala.
Tu vuo' saper di quai piante s'infiora
questa ghirlanda che 'ntorno vagheggia
la bella donna ch'al ciel t'avvalora.
Io fui de li agni de la santa greggia
che Domenico mena per cammino
u' ben s'impingua se non si vaneggia.
Questi che m' a destra pi vicino,
frate e maestro fummi, ed esso Alberto
 di Cologna, e io Thomas d'Aquino.
Se s di tutti li altri esser vuo' certo,
di retro al mio parlar ten vien col viso
girando su per lo beato serto.
Quell' altro fiammeggiare esce del riso
di Grazan, che l'uno e l'altro foro
aiut s che piace in paradiso.
L'altro ch'appresso addorna il nostro coro,
quel Pietro fu che con la poverella
offerse a Santa Chiesa suo tesoro.
La quinta luce, ch' tra noi pi bella,
spira di tale amor, che tutto 'l mondo
l gi ne gola di saper novella:
entro v' l'alta mente u' s profondo
saver fu messo, che, se 'l vero  vero,
a veder tanto non surse il secondo.
Appresso vedi il lume di quel cero
che gi in carne pi a dentro vide
l'angelica natura e 'l ministero.
Ne l'altra piccioletta luce ride
quello avvocato de' tempi cristiani
del cui latino Augustin si provide.
Or se tu l'occhio de la mente trani
di luce in luce dietro a le mie lode,
gi de l'ottava con sete rimani.
Per vedere ogne ben dentro vi gode
l'anima santa che 'l mondo fallace
fa manifesto a chi di lei ben ode.
Lo corpo ond' ella fu cacciata giace
giuso in Cieldauro; ed essa da martiro
e da essilio venne a questa pace.
Vedi oltre fiammeggiar l'ardente spiro
d'Isidoro, di Beda e di Riccardo,
che a considerar fu pi che viro.
Questi onde a me ritorna il tuo riguardo,
 'l lume d'uno spirto che 'n pensieri
gravi a morir li parve venir tardo:
essa  la luce etterna di Sigieri,
che, leggendo nel Vico de li Strami,
silogizz invidosi veri.
Indi, come orologio che ne chiami
ne l'ora che la sposa di Dio surge
a mattinar lo sposo perch l'ami,
che l'una parte e l'altra tira e urge,
tin tin sonando con s dolce nota,
che 'l ben disposto spirto d'amor turge;
cos vid' o la gloriosa rota
muoversi e render voce a voce in tempra
e in dolcezza ch'esser non p nota
se non col dove gioir s'insempra.

CANTO XI
[Canto XI, nel quale il detto frate in gloria di san Francesco sotto brevitate racconta la sua vita tutta, e riprende i suoi frati, ch pochi sono quelli che '1 seguitino.]


O insensata cura de' mortali,
quanto son difettivi silogismi
quei che ti fanno in basso batter l'ali!
Chi dietro a iura e chi ad amforismi
sen giva, e chi seguendo sacerdozio,
e chi regnar per forza o per sofismi,
e chi rubare e chi civil negozio,
chi nel diletto de la carne involto
s'affaticava e chi si dava a l'ozio,
quando, da tutte queste cose sciolto,
con Batrice m'era suso in cielo
cotanto glorosamente accolto.
Poi che ciascuno fu tornato ne lo
punto del cerchio in che avanti s'era,
fermossi, come a candellier candelo.
E io senti' dentro a quella lumera
che pria m'avea parlato, sorridendo
incominciar, faccendosi pi mera:
Cos com' io del suo raggio resplendo,
s, riguardando ne la luce etterna,
li tuoi pensieri onde cagioni apprendo.
Tu dubbi, e hai voler che si ricerna
in s aperta e 'n s distesa lingua
lo dicer mio, ch'al tuo sentir si sterna,
ove dinanzi dissi: "U' ben s'impingua",
e l u' dissi: "Non nacque il secondo";
e qui  uopo che ben si distingua.
La provedenza, che governa il mondo
con quel consiglio nel quale ogne aspetto
creato  vinto pria che vada al fondo,
per che andasse ver' lo suo diletto
la sposa di colui ch'ad alte grida
dispos lei col sangue benedetto,
in s sicura e anche a lui pi fida,
due principi ordin in suo favore,
che quinci e quindi le fosser per guida.
L'un fu tutto serafico in ardore;
l'altro per sapenza in terra fue
di cherubica luce uno splendore.
De l'un dir, per che d'amendue
si dice l'un pregiando, qual ch'om prende,
perch' ad un fine fur l'opere sue.
Intra Tupino e l'acqua che discende
del colle eletto dal beato Ubaldo,
fertile costa d'alto monte pende,
onde Perugia sente freddo e caldo
da Porta Sole; e di rietro le piange
per grave giogo Nocera con Gualdo.
Di questa costa, l dov' ella frange
pi sua rattezza, nacque al mondo un sole,
come fa questo talvolta di Gange.
Per chi d'esso loco fa parole,
non dica Ascesi, ch direbbe corto,
ma Orente, se proprio dir vuole.
Non era ancor molto lontan da l'orto,
ch'el cominci a far sentir la terra
de la sua gran virtute alcun conforto;
ch per tal donna, giovinetto, in guerra
del padre corse, a cui, come a la morte,
la porta del piacer nessun diserra;
e dinanzi a la sua spirital corte
et coram patre le si fece unito;
poscia di d in d l'am pi forte.
Questa, privata del primo marito,
millecent' anni e pi dispetta e scura
fino a costui si stette sanza invito;
n valse udir che la trov sicura
con Amiclate, al suon de la sua voce,
colui ch'a tutto 'l mondo f paura;
n valse esser costante n feroce,
s che, dove Maria rimase giuso,
ella con Cristo pianse in su la croce.
Ma perch' io non proceda troppo chiuso,
Francesco e Povert per questi amanti
prendi oramai nel mio parlar diffuso.
La lor concordia e i lor lieti sembianti,
amore e maraviglia e dolce sguardo
facieno esser cagion di pensier santi;
tanto che 'l venerabile Bernardo
si scalz prima, e dietro a tanta pace
corse e, correndo, li parve esser tardo.
Oh ignota ricchezza! oh ben ferace!
Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro
dietro a lo sposo, s la sposa piace.
Indi sen va quel padre e quel maestro
con la sua donna e con quella famiglia
che gi legava l'umile capestro.
N li grav vilt di cuor le ciglia
per esser fi' di Pietro Bernardone,
n per parer dispetto a maraviglia;
ma regalmente sua dura intenzione
ad Innocenzio aperse, e da lui ebbe
primo sigillo a sua religone.
Poi che la gente poverella crebbe
dietro a costui, la cui mirabil vita
meglio in gloria del ciel si canterebbe,
di seconda corona redimita
fu per Onorio da l'Etterno Spiro
la santa voglia d'esto archimandrita.
E poi che, per la sete del martiro,
ne la presenza del Soldan superba
predic Cristo e li altri che 'l seguiro,
e per trovare a conversione acerba
troppo la gente e per non stare indarno,
redissi al frutto de l'italica erba,
nel crudo sasso intra Tevero e Arno
da Cristo prese l'ultimo sigillo,
che le sue membra due anni portarno.
Quando a colui ch'a tanto ben sortillo
piacque di trarlo suso a la mercede
ch'el merit nel suo farsi pusillo,
a' frati suoi, s com' a giuste rede,
raccomand la donna sua pi cara,
e comand che l'amassero a fede;
e del suo grembo l'anima preclara
mover si volle, tornando al suo regno,
e al suo corpo non volle altra bara.
Pensa oramai qual fu colui che degno
collega fu a mantener la barca
di Pietro in alto mar per dritto segno;
e questo fu il nostro patrarca;
per che qual segue lui, com' el comanda,
discerner puoi che buone merce carca.
Ma 'l suo pecuglio di nova vivanda
 fatto ghiotto, s ch'esser non puote
che per diversi salti non si spanda;
e quanto le sue pecore remote
e vagabunde pi da esso vanno,
pi tornano a l'ovil di latte vte.
Ben son di quelle che temono 'l danno
e stringonsi al pastor; ma son s poche,
che le cappe fornisce poco panno.
Or, se le mie parole non son fioche,
se la tua audenza  stata attenta,
se ci ch' detto a la mente revoche,
in parte fia la tua voglia contenta,
perch vedrai la pianta onde si scheggia,
e vedra' il corrgger che argomenta
"U' ben s'impingua, se non si vaneggia".

CANTO XII
[Canto XII, nel quale frate Bonaventura da Bagnoregio in gloria di santo Dominico parla e brevemente la sua vita narra.]


S tosto come l'ultima parola
la benedetta fiamma per dir tolse,
a rotar cominci la santa mola;
e nel suo giro tutta non si volse
prima ch'un'altra di cerchio la chiuse,
e moto a moto e canto a canto colse;
canto che tanto vince nostre muse,
nostre serene in quelle dolci tube,
quanto primo splendor quel ch'e' refuse.
Come si volgon per tenera nube
due archi paralelli e concolori,
quando Iunone a sua ancella iube,
nascendo di quel d'entro quel di fori,
a guisa del parlar di quella vaga
ch'amor consunse come sol vapori,
e fanno qui la gente esser presaga,
per lo patto che Dio con No puose,
del mondo che gi mai pi non s'allaga:
cos di quelle sempiterne rose
volgiensi circa noi le due ghirlande,
e s l'estrema a l'intima rispuose.
Poi che 'l tripudio e l'altra festa grande,
s del cantare e s del fiammeggiarsi
luce con luce gaudose e blande,
insieme a punto e a voler quetarsi,
pur come li occhi ch'al piacer che i move
conviene insieme chiudere e levarsi;
del cor de l'una de le luci nove
si mosse voce, che l'ago a la stella
parer mi fece in volgermi al suo dove;
e cominci: L'amor che mi fa bella
mi tragge a ragionar de l'altro duca
per cui del mio s ben ci si favella.
Degno  che, dov'  l'un, l'altro s'induca:
s che, com' elli ad una militaro,
cos la gloria loro insieme luca.
L'essercito di Cristo, che s caro
cost a rarmar, dietro a la 'nsegna
si movea tardo, sospeccioso e raro,
quando lo 'mperador che sempre regna
provide a la milizia, ch'era in forse,
per sola grazia, non per esser degna;
e, come  detto, a sua sposa soccorse
con due campioni, al cui fare, al cui dire
lo popol disvato si raccorse.
In quella parte ove surge ad aprire
Zefiro dolce le novelle fronde
di che si vede Europa rivestire,
non molto lungi al percuoter de l'onde
dietro a le quali, per la lunga foga,
lo sol talvolta ad ogne uom si nasconde,
siede la fortunata Calaroga
sotto la protezion del grande scudo
in che soggiace il leone e soggioga:
dentro vi nacque l'amoroso drudo
de la fede cristiana, il santo atleta
benigno a' suoi e a' nemici crudo;
e come fu creata, fu repleta
s la sua mente di viva vertute,
che, ne la madre, lei fece profeta.
Poi che le sponsalizie fuor compiute
al sacro fonte intra lui e la Fede,
u' si dotar di muta salute,
la donna che per lui l'assenso diede,
vide nel sonno il mirabile frutto
ch'uscir dovea di lui e de le rede;
e perch fosse qual era in costrutto,
quinci si mosse spirito a nomarlo
del possessivo di cui era tutto.
Domenico fu detto; e io ne parlo
s come de l'agricola che Cristo
elesse a l'orto suo per aiutarlo.
Ben parve messo e famigliar di Cristo:
ch 'l primo amor che 'n lui fu manifesto,
fu al primo consiglio che di Cristo.
Spesse fate fu tacito e desto
trovato in terra da la sua nutrice,
come dicesse: 'Io son venuto a questo'.
Oh padre suo veramente Felice!
oh madre sua veramente Giovanna,
se, interpretata, val come si dice!
Non per lo mondo, per cui mo s'affanna
di retro ad Ostense e a Taddeo,
ma per amor de la verace manna
in picciol tempo gran dottor si feo;
tal che si mise a circir la vigna
che tosto imbianca, se 'l vignaio  reo.
E a la sedia che fu gi benigna
pi a' poveri giusti, non per lei,
ma per colui che siede, che traligna,
non dispensare o due o tre per sei,
non la fortuna di prima vacante,
non decimas, quae sunt pauperum Dei,
addimand, ma contro al mondo errante
licenza di combatter per lo seme
del qual ti fascian ventiquattro piante.
Poi, con dottrina e con volere insieme,
con l'officio appostolico si mosse
quasi torrente ch'alta vena preme;
e ne li sterpi eretici percosse
l'impeto suo, pi vivamente quivi
dove le resistenze eran pi grosse.
Di lui si fecer poi diversi rivi
onde l'orto catolico si riga,
s che i suoi arbuscelli stan pi vivi.
Se tal fu l'una rota de la biga
in che la Santa Chiesa si difese
e vinse in campo la sua civil briga,
ben ti dovrebbe assai esser palese
l'eccellenza de l'altra, di cui Tomma
dinanzi al mio venir fu s cortese.
Ma l'orbita che f la parte somma
di sua circunferenza,  derelitta,
s ch' la muffa dov' era la gromma.
La sua famiglia, che si mosse dritta
coi piedi a le sue orme,  tanto volta,
che quel dinanzi a quel di retro gitta;
e tosto si vedr de la ricolta
de la mala coltura, quando il loglio
si lagner che l'arca li sia tolta.
Ben dico, chi cercasse a foglio a foglio
nostro volume, ancor troveria carta
u' leggerebbe "I' mi son quel ch'i' soglio";
ma non fia da Casal n d'Acquasparta,
l onde vegnon tali a la scrittura,
ch'uno la fugge e altro la coarta.
Io son la vita di Bonaventura
da Bagnoregio, che ne' grandi offici
sempre pospuosi la sinistra cura.
Illuminato e Augustin son quici,
che fuor de' primi scalzi poverelli
che nel capestro a Dio si fero amici.
Ugo da San Vittore  qui con elli,
e Pietro Mangiadore e Pietro Spano,
lo qual gi luce in dodici libelli;
Natn profeta e 'l metropolitano
Crisostomo e Anselmo e quel Donato
ch'a la prim' arte degn porre mano.
Rabano  qui, e lucemi dallato
il calavrese abate Giovacchino
di spirito profetico dotato.
Ad inveggiar cotanto paladino
mi mosse l'infiammata cortesia
di fra Tommaso e 'l discreto latino;
e mosse meco questa compagnia.

CANTO XIII
[Canto XIII, nel quale san Tommaso d'Aquino, de l'ordine d'i frati predicatori solve una questione toccata di sopra da Salamone.]


Imagini, chi bene intender cupe
quel ch'i' or vidi - e ritegna l'image,
mentre ch'io dico, come ferma rupe -,
quindici stelle che 'n diverse plage
lo ciel avvivan di tanto sereno
che soperchia de l'aere ogne compage;
imagini quel carro a cu' il seno
basta del nostro cielo e notte e giorno,
s ch'al volger del temo non vien meno;
imagini la bocca di quel corno
che si comincia in punta de lo stelo
a cui la prima rota va dintorno,
aver fatto di s due segni in cielo,
qual fece la figliuola di Minoi
allora che sent di morte il gelo;
e l'un ne l'altro aver li raggi suoi,
e amendue girarsi per maniera
che l'uno andasse al primo e l'altro al poi;
e avr quasi l'ombra de la vera
costellazione e de la doppia danza
che circulava il punto dov' io era:
poi ch' tanto di l da nostra usanza,
quanto di l dal mover de la Chiana
si move il ciel che tutti li altri avanza.
L si cant non Bacco, non Peana,
ma tre persone in divina natura,
e in una persona essa e l'umana.
Compi 'l cantare e 'l volger sua misura;
e attesersi a noi quei santi lumi,
felicitando s di cura in cura.
Ruppe il silenzio ne' concordi numi
poscia la luce in che mirabil vita
del poverel di Dio narrata fumi,
e disse: Quando l'una paglia  trita,
quando la sua semenza  gi riposta,
a batter l'altra dolce amor m'invita.
Tu credi che nel petto onde la costa
si trasse per formar la bella guancia
il cui palato a tutto 'l mondo costa,
e in quel che, forato da la lancia,
e prima e poscia tanto sodisfece,
che d'ogne colpa vince la bilancia,
quantunque a la natura umana lece
aver di lume, tutto fosse infuso
da quel valor che l'uno e l'altro fece;
e per miri a ci ch'io dissi suso,
quando narrai che non ebbe 'l secondo
lo ben che ne la quinta luce  chiuso.
Or apri li occhi a quel ch'io ti rispondo,
e vedri il tuo credere e 'l mio dire
nel vero farsi come centro in tondo.
Ci che non more e ci che pu morire
non  se non splendor di quella idea
che partorisce, amando, il nostro Sire;
ch quella viva luce che s mea
dal suo lucente, che non si disuna
da lui n da l'amor ch'a lor s'intrea,
per sua bontate il suo raggiare aduna,
quasi specchiato, in nove sussistenze,
etternalmente rimanendosi una.
Quindi discende a l'ultime potenze
gi d'atto in atto, tanto divenendo,
che pi non fa che brevi contingenze;
e queste contingenze essere intendo
le cose generate, che produce
con seme e sanza seme il ciel movendo.
La cera di costoro e chi la duce
non sta d'un modo; e per sotto 'l segno
idale poi pi e men traluce.
Ond' elli avvien ch'un medesimo legno,
secondo specie, meglio e peggio frutta;
e voi nascete con diverso ingegno.
Se fosse a punto la cera dedutta
e fosse il cielo in sua virt supprema,
la luce del suggel parrebbe tutta;
ma la natura la d sempre scema,
similemente operando a l'artista
ch'a l'abito de l'arte ha man che trema.
Per se 'l caldo amor la chiara vista
de la prima virt dispone e segna,
tutta la perfezion quivi s'acquista.
Cos fu fatta gi la terra degna
di tutta l'animal perfezone;
cos fu fatta la Vergine pregna;
s ch'io commendo tua oppinone,
che l'umana natura mai non fue
n fia qual fu in quelle due persone.
Or s'i' non procedesse avanti pie,
'Dunque, come costui fu sanza pare?'
comincerebber le parole tue.
Ma perch paia ben ci che non pare,
pensa chi era, e la cagion che 'l mosse,
quando fu detto "Chiedi", a dimandare.
Non ho parlato s, che tu non posse
ben veder ch'el fu re, che chiese senno
acci che re sufficente fosse;
non per sapere il numero in che enno
li motor di qua s, o se necesse
con contingente mai necesse fenno;
non si est dare primum motum esse,
o se del mezzo cerchio far si puote
trangol s ch'un retto non avesse.
Onde, se ci ch'io dissi e questo note,
regal prudenza  quel vedere impari
in che lo stral di mia intenzion percuote;
e se al "surse" drizzi li occhi chiari,
vedrai aver solamente respetto
ai regi, che son molti, e ' buon son rari.
Con questa distinzion prendi 'l mio detto;
e cos puote star con quel che credi
del primo padre e del nostro Diletto.
E questo ti sia sempre piombo a' piedi,
per farti mover lento com' uom lasso
e al s e al no che tu non vedi:
ch quelli  tra li stolti bene a basso,
che sanza distinzione afferma e nega
ne l'un cos come ne l'altro passo;
perch' elli 'ncontra che pi volte piega
l'oppinon corrente in falsa parte,
e poi l'affetto l'intelletto lega.
Vie pi che 'ndarno da riva si parte,
perch non torna tal qual e' si move,
chi pesca per lo vero e non ha l'arte.
E di ci sono al mondo aperte prove
Parmenide, Melisso e Brisso e molti,
li quali andaro e non sapan dove;
s f Sabellio e Arrio e quelli stolti
che furon come spade a le Scritture
in render torti li diritti volti.
Non sien le genti, ancor, troppo sicure
a giudicar, s come quei che stima
le biade in campo pria che sien mature;
ch'i' ho veduto tutto 'l verno prima
lo prun mostrarsi rigido e feroce,
poscia portar la rosa in su la cima;
e legno vidi gi dritto e veloce
correr lo mar per tutto suo cammino,
perire al fine a l'intrar de la foce.
Non creda donna Berta e ser Martino,
per vedere un furare, altro offerere,
vederli dentro al consiglio divino;
ch quel pu surgere, e quel pu cadere.

CANTO XIV
[Canto XIV, nel quale Salamone solve alcuna cosa dubitata; e montasi ne la stella di Marte. La quinta parte comincia qui.]


Dal centro al cerchio, e s dal cerchio al centro
movesi l'acqua in un ritondo vaso,
secondo ch' percosso fuori o dentro:
ne la mia mente f sbito caso
questo ch'io dico, s come si tacque
la glorosa vita di Tommaso,
per la similitudine che nacque
del suo parlare e di quel di Beatrice,
a cui s cominciar, dopo lui, piacque:
A costui fa mestieri, e nol vi dice
n con la voce n pensando ancora,
d'un altro vero andare a la radice.
Diteli se la luce onde s'infiora
vostra sustanza, rimarr con voi
etternalmente s com' ell'  ora;
e se rimane, dite come, poi
che sarete visibili rifatti,
esser por ch'al veder non vi ni.
Come, da pi letizia pinti e tratti,
a la fata quei che vanno a rota
levan la voce e rallegrano li atti,
cos, a l'orazion pronta e divota,
li santi cerchi mostrar nova gioia
nel torneare e ne la mira nota.
Qual si lamenta perch qui si moia
per viver col s, non vide quive
lo refrigerio de l'etterna ploia.
Quell' uno e due e tre che sempre vive
e regna sempre in tre e 'n due e 'n uno,
non circunscritto, e tutto circunscrive,
tre volte era cantato da ciascuno
di quelli spirti con tal melodia,
ch'ad ogne merto saria giusto muno.
E io udi' ne la luce pi dia
del minor cerchio una voce modesta,
forse qual fu da l'angelo a Maria,
risponder: Quanto fia lunga la festa
di paradiso, tanto il nostro amore
si ragger dintorno cotal vesta.
La sua chiarezza sguita l'ardore;
l'ardor la visone, e quella  tanta,
quant' ha di grazia sovra suo valore.
Come la carne glorosa e santa
fia rivestita, la nostra persona
pi grata fia per esser tutta quanta;
per che s'accrescer ci che ne dona
di gratito lume il sommo bene,
lume ch'a lui veder ne condiziona;
onde la vison crescer convene,
crescer l'ardor che di quella s'accende,
crescer lo raggio che da esso vene.
Ma s come carbon che fiamma rende,
e per vivo candor quella soverchia,
s che la sua parvenza si difende;
cos questo folgr che gi ne cerchia
fia vinto in apparenza da la carne
che tutto d la terra ricoperchia;
n potr tanta luce affaticarne:
ch li organi del corpo saran forti
a tutto ci che potr dilettarne.
Tanto mi parver sbiti e accorti
e l'uno e l'altro coro a dicer Amme!,
che ben mostrar disio d'i corpi morti:
forse non pur per lor, ma per le mamme,
per li padri e per li altri che fuor cari
anzi che fosser sempiterne fiamme.
Ed ecco intorno, di chiarezza pari,
nascere un lustro sopra quel che v'era,
per guisa d'orizzonte che rischiari.
E s come al salir di prima sera
comincian per lo ciel nove parvenze,
s che la vista pare e non par vera,
parvemi l novelle sussistenze
cominciare a vedere, e fare un giro
di fuor da l'altre due circunferenze.
Oh vero sfavillar del Santo Spiro!
come si fece sbito e candente
a li occhi miei che, vinti, nol soffriro!
Ma Batrice s bella e ridente
mi si mostr, che tra quelle vedute
si vuol lasciar che non seguir la mente.
Quindi ripreser li occhi miei virtute
a rilevarsi; e vidimi translato
sol con mia donna in pi alta salute.
Ben m'accors' io ch'io era pi levato,
per l'affocato riso de la stella,
che mi parea pi roggio che l'usato.
Con tutto 'l core e con quella favella
ch' una in tutti, a Dio feci olocausto,
qual conveniesi a la grazia novella.
E non er' anco del mio petto essausto
l'ardor del sacrificio, ch'io conobbi
esso litare stato accetto e fausto;
ch con tanto lucore e tanto robbi
m'apparvero splendor dentro a due raggi,
ch'io dissi: O Els che s li addobbi!.
Come distinta da minori e maggi
lumi biancheggia tra ' poli del mondo
Galassia s, che fa dubbiar ben saggi;
s costellati facean nel profondo
Marte quei raggi il venerabil segno
che fan giunture di quadranti in tondo.
Qui vince la memoria mia lo 'ngegno;
ch quella croce lampeggiava Cristo,
s ch'io non so trovare essempro degno;
ma chi prende sua croce e segue Cristo,
ancor mi scuser di quel ch'io lasso,
vedendo in quell' albor balenar Cristo.
Di corno in corno e tra la cima e 'l basso
si movien lumi, scintillando forte
nel congiugnersi insieme e nel trapasso:
cos si veggion qui diritte e torte,
veloci e tarde, rinovando vista,
le minuzie d'i corpi, lunghe e corte,
moversi per lo raggio onde si lista
talvolta l'ombra che, per sua difesa,
la gente con ingegno e arte acquista.
E come giga e arpa, in tempra tesa
di molte corde, fa dolce tintinno
a tal da cui la nota non  intesa,
cos da' lumi che l m'apparinno
s'accogliea per la croce una melode
che mi rapiva, sanza intender l'inno.
Ben m'accors' io ch'elli era d'alte lode,
per ch'a me vena Resurgi e Vinci
come a colui che non intende e ode.
o m'innamorava tanto quinci,
che 'nfino a l non fu alcuna cosa
che mi legasse con s dolci vinci.
Forse la mia parola par troppo osa,
posponendo il piacer de li occhi belli,
ne' quai mirando mio disio ha posa;
ma chi s'avvede che i vivi suggelli
d'ogne bellezza pi fanno pi suso,
e ch'io non m'era l rivolto a quelli,
escusar puommi di quel ch'io m'accuso
per escusarmi, e vedermi dir vero:
ch 'l piacer santo non  qui dischiuso,
perch si fa, montando, pi sincero.

CANTO XV
[Canto XV, nel quale messere Cacciaguida fiorentino parla laudando l'antico costume di Fiorenza, in vituperio del presente vivere d'essa cittade di Fiorenza.]


Benigna volontade in che si liqua
sempre l'amor che drittamente spira,
come cupidit fa ne la iniqua,
silenzio puose a quella dolce lira,
e fece quetar le sante corde
che la destra del cielo allenta e tira.
Come saranno a' giusti preghi sorde
quelle sustanze che, per darmi voglia
ch'io le pregassi, a tacer fur concorde?
Bene  che sanza termine si doglia
chi, per amor di cosa che non duri
etternalmente, quello amor si spoglia.
Quale per li seren tranquilli e puri
discorre ad ora ad or sbito foco,
movendo li occhi che stavan sicuri,
e pare stella che tramuti loco,
se non che da la parte ond' e' s'accende
nulla sen perde, ed esso dura poco:
tale dal corno che 'n destro si stende
a pi di quella croce corse un astro
de la costellazion che l resplende;
n si part la gemma dal suo nastro,
ma per la lista radal trascorse,
che parve foco dietro ad alabastro.
S pa l'ombra d'Anchise si porse,
se fede merta nostra maggior musa,
quando in Eliso del figlio s'accorse.
O sanguis meus, o superinfusa
grata De, sicut tibi cui
bis unquam celi iana reclusa?.
Cos quel lume: ond' io m'attesi a lui;
poscia rivolsi a la mia donna il viso,
e quinci e quindi stupefatto fui;
ch dentro a li occhi suoi ardeva un riso
tal, ch'io pensai co' miei toccar lo fondo
de la mia gloria e del mio paradiso.
Indi, a udire e a veder giocondo,
giunse lo spirto al suo principio cose,
ch'io non lo 'ntesi, s parl profondo;
n per elezon mi si nascose,
ma per necessit, ch 'l suo concetto
al segno d'i mortal si soprapuose.
E quando l'arco de l'ardente affetto
fu s sfogato, che 'l parlar discese
inver' lo segno del nostro intelletto,
la prima cosa che per me s'intese,
Benedetto sia tu, fu, trino e uno,
che nel mio seme se' tanto cortese!.
E segu: Grato e lontano digiuno,
tratto leggendo del magno volume
du' non si muta mai bianco n bruno,
solvuto hai, figlio, dentro a questo lume
in ch'io ti parlo, merc di colei
ch'a l'alto volo ti vest le piume.
Tu credi che a me tuo pensier mei
da quel ch' primo, cos come raia
da l'un, se si conosce, il cinque e 'l sei;
e per ch'io mi sia e perch' io paia
pi gaudoso a te, non mi domandi,
che alcun altro in questa turba gaia.
Tu credi 'l vero; ch i minori e ' grandi
di questa vita miran ne lo speglio
in che, prima che pensi, il pensier pandi;
ma perch 'l sacro amore in che io veglio
con perpeta vista e che m'asseta
di dolce disar, s'adempia meglio,
la voce tua sicura, balda e lieta
suoni la volont, suoni 'l disio,
a che la mia risposta  gi decreta!.
Io mi volsi a Beatrice, e quella udio
pria ch'io parlassi, e arrisemi un cenno
che fece crescer l'ali al voler mio.
Poi cominciai cos: L'affetto e 'l senno,
come la prima equalit v'apparse,
d'un peso per ciascun di voi si fenno,
per che 'l sol che v'allum e arse,
col caldo e con la luce  s iguali,
che tutte simiglianze sono scarse.
Ma voglia e argomento ne' mortali,
per la cagion ch'a voi  manifesta,
diversamente son pennuti in ali;
ond' io, che son mortal, mi sento in questa
disagguaglianza, e per non ringrazio
se non col core a la paterna festa.
Ben supplico io a te, vivo topazio
che questa gioia prezosa ingemmi,
perch mi facci del tuo nome sazio.
O fronda mia in che io compiacemmi
pur aspettando, io fui la tua radice:
cotal principio, rispondendo, femmi.
Poscia mi disse: Quel da cui si dice
tua cognazione e che cent' anni e pie
girato ha 'l monte in la prima cornice,
mio figlio fu e tuo bisavol fue:
ben si convien che la lunga fatica
tu li raccorci con l'opere tue.
Fiorenza dentro da la cerchia antica,
ond' ella toglie ancora e terza e nona,
si stava in pace, sobria e pudica.
Non avea catenella, non corona,
non gonne contigiate, non cintura
che fosse a veder pi che la persona.
Non faceva, nascendo, ancor paura
la figlia al padre, ch 'l tempo e la dote
non fuggien quinci e quindi la misura.
Non avea case di famiglia vte;
non v'era giunto ancor Sardanapalo
a mostrar ci che 'n camera si puote.
Non era vinto ancora Montemalo
dal vostro Uccellatoio, che, com'  vinto
nel montar s, cos sar nel calo.
Bellincion Berti vid' io andar cinto
di cuoio e d'osso, e venir da lo specchio
la donna sua sanza 'l viso dipinto;
e vidi quel d'i Nerli e quel del Vecchio
esser contenti a la pelle scoperta,
e le sue donne al fuso e al pennecchio.
Oh fortunate! ciascuna era certa
de la sua sepultura, e ancor nulla
era per Francia nel letto diserta.
L'una vegghiava a studio de la culla,
e, consolando, usava l'idoma
che prima i padri e le madri trastulla;
l'altra, traendo a la rocca la chioma,
favoleggiava con la sua famiglia
d'i Troiani, di Fiesole e di Roma.
Saria tenuta allor tal maraviglia
una Cianghella, un Lapo Salterello,
qual or saria Cincinnato e Corniglia.
A cos riposato, a cos bello
viver di cittadini, a cos fida
cittadinanza, a cos dolce ostello,
Maria mi di, chiamata in alte grida;
e ne l'antico vostro Batisteo
insieme fui cristiano e Cacciaguida.
Moronto fu mio frate ed Eliseo;
mia donna venne a me di val di Pado,
e quindi il sopranome tuo si feo.
Poi seguitai lo 'mperador Currado;
ed el mi cinse de la sua milizia,
tanto per bene ovrar li venni in grado.
Dietro li andai incontro a la nequizia
di quella legge il cui popolo usurpa,
per colpa d'i pastor, vostra giustizia.
Quivi fu' io da quella gente turpa
disviluppato dal mondo fallace,
lo cui amor molt' anime deturpa;
e venni dal martiro a questa pace.

CANTO XVI
[Canto XVI, nel quale il sopradetto messer Cacciaguida racconta intorno di quaranta famiglie onorabili al suo tempo ne la cittade di Fiorenza, de le quali al presente non  ricordo n fama.]


O poca nostra nobilt di sangue,
se glorar di te la gente fai
qua gi dove l'affetto nostro langue,
mirabil cosa non mi sar mai:
ch l dove appetito non si torce,
dico nel cielo, io me ne gloriai.
Ben se' tu manto che tosto raccorce:
s che, se non s'appon di d in die,
lo tempo va dintorno con le force.
Dal 'voi' che prima a Roma s'offerie,
in che la sua famiglia men persevra,
ricominciaron le parole mie;
onde Beatrice, ch'era un poco scevra,
ridendo, parve quella che tossio
al primo fallo scritto di Ginevra.
Io cominciai: Voi siete il padre mio;
voi mi date a parlar tutta baldezza;
voi mi levate s, ch'i' son pi ch'io.
Per tanti rivi s'empie d'allegrezza
la mente mia, che di s fa letizia
perch pu sostener che non si spezza.
Ditemi dunque, cara mia primizia,
quai fuor li vostri antichi e quai fuor li anni
che si segnaro in vostra perizia;
ditemi de l'ovil di San Giovanni
quanto era allora, e chi eran le genti
tra esso degne di pi alti scanni.
Come s'avviva a lo spirar d'i venti
carbone in fiamma, cos vid' io quella
luce risplendere a' miei blandimenti;
e come a li occhi miei si f pi bella,
cos con voce pi dolce e soave,
ma non con questa moderna favella,
dissemi: Da quel d che fu detto 'Ave'
al parto in che mia madre, ch' or santa,
s'allev di me ond' era grave,
al suo Leon cinquecento cinquanta
e trenta fiate venne questo foco
a rinfiammarsi sotto la sua pianta.
Li antichi miei e io nacqui nel loco
dove si truova pria l'ultimo sesto
da quei che corre il vostro annal gioco.
Basti d'i miei maggiori udirne questo:
chi ei si fosser e onde venner quivi,
pi  tacer che ragionare onesto.
Tutti color ch'a quel tempo eran ivi
da poter arme tra Marte e 'l Batista,
eran il quinto di quei ch'or son vivi.
Ma la cittadinanza, ch' or mista
di Campi, di Certaldo e di Fegghine,
pura vediesi ne l'ultimo artista.
Oh quanto fora meglio esser vicine
quelle genti ch'io dico, e al Galluzzo
e a Trespiano aver vostro confine,
che averle dentro e sostener lo puzzo
del villan d'Aguglion, di quel da Signa,
che gi per barattare ha l'occhio aguzzo!
Se la gente ch'al mondo pi traligna
non fosse stata a Cesare noverca,
ma come madre a suo figlio benigna,
tal fatto  fiorentino e cambia e merca,
che si sarebbe vlto a Simifonti,
l dove andava l'avolo a la cerca;
sariesi Montemurlo ancor de' Conti;
sarieno i Cerchi nel piovier d'Acone,
e forse in Valdigrieve i Buondelmonti.
Sempre la confusion de le persone
principio fu del mal de la cittade,
come del vostro il cibo che s'appone;
e cieco toro pi avaccio cade
che cieco agnello; e molte volte taglia
pi e meglio una che le cinque spade.
Se tu riguardi Luni e Orbisaglia
come sono ite, e come se ne vanno
di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia,
udir come le schiatte si disfanno
non ti parr nova cosa n forte,
poscia che le cittadi termine hanno.
Le vostre cose tutte hanno lor morte,
s come voi; ma celasi in alcuna
che dura molto, e le vite son corte.
E come 'l volger del ciel de la luna
cuopre e discuopre i liti sanza posa,
cos fa di Fiorenza la Fortuna:
per che non dee parer mirabil cosa
ci ch'io dir de li alti Fiorentini
onde  la fama nel tempo nascosa.
Io vidi li Ughi e vidi i Catellini,
Filippi, Greci, Ormanni e Alberichi,
gi nel calare, illustri cittadini;
e vidi cos grandi come antichi,
con quel de la Sannella, quel de l'Arca,
e Soldanieri e Ardinghi e Bostichi.
Sovra la porta ch'al presente  carca
di nova fellonia di tanto peso
che tosto fia iattura de la barca,
erano i Ravignani, ond'  disceso
il conte Guido e qualunque del nome
de l'alto Bellincione ha poscia preso.
Quel de la Pressa sapeva gi come
regger si vuole, e avea Galigaio
dorata in casa sua gi l'elsa e 'l pome.
Grand' era gi la colonna del Vaio,
Sacchetti, Giuochi, Fifanti e Barucci
e Galli e quei ch'arrossan per lo staio.
Lo ceppo di che nacquero i Calfucci
era gi grande, e gi eran tratti
a le curule Sizii e Arrigucci.
Oh quali io vidi quei che son disfatti
per lor superbia! e le palle de l'oro
fiorian Fiorenza in tutt' i suoi gran fatti.
Cos facieno i padri di coloro
che, sempre che la vostra chiesa vaca,
si fanno grassi stando a consistoro.
L'oltracotata schiatta che s'indraca
dietro a chi fugge, e a chi mostra 'l dente
o ver la borsa, com' agnel si placa,
gi vena s, ma di picciola gente;
s che non piacque ad Ubertin Donato
che po il suocero il f lor parente.
Gi era 'l Caponsacco nel mercato
disceso gi da Fiesole, e gi era
buon cittadino Giuda e Infangato.
Io dir cosa incredibile e vera:
nel picciol cerchio s'entrava per porta
che si nomava da quei de la Pera.
Ciascun che de la bella insegna porta
del gran barone il cui nome e 'l cui pregio
la festa di Tommaso riconforta,
da esso ebbe milizia e privilegio;
avvegna che con popol si rauni
oggi colui che la fascia col fregio.
Gi eran Gualterotti e Importuni;
e ancor saria Borgo pi queto,
se di novi vicin fosser digiuni.
La casa di che nacque il vostro fleto,
per lo giusto disdegno che v'ha morti
e puose fine al vostro viver lieto,
era onorata, essa e suoi consorti:
o Buondelmonte, quanto mal fuggisti
le nozze se per li altrui conforti!
Molti sarebber lieti, che son tristi,
se Dio t'avesse conceduto ad Ema
la prima volta ch'a citt venisti.
Ma conveniesi, a quella pietra scema
che guarda 'l ponte, che Fiorenza fesse
vittima ne la sua pace postrema.
Con queste genti, e con altre con esse,
vid' io Fiorenza in s fatto riposo,
che non avea cagione onde piangesse.
Con queste genti vid' io gloroso
e giusto il popol suo, tanto che 'l giglio
non era ad asta mai posto a ritroso,
n per divison fatto vermiglio.

CANTO XVII
[Canto XVII, nel quale il predetto messer Cacciaguida solve l'animo de l'auttore da una paura e confortalo a fare questa opera.]


Qual venne a Climen, per accertarsi
di ci ch'ava incontro a s udito,
quei ch'ancor fa li padri ai figli scarsi;
tal era io, e tal era sentito
e da Beatrice e da la santa lampa
che pria per me avea mutato sito.
Per che mia donna Manda fuor la vampa
del tuo disio, mi disse, s ch'ella esca
segnata bene de la interna stampa:
non perch nostra conoscenza cresca
per tuo parlare, ma perch t'ausi
a dir la sete, s che l'uom ti mesca.
O cara piota mia che s t'insusi,
che, come veggion le terrene menti
non capere in trangol due ottusi,
cos vedi le cose contingenti
anzi che sieno in s, mirando il punto
a cui tutti li tempi son presenti;
mentre ch'io era a Virgilio congiunto
su per lo monte che l'anime cura
e discendendo nel mondo defunto,
dette mi fuor di mia vita futura
parole gravi, avvegna ch'io mi senta
ben tetragono ai colpi di ventura;
per che la voglia mia saria contenta
d'intender qual fortuna mi s'appressa:
ch saetta previsa vien pi lenta.
Cos diss' io a quella luce stessa
che pria m'avea parlato; e come volle
Beatrice, fu la mia voglia confessa.
N per ambage, in che la gente folle
gi s'inviscava pria che fosse anciso
l'Agnel di Dio che le peccata tolle,
ma per chiare parole e con preciso
latin rispuose quello amor paterno,
chiuso e parvente del suo proprio riso:
La contingenza, che fuor del quaderno
de la vostra matera non si stende,
tutta  dipinta nel cospetto etterno;
necessit per quindi non prende
se non come dal viso in che si specchia
nave che per torrente gi discende.
Da indi, s come viene ad orecchia
dolce armonia da organo, mi viene
a vista il tempo che ti s'apparecchia.
Qual si partio Ipolito d'Atene
per la spietata e perfida noverca,
tal di Fiorenza partir ti convene.
Questo si vuole e questo gi si cerca,
e tosto verr fatto a chi ci pensa
l dove Cristo tutto d si merca.
La colpa seguir la parte offensa
in grido, come suol; ma la vendetta
fia testimonio al ver che la dispensa.
Tu lascerai ogne cosa diletta
pi caramente; e questo  quello strale
che l'arco de lo essilio pria saetta.
Tu proverai s come sa di sale
lo pane altrui, e come  duro calle
lo scendere e 'l salir per l'altrui scale.
E quel che pi ti graver le spalle,
sar la compagnia malvagia e scempia
con la qual tu cadrai in questa valle;
che tutta ingrata, tutta matta ed empia
si far contr' a te; ma, poco appresso,
ella, non tu, n'avr rossa la tempia.
Di sua bestialitate il suo processo
far la prova; s ch'a te fia bello
averti fatta parte per te stesso.
Lo primo tuo refugio e 'l primo ostello
sar la cortesia del gran Lombardo
che 'n su la scala porta il santo uccello;
ch'in te avr s benigno riguardo,
che del fare e del chieder, tra voi due,
fia primo quel che tra li altri  pi tardo.
Con lui vedrai colui che 'mpresso fue,
nascendo, s da questa stella forte,
che notabili fier l'opere sue.
Non se ne son le genti ancora accorte
per la novella et, ch pur nove anni
son queste rote intorno di lui torte;
ma pria che 'l Guasco l'alto Arrigo inganni,
parran faville de la sua virtute
in non curar d'argento n d'affanni.
Le sue magnificenze conosciute
saranno ancora, s che ' suoi nemici
non ne potran tener le lingue mute.
A lui t'aspetta e a' suoi benefici;
per lui fia trasmutata molta gente,
cambiando condizion ricchi e mendici;
e portera'ne scritto ne la mente
di lui, e nol dirai; e disse cose
incredibili a quei che fier presente.
Poi giunse: Figlio, queste son le chiose
di quel che ti fu detto; ecco le 'nsidie
che dietro a pochi giri son nascose.
Non vo' per ch'a' tuoi vicini invidie,
poscia che s'infutura la tua vita
vie pi l che 'l punir di lor perfidie.
Poi che, tacendo, si mostr spedita
l'anima santa di metter la trama
in quella tela ch'io le porsi ordita,
io cominciai, come colui che brama,
dubitando, consiglio da persona
che vede e vuol dirittamente e ama:
Ben veggio, padre mio, s come sprona
lo tempo verso me, per colpo darmi
tal, ch' pi grave a chi pi s'abbandona;
per che di provedenza  buon ch'io m'armi,
s che, se loco m' tolto pi caro,
io non perdessi li altri per miei carmi.
Gi per lo mondo sanza fine amaro,
e per lo monte del cui bel cacume
li occhi de la mia donna mi levaro,
e poscia per lo ciel, di lume in lume,
ho io appreso quel che s'io ridico,
a molti fia sapor di forte agrume;
e s'io al vero son timido amico,
temo di perder viver tra coloro
che questo tempo chiameranno antico.
La luce in che rideva il mio tesoro
ch'io trovai l, si f prima corusca,
quale a raggio di sole specchio d'oro;
indi rispuose: Coscenza fusca
o de la propria o de l'altrui vergogna
pur sentir la tua parola brusca.
Ma nondimen, rimossa ogne menzogna,
tutta tua vison fa manifesta;
e lascia pur grattar dov'  la rogna.
Ch se la voce tua sar molesta
nel primo gusto, vital nodrimento
lascer poi, quando sar digesta.
Questo tuo grido far come vento,
che le pi alte cime pi percuote;
e ci non fa d'onor poco argomento.
Per ti son mostrate in queste rote,
nel monte e ne la valle dolorosa
pur l'anime che son di fama note,
che l'animo di quel ch'ode, non posa
n ferma fede per essempro ch'aia
la sua radice incognita e ascosa,
n per altro argomento che non paia.

CANTO XVIII
[Canto XVIII, nel quale si monta ne la stella di Giove, e narrasi come li luminari spirituali figuravano mirabilmente.]


Gi si godeva solo del suo verbo
quello specchio beato, e io gustava
lo mio, temprando col dolce l'acerbo;
e quella donna ch'a Dio mi menava
disse: Muta pensier; pensa ch'i' sono
presso a colui ch'ogne torto disgrava.
Io mi rivolsi a l'amoroso suono
del mio conforto; e qual io allor vidi
ne li occhi santi amor, qui l'abbandono:
non perch' io pur del mio parlar diffidi,
ma per la mente che non pu redire
sovra s tanto, s'altri non la guidi.
Tanto poss' io di quel punto ridire,
che, rimirando lei, lo mio affetto
libero fu da ogne altro disire,
fin che 'l piacere etterno, che diretto
raggiava in Batrice, dal bel viso
mi contentava col secondo aspetto.
Vincendo me col lume d'un sorriso,
ella mi disse: Volgiti e ascolta;
ch non pur ne' miei occhi  paradiso.
Come si vede qui alcuna volta
l'affetto ne la vista, s'elli  tanto,
che da lui sia tutta l'anima tolta,
cos nel fiammeggiar del folgr santo,
a ch'io mi volsi, conobbi la voglia
in lui di ragionarmi ancora alquanto.
El cominci: In questa quinta soglia
de l'albero che vive de la cima
e frutta sempre e mai non perde foglia,
spiriti son beati, che gi, prima
che venissero al ciel, fuor di gran voce,
s ch'ogne musa ne sarebbe opima.
Per mira ne' corni de la croce:
quello ch'io nomer, l far l'atto
che fa in nube il suo foco veloce.
Io vidi per la croce un lume tratto
dal nomar Iosu, com' el si feo;
n mi fu noto il dir prima che 'l fatto.
E al nome de l'alto Macabeo
vidi moversi un altro roteando,
e letizia era ferza del paleo.
Cos per Carlo Magno e per Orlando
due ne segu lo mio attento sguardo,
com' occhio segue suo falcon volando.
Poscia trasse Guiglielmo e Rinoardo
e 'l duca Gottifredi la mia vista
per quella croce, e Ruberto Guiscardo.
Indi, tra l'altre luci mota e mista,
mostrommi l'alma che m'avea parlato
qual era tra i cantor del cielo artista.
Io mi rivolsi dal mio destro lato
per vedere in Beatrice il mio dovere,
o per parlare o per atto, segnato;
e vidi le sue luci tanto mere,
tanto gioconde, che la sua sembianza
vinceva li altri e l'ultimo solere.
E come, per sentir pi dilettanza
bene operando, l'uom di giorno in giorno
s'accorge che la sua virtute avanza,
s m'accors' io che 'l mio girare intorno
col cielo insieme avea cresciuto l'arco,
veggendo quel miracol pi addorno.
E qual  'l trasmutare in picciol varco
di tempo in bianca donna, quando 'l volto
suo si discarchi di vergogna il carco,
tal fu ne li occhi miei, quando fui vlto,
per lo candor de la temprata stella
sesta, che dentro a s m'avea ricolto.
Io vidi in quella gioval facella
lo sfavillar de l'amor che l era
segnare a li occhi miei nostra favella.
E come augelli surti di rivera,
quasi congratulando a lor pasture,
fanno di s or tonda or altra schiera,
s dentro ai lumi sante creature
volitando cantavano, e faciensi
or D, or I, or L in sue figure.
Prima, cantando, a sua nota moviensi;
poi, diventando l'un di questi segni,
un poco s'arrestavano e taciensi.
O diva Pegasa che li 'ngegni
fai glorosi e rendili longevi,
ed essi teco le cittadi e ' regni,
illustrami di te, s ch'io rilevi
le lor figure com' io l'ho concette:
paia tua possa in questi versi brevi!
Mostrarsi dunque in cinque volte sette
vocali e consonanti; e io notai
le parti s, come mi parver dette.
'DILIGITE IUSTITIAM', primai
fur verbo e nome di tutto 'l dipinto;
'QUI IUDICATIS TERRAM', fur sezzai.
Poscia ne l'emme del vocabol quinto
rimasero ordinate; s che Giove
pareva argento l d'oro distinto.
E vidi scendere altre luci dove
era il colmo de l'emme, e l quetarsi
cantando, credo, il ben ch'a s le move.
Poi, come nel percuoter d'i ciocchi arsi
surgono innumerabili faville,
onde li stolti sogliono agurarsi,
resurger parver quindi pi di mille
luci e salir, qual assai e qual poco,
s come 'l sol che l'accende sortille;
e quetata ciascuna in suo loco,
la testa e 'l collo d'un'aguglia vidi
rappresentare a quel distinto foco.
Quei che dipinge l, non ha chi 'l guidi;
ma esso guida, e da lui si rammenta
quella virt ch' forma per li nidi.
L'altra batitudo, che contenta
pareva prima d'ingigliarsi a l'emme,
con poco moto seguit la 'mprenta.
O dolce stella, quali e quante gemme
mi dimostraro che nostra giustizia
effetto sia del ciel che tu ingemme!
Per ch'io prego la mente in che s'inizia
tuo moto e tua virtute, che rimiri
ond' esce il fummo che 'l tuo raggio vizia;
s ch'un'altra fata omai s'adiri
del comperare e vender dentro al templo
che si mur di segni e di martri.
O milizia del ciel cu' io contemplo,
adora per color che sono in terra
tutti svati dietro al malo essemplo!
Gi si solea con le spade far guerra;
ma or si fa togliendo or qui or quivi
lo pan che 'l po Padre a nessun serra.
Ma tu che sol per cancellare scrivi,
pensa che Pietro e Paulo, che moriro
per la vigna che guasti, ancor son vivi.
Ben puoi tu dire: I' ho fermo 'l disiro
s a colui che volle viver solo
e che per salti fu tratto al martiro,
ch'io non conosco il pescator n Polo.

CANTO XIX
[Canto XIX, nel quale li spiriti ch'erano ne la stella di Iove insieme conglutinati in forma d'aguglia, ad una voce solvono uno grande dubbio, e abominano e infamano tutti li re cristiani che regnavano ne l'anno di Cristo MCCC.]


Parea dinanzi a me con l'ali aperte
la bella image che nel dolce frui
liete facevan l'anime conserte;
parea ciascuna rubinetto in cui
raggio di sole ardesse s acceso,
che ne' miei occhi rifrangesse lui.
E quel che mi convien ritrar testeso,
non port voce mai, n scrisse incostro,
n fu per fantasia gi mai compreso;
ch'io vidi e anche udi' parlar lo rostro,
e sonar ne la voce e io e mio,
quand' era nel concetto e 'noi' e 'nostro'.
E cominci: Per esser giusto e pio
son io qui essaltato a quella gloria
che non si lascia vincere a disio;
e in terra lasciai la mia memoria
s fatta, che le genti l malvage
commendan lei, ma non seguon la storia.
Cos un sol calor di molte brage
si fa sentir, come di molti amori
usciva solo un suon di quella image.
Ond' io appresso: O perpeti fiori
de l'etterna letizia, che pur uno
parer mi fate tutti vostri odori,
solvetemi, spirando, il gran digiuno
che lungamente m'ha tenuto in fame,
non trovandoli in terra cibo alcuno.
Ben so io che, se 'n cielo altro reame
la divina giustizia fa suo specchio,
che 'l vostro non l'apprende con velame.
Sapete come attento io m'apparecchio
ad ascoltar; sapete qual  quello
dubbio che m' digiun cotanto vecchio.
Quasi falcone ch'esce del cappello,
move la testa e con l'ali si plaude,
voglia mostrando e faccendosi bello,
vid' io farsi quel segno, che di laude
de la divina grazia era contesto,
con canti quai si sa chi l s gaude.
Poi cominci: Colui che volse il sesto
a lo stremo del mondo, e dentro ad esso
distinse tanto occulto e manifesto,
non pot suo valor s fare impresso
in tutto l'universo, che 'l suo verbo
non rimanesse in infinito eccesso.
E ci fa certo che 'l primo superbo,
che fu la somma d'ogne creatura,
per non aspettar lume, cadde acerbo;
e quinci appar ch'ogne minor natura
 corto recettacolo a quel bene
che non ha fine e s con s misura.
Dunque vostra veduta, che convene
esser alcun de' raggi de la mente
di che tutte le cose son ripiene,
non p da sua natura esser possente
tanto, che suo principio non discerna
molto di l da quel che l' parvente.
Per ne la giustizia sempiterna
la vista che riceve il vostro mondo,
com' occhio per lo mare, entro s'interna;
che, ben che da la proda veggia il fondo,
in pelago nol vede; e nondimeno
li, ma cela lui l'esser profondo.
Lume non , se non vien dal sereno
che non si turba mai; anzi  tenbra
od ombra de la carne o suo veleno.
Assai t' mo aperta la latebra
che t'ascondeva la giustizia viva,
di che facei question cotanto crebra;
ch tu dicevi: "Un uom nasce a la riva
de l'Indo, e quivi non  chi ragioni
di Cristo n chi legga n chi scriva;
e tutti suoi voleri e atti buoni
sono, quanto ragione umana vede,
sanza peccato in vita o in sermoni.
Muore non battezzato e sanza fede:
ov'  questa giustizia che 'l condanna?
ov'  la colpa sua, se ei non crede?".
Or tu chi se', che vuo' sedere a scranna,
per giudicar di lungi mille miglia
con la veduta corta d'una spanna?
Certo a colui che meco s'assottiglia,
se la Scrittura sovra voi non fosse,
da dubitar sarebbe a maraviglia.
Oh terreni animali! oh menti grosse!
La prima volont, ch' da s buona,
da s, ch' sommo ben, mai non si mosse.
Cotanto  giusto quanto a lei consuona:
nullo creato bene a s la tira,
ma essa, radando, lui cagiona.
Quale sovresso il nido si rigira
poi c'ha pasciuti la cicogna i figli,
e come quel ch' pasto la rimira;
cotal si fece, e s levi i cigli,
la benedetta imagine, che l'ali
movea sospinte da tanti consigli.
Roteando cantava, e dicea: Quali
son le mie note a te, che non le 'ntendi,
tal  il giudicio etterno a voi mortali.
Poi si quetaro quei lucenti incendi
de lo Spirito Santo ancor nel segno
che f i Romani al mondo reverendi,
esso ricominci: A questo regno
non sal mai chi non credette 'n Cristo,
n pria n poi ch'el si chiavasse al legno.
Ma vedi: molti gridan "Cristo, Cristo!",
che saranno in giudicio assai men prope
a lui, che tal che non conosce Cristo;
e tai Cristian danner l'Etpe,
quando si partiranno i due collegi,
l'uno in etterno ricco e l'altro inpe.
Che poran dir li Perse a' vostri regi,
come vedranno quel volume aperto
nel qual si scrivon tutti suoi dispregi?
L si vedr, tra l'opere d'Alberto,
quella che tosto mover la penna,
per che 'l regno di Praga fia diserto.
L si vedr il duol che sovra Senna
induce, falseggiando la moneta,
quel che morr di colpo di cotenna.
L si vedr la superbia ch'asseta,
che fa lo Scotto e l'Inghilese folle,
s che non pu soffrir dentro a sua meta.
Vedrassi la lussuria e 'l viver molle
di quel di Spagna e di quel di Boemme,
che mai valor non conobbe n volle.
Vedrassi al Ciotto di Ierusalemme
segnata con un i la sua bontate,
quando 'l contrario segner un emme.
Vedrassi l'avarizia e la viltate
di quei che guarda l'isola del foco,
ove Anchise fin la lunga etate;
e a dare ad intender quanto  poco,
la sua scrittura fian lettere mozze,
che noteranno molto in parvo loco.
E parranno a ciascun l'opere sozze
del barba e del fratel, che tanto egregia
nazione e due corone han fatte bozze.
E quel di Portogallo e di Norvegia
l si conosceranno, e quel di Rascia
che male ha visto il conio di Vinegia.
Oh beata Ungheria, se non si lascia
pi malmenare! e beata Navarra,
se s'armasse del monte che la fascia!
E creder de' ciascun che gi, per arra
di questo, Niccosa e Famagosta
per la lor bestia si lamenti e garra,
che dal fianco de l'altre non si scosta.

CANTO XX
[Canto XX, nel quale ancora suonano nel becco de l'Aquila certe parole per le quali apprende di conoscere alcuni di quelli spirti de li quali quella Aquila  composta.]


Quando colui che tutto 'l mondo alluma
de l'emisperio nostro s discende,
che 'l giorno d'ogne parte si consuma,
lo ciel, che sol di lui prima s'accende,
subitamente si rif parvente
per molte luci, in che una risplende;
e questo atto del ciel mi venne a mente,
come 'l segno del mondo e de' suoi duci
nel benedetto rostro fu tacente;
per che tutte quelle vive luci,
vie pi lucendo, cominciaron canti
da mia memoria labili e caduci.
O dolce amor che di riso t'ammanti,
quanto parevi ardente in que' flailli,
ch'avieno spirto sol di pensier santi!
Poscia che i cari e lucidi lapilli
ond' io vidi ingemmato il sesto lume
puoser silenzio a li angelici squilli,
udir mi parve un mormorar di fiume
che scende chiaro gi di pietra in pietra,
mostrando l'ubert del suo cacume.
E come suono al collo de la cetra
prende sua forma, e s com' al pertugio
de la sampogna vento che pentra,
cos, rimosso d'aspettare indugio,
quel mormorar de l'aguglia salissi
su per lo collo, come fosse bugio.
Fecesi voce quivi, e quindi uscissi
per lo suo becco in forma di parole,
quali aspettava il core ov' io le scrissi.
La parte in me che vede e pate il sole
ne l'aguglie mortali, incominciommi,
or fisamente riguardar si vole,
perch d'i fuochi ond' io figura fommi,
quelli onde l'occhio in testa mi scintilla,
e' di tutti lor gradi son li sommi.
Colui che luce in mezzo per pupilla,
fu il cantor de lo Spirito Santo,
che l'arca traslat di villa in villa:
ora conosce il merto del suo canto,
in quanto effetto fu del suo consiglio,
per lo remunerar ch' altrettanto.
Dei cinque che mi fan cerchio per ciglio,
colui che pi al becco mi s'accosta,
la vedovella consol del figlio:
ora conosce quanto caro costa
non seguir Cristo, per l'esperenza
di questa dolce vita e de l'opposta.
E quel che segue in la circunferenza
di che ragiono, per l'arco superno,
morte indugi per vera penitenza:
ora conosce che 'l giudicio etterno
non si trasmuta, quando degno preco
fa crastino l gi de l'oderno.
L'altro che segue, con le leggi e meco,
sotto buona intenzion che f mal frutto,
per cedere al pastor si fece greco:
ora conosce come il mal dedutto
dal suo bene operar non li  nocivo,
avvegna che sia 'l mondo indi distrutto.
E quel che vedi ne l'arco declivo,
Guiglielmo fu, cui quella terra plora
che piagne Carlo e Federigo vivo:
ora conosce come s'innamora
lo ciel del giusto rege, e al sembiante
del suo fulgore il fa vedere ancora.
Chi crederebbe gi nel mondo errante
che Rifo Troiano in questo tondo
fosse la quinta de le luci sante?
Ora conosce assai di quel che 'l mondo
veder non pu de la divina grazia,
ben che sua vista non discerna il fondo.
Quale allodetta che 'n aere si spazia
prima cantando, e poi tace contenta
de l'ultima dolcezza che la sazia,
tal mi sembi l'imago de la 'mprenta
de l'etterno piacere, al cui disio
ciascuna cosa qual ell'  diventa.
E avvegna ch'io fossi al dubbiar mio
l quasi vetro a lo color ch'el veste,
tempo aspettar tacendo non patio,
ma de la bocca, Che cose son queste?,
mi pinse con la forza del suo peso:
per ch'io di coruscar vidi gran feste.
Poi appresso, con l'occhio pi acceso,
lo benedetto segno mi rispuose
per non tenermi in ammirar sospeso:
Io veggio che tu credi queste cose
perch' io le dico, ma non vedi come;
s che, se son credute, sono ascose.
Fai come quei che la cosa per nome
apprende ben, ma la sua quiditate
veder non pu se altri non la prome.
Regnum celorum volenza pate
da caldo amore e da viva speranza,
che vince la divina volontate:
non a guisa che l'omo a l'om sobranza,
ma vince lei perch vuole esser vinta,
e, vinta, vince con sua beninanza.
La prima vita del ciglio e la quinta
ti fa maravigliar, perch ne vedi
la regon de li angeli dipinta.
D'i corpi suoi non uscir, come credi,
Gentili, ma Cristiani, in ferma fede
quel d'i passuri e quel d'i passi piedi.
Ch l'una de lo 'nferno, u' non si riede
gi mai a buon voler, torn a l'ossa;
e ci di viva spene fu mercede:
di viva spene, che mise la possa
ne' prieghi fatti a Dio per suscitarla,
s che potesse sua voglia esser mossa.
L'anima glorosa onde si parla,
tornata ne la carne, in che fu poco,
credette in lui che pota aiutarla;
e credendo s'accese in tanto foco
di vero amor, ch'a la morte seconda
fu degna di venire a questo gioco.
L'altra, per grazia che da s profonda
fontana stilla, che mai creatura
non pinse l'occhio infino a la prima onda,
tutto suo amor l gi pose a drittura:
per che, di grazia in grazia, Dio li aperse
l'occhio a la nostra redenzion futura;
ond' ei credette in quella, e non sofferse
da indi il puzzo pi del paganesmo;
e riprendiene le genti perverse.
Quelle tre donne li fur per battesmo
che tu vedesti da la destra rota,
dinanzi al battezzar pi d'un millesmo.
O predestinazion, quanto remota
 la radice tua da quelli aspetti
che la prima cagion non veggion tota!
E voi, mortali, tenetevi stretti
a giudicar: ch noi, che Dio vedemo,
non conosciamo ancor tutti li eletti;
ed nne dolce cos fatto scemo,
perch il ben nostro in questo ben s'affina,
che quel che vole Iddio, e noi volemo.
Cos da quella imagine divina,
per farmi chiara la mia corta vista,
data mi fu soave medicina.
E come a buon cantor buon citarista
fa seguitar lo guizzo de la corda,
in che pi di piacer lo canto acquista,
s, mentre ch'e' parl, s mi ricorda
ch'io vidi le due luci benedette,
pur come batter d'occhi si concorda,
con le parole mover le fiammette.

CANTO XXI
[Canto XXI, nel quale si monta ne la stella di Saturno, che  il settimo pianeto; e qui comincia la settima parte, e come Pietro Dammiano solve alcune questioni.]


Gi eran li occhi miei rifissi al volto
de la mia donna, e l'animo con essi,
e da ogne altro intento s'era tolto.
E quella non ridea; ma S'io ridessi,
mi cominci, tu ti faresti quale
fu Semel quando di cener fessi:
ch la bellezza mia, che per le scale
de l'etterno palazzo pi s'accende,
com' hai veduto, quanto pi si sale,
se non si temperasse, tanto splende,
che 'l tuo mortal podere, al suo fulgore,
sarebbe fronda che trono scoscende.
Noi sem levati al settimo splendore,
che sotto 'l petto del Leone ardente
raggia mo misto gi del suo valore.
Ficca di retro a li occhi tuoi la mente,
e fa di quelli specchi a la figura
che 'n questo specchio ti sar parvente.
Qual savesse qual era la pastura
del viso mio ne l'aspetto beato
quand' io mi trasmutai ad altra cura,
conoscerebbe quanto m'era a grato
ubidire a la mia celeste scorta,
contrapesando l'un con l'altro lato.
Dentro al cristallo che 'l vocabol porta,
cerchiando il mondo, del suo caro duce
sotto cui giacque ogne malizia morta,
di color d'oro in che raggio traluce
vid' io uno scaleo eretto in suso
tanto, che nol seguiva la mia luce.
Vidi anche per li gradi scender giuso
tanti splendor, ch'io pensai ch'ogne lume
che par nel ciel, quindi fosse diffuso.
E come, per lo natural costume,
le pole insieme, al cominciar del giorno,
si movono a scaldar le fredde piume;
poi altre vanno via sanza ritorno,
altre rivolgon s onde son mosse,
e altre roteando fan soggiorno;
tal modo parve me che quivi fosse
in quello sfavillar che 'nsieme venne,
s come in certo grado si percosse.
E quel che presso pi ci si ritenne,
si f s chiaro, ch'io dicea pensando:
'Io veggio ben l'amor che tu m'accenne.
Ma quella ond' io aspetto il come e 'l quando
del dire e del tacer, si sta; ond' io,
contra 'l disio, fo ben ch'io non dimando'.
Per ch'ella, che veda il tacer mio
nel veder di colui che tutto vede,
mi disse: Solvi il tuo caldo disio.
E io incominciai: La mia mercede
non mi fa degno de la tua risposta;
ma per colei che 'l chieder mi concede,
vita beata che ti stai nascosta
dentro a la tua letizia, fammi nota
la cagion che s presso mi t'ha posta;
e d perch si tace in questa rota
la dolce sinfonia di paradiso,
che gi per l'altre suona s divota.
Tu hai l'udir mortal s come il viso,
rispuose a me; onde qui non si canta
per quel che Batrice non ha riso.
Gi per li gradi de la scala santa
discesi tanto sol per farti festa
col dire e con la luce che mi ammanta;
n pi amor mi fece esser pi presta,
ch pi e tanto amor quinci s ferve,
s come il fiammeggiar ti manifesta.
Ma l'alta carit, che ci fa serve
pronte al consiglio che 'l mondo governa,
sorteggia qui s come tu osserve.
Io veggio ben, diss' io, sacra lucerna,
come libero amore in questa corte
basta a seguir la provedenza etterna;
ma questo  quel ch'a cerner mi par forte,
perch predestinata fosti sola
a questo officio tra le tue consorte.
N venni prima a l'ultima parola,
che del suo mezzo fece il lume centro,
girando s come veloce mola;
poi rispuose l'amor che v'era dentro:
Luce divina sopra me s'appunta,
penetrando per questa in ch'io m'inventro,
la cui virt, col mio veder congiunta,
mi leva sopra me tanto, ch'i' veggio
la somma essenza de la quale  munta.
Quinci vien l'allegrezza ond' io fiammeggio;
per ch'a la vista mia, quant' ella  chiara,
la chiarit de la fiamma pareggio.
Ma quell' alma nel ciel che pi si schiara,
quel serafin che 'n Dio pi l'occhio ha fisso,
a la dimanda tua non satisfara,
per che s s'innoltra ne lo abisso
de l'etterno statuto quel che chiedi,
che da ogne creata vista  scisso.
E al mondo mortal, quando tu riedi,
questo rapporta, s che non presumma
a tanto segno pi mover li piedi.
La mente, che qui luce, in terra fumma;
onde riguarda come pu l gie
quel che non pote perch 'l ciel l'assumma.
S mi prescrisser le parole sue,
ch'io lasciai la quistione e mi ritrassi
a dimandarla umilmente chi fue.
Tra ' due liti d'Italia surgon sassi,
e non molto distanti a la tua patria,
tanto che ' troni assai suonan pi bassi,
e fanno un gibbo che si chiama Catria,
di sotto al quale  consecrato un ermo,
che suole esser disposto a sola latria.
Cos ricominciommi il terzo sermo;
e poi, continando, disse: Quivi
al servigio di Dio mi fe' s fermo,
che pur con cibi di liquor d'ulivi
lievemente passava caldi e geli,
contento ne' pensier contemplativi.
Render solea quel chiostro a questi cieli
fertilemente; e ora  fatto vano,
s che tosto convien che si riveli.
In quel loco fu' io Pietro Damiano,
e Pietro Peccator fu' ne la casa
di Nostra Donna in sul lito adriano.
Poca vita mortal m'era rimasa,
quando fui chiesto e tratto a quel cappello,
che pur di male in peggio si travasa.
Venne Cefs e venne il gran vasello
de lo Spirito Santo, magri e scalzi,
prendendo il cibo da qualunque ostello.
Or voglion quinci e quindi chi rincalzi
li moderni pastori e chi li meni,
tanto son gravi, e chi di rietro li alzi.
Cuopron d'i manti loro i palafreni,
s che due bestie van sott' una pelle:
oh pazenza che tanto sostieni!.
A questa voce vid' io pi fiammelle
di grado in grado scendere e girarsi,
e ogne giro le facea pi belle.
Dintorno a questa vennero e fermarsi,
e fero un grido di s alto suono,
che non potrebbe qui assomigliarsi;
n io lo 'ntesi, s mi vinse il tuono.

CANTO XXII
[Canto XXII, nel quale si tratta di quelli medesimi che nel precedente capitolo, qui sotto il titolo di Santo Maccario e di Santo Romoaldo; e infine dispitta il mondo e la sua picciolezza e le cose mondane, ripetendo e mostrando tutti li pianeti per li quali  intrato; ed entra con Beatrice nel segno d'i Gemini; e qui prende l'ottava parte di questa terza cantica.]


Oppresso di stupore, a la mia guida
mi volsi, come parvol che ricorre
sempre col dove pi si confida;
e quella, come madre che soccorre
sbito al figlio palido e anelo
con la sua voce, che 'l suol ben disporre,
mi disse: Non sai tu che tu se' in cielo?
e non sai tu che 'l cielo  tutto santo,
e ci che ci si fa vien da buon zelo?
Come t'avrebbe trasmutato il canto,
e io ridendo, mo pensar lo puoi,
poscia che 'l grido t'ha mosso cotanto;
nel qual, se 'nteso avessi i prieghi suoi,
gi ti sarebbe nota la vendetta
che tu vedrai innanzi che tu muoi.
La spada di qua s non taglia in fretta
n tardo, ma' ch'al parer di colui
che disando o temendo l'aspetta.
Ma rivolgiti omai inverso altrui;
ch'assai illustri spiriti vedrai,
se com' io dico l'aspetto redui.
Come a lei piacque, li occhi ritornai,
e vidi cento sperule che 'nsieme
pi s'abbellivan con muti rai.
Io stava come quei che 'n s repreme
la punta del disio, e non s'attenta
di domandar, s del troppo si teme;
e la maggiore e la pi luculenta
di quelle margherite innanzi fessi,
per far di s la mia voglia contenta.
Poi dentro a lei udi': Se tu vedessi
com' io la carit che tra noi arde,
li tuoi concetti sarebbero espressi.
Ma perch tu, aspettando, non tarde
a l'alto fine, io ti far risposta
pur al pensier, da che s ti riguarde.
Quel monte a cui Cassino  ne la costa
fu frequentato gi in su la cima
da la gente ingannata e mal disposta;
e quel son io che s vi portai prima
lo nome di colui che 'n terra addusse
la verit che tanto ci soblima;
e tanta grazia sopra me relusse,
ch'io ritrassi le ville circunstanti
da l'empio clto che 'l mondo sedusse.
Questi altri fuochi tutti contemplanti
uomini fuoro, accesi di quel caldo
che fa nascere i fiori e ' frutti santi.
Qui  Maccario, qui  Romoaldo,
qui son li frati miei che dentro ai chiostri
fermar li piedi e tennero il cor saldo.
E io a lui: L'affetto che dimostri
meco parlando, e la buona sembianza
ch'io veggio e noto in tutti li ardor vostri,
cos m'ha dilatata mia fidanza,
come 'l sol fa la rosa quando aperta
tanto divien quant' ell' ha di possanza.
Per ti priego, e tu, padre, m'accerta
s'io posso prender tanta grazia, ch'io
ti veggia con imagine scoverta.
Ond' elli: Frate, il tuo alto disio
s'adempier in su l'ultima spera,
ove s'adempion tutti li altri e 'l mio.
Ivi  perfetta, matura e intera
ciascuna disanza; in quella sola
 ogne parte l ove sempr' era,
perch non  in loco e non s'impola;
e nostra scala infino ad essa varca,
onde cos dal viso ti s'invola.
Infin l s la vide il patriarca
Iacobbe porger la superna parte,
quando li apparve d'angeli s carca.
Ma, per salirla, mo nessun diparte
da terra i piedi, e la regola mia
rimasa  per danno de le carte.
Le mura che solieno esser badia
fatte sono spelonche, e le cocolle
sacca son piene di farina ria.
Ma grave usura tanto non si tolle
contra 'l piacer di Dio, quanto quel frutto
che fa il cor de' monaci s folle;
ch quantunque la Chiesa guarda, tutto
 de la gente che per Dio dimanda;
non di parenti n d'altro pi brutto.
La carne d'i mortali  tanto blanda,
che gi non basta buon cominciamento
dal nascer de la quercia al far la ghianda.
Pier cominci sanz' oro e sanz' argento,
e io con orazione e con digiuno,
e Francesco umilmente il suo convento;
e se guardi 'l principio di ciascuno,
poscia riguardi l dov'  trascorso,
tu vederai del bianco fatto bruno.
Veramente Iordan vlto retrorso
pi fu, e 'l mar fuggir, quando Dio volse,
mirabile a veder che qui 'l soccorso.
Cos mi disse, e indi si raccolse
al suo collegio, e 'l collegio si strinse;
poi, come turbo, in s tutto s'avvolse.
La dolce donna dietro a lor mi pinse
con un sol cenno su per quella scala,
s sua virt la mia natura vinse;
n mai qua gi dove si monta e cala
naturalmente, fu s ratto moto
ch'agguagliar si potesse a la mia ala.
S'io torni mai, lettore, a quel divoto
trunfo per lo quale io piango spesso
le mie peccata e 'l petto mi percuoto,
tu non avresti in tanto tratto e messo
nel foco il dito, in quant' io vidi 'l segno
che segue il Tauro e fui dentro da esso.
O glorose stelle, o lume pregno
di gran virt, dal quale io riconosco
tutto, qual che si sia, il mio ingegno,
con voi nasceva e s'ascondeva vosco
quelli ch' padre d'ogne mortal vita,
quand' io senti' di prima l'aere tosco;
e poi, quando mi fu grazia largita
d'entrar ne l'alta rota che vi gira,
la vostra regon mi fu sortita.
A voi divotamente ora sospira
l'anima mia, per acquistar virtute
al passo forte che a s la tira.
Tu se' s presso a l'ultima salute,
cominci Batrice, che tu dei
aver le luci tue chiare e acute;
e per, prima che tu pi t'inlei,
rimira in gi, e vedi quanto mondo
sotto li piedi gi esser ti fei;
s che 'l tuo cor, quantunque pu, giocondo
s'appresenti a la turba trunfante
che lieta vien per questo etera tondo.
Col viso ritornai per tutte quante
le sette spere, e vidi questo globo
tal, ch'io sorrisi del suo vil sembiante;
e quel consiglio per migliore approbo
che l'ha per meno; e chi ad altro pensa
chiamar si puote veramente probo.
Vidi la figlia di Latona incensa
sanza quell' ombra che mi fu cagione
per che gi la credetti rara e densa.
L'aspetto del tuo nato, Iperone,
quivi sostenni, e vidi com' si move
circa e vicino a lui Maia e Done.
Quindi m'apparve il temperar di Giove
tra 'l padre e 'l figlio; e quindi mi fu chiaro
il varar che fanno di lor dove;
e tutti e sette mi si dimostraro
quanto son grandi e quanto son veloci
e come sono in distante riparo.
L'aiuola che ci fa tanto feroci,
volgendom' io con li etterni Gemelli,
tutta m'apparve da' colli a le foci;
poscia rivolsi li occhi a li occhi belli.

CANTO XXIII
[Canto XXIII, dove si tratta come l'auttore vide la Beata Virgine Maria e li abitatori de la celestiale corte, de la quale mirabilemente favella in questo canto; e qui si prende la nona parte di questa terza cantica.]


Come l'augello, intra l'amate fronde,
posato al nido de' suoi dolci nati
la notte che le cose ci nasconde,
che, per veder li aspetti disati
e per trovar lo cibo onde li pasca,
in che gravi labor li sono aggrati,
previene il tempo in su aperta frasca,
e con ardente affetto il sole aspetta,
fiso guardando pur che l'alba nasca;
cos la donna ma stava eretta
e attenta, rivolta inver' la plaga
sotto la quale il sol mostra men fretta:
s che, veggendola io sospesa e vaga,
fecimi qual  quei che disando
altro vorria, e sperando s'appaga.
Ma poco fu tra uno e altro quando,
del mio attender, dico, e del vedere
lo ciel venir pi e pi rischiarando;
e Batrice disse: Ecco le schiere
del trunfo di Cristo e tutto 'l frutto
ricolto del girar di queste spere!.
Pariemi che 'l suo viso ardesse tutto,
e li occhi avea di letizia s pieni,
che passarmen convien sanza costrutto.
Quale ne' pleniluni sereni
Triva ride tra le ninfe etterne
che dipingon lo ciel per tutti i seni,
vid' i' sopra migliaia di lucerne
un sol che tutte quante l'accendea,
come fa 'l nostro le viste superne;
e per la viva luce trasparea
la lucente sustanza tanto chiara
nel viso mio, che non la sostenea.
Oh Batrice, dolce guida e cara!
Ella mi disse: Quel che ti sobranza
 virt da cui nulla si ripara.
Quivi  la sapenza e la possanza
ch'apr le strade tra 'l cielo e la terra,
onde fu gi s lunga disanza.
Come foco di nube si diserra
per dilatarsi s che non vi cape,
e fuor di sua natura in gi s'atterra,
la mente mia cos, tra quelle dape
fatta pi grande, di s stessa usco,
e che si fesse rimembrar non sape.
Apri li occhi e riguarda qual son io;
tu hai vedute cose, che possente
se' fatto a sostener lo riso mio.
Io era come quei che si risente
di visone oblita e che s'ingegna
indarno di ridurlasi a la mente,
quand' io udi' questa proferta, degna
di tanto grato, che mai non si stingue
del libro che 'l preterito rassegna.
Se mo sonasser tutte quelle lingue
che Polimna con le suore fero
del latte lor dolcissimo pi pingue,
per aiutarmi, al millesmo del vero
non si verria, cantando il santo riso
e quanto il santo aspetto facea mero;
e cos, figurando il paradiso,
convien saltar lo sacrato poema,
come chi trova suo cammin riciso.
Ma chi pensasse il ponderoso tema
e l'omero mortal che se ne carca,
nol biasmerebbe se sott' esso trema:
non  pareggio da picciola barca
quel che fendendo va l'ardita prora,
n da nocchier ch'a s medesmo parca.
Perch la faccia mia s t'innamora,
che tu non ti rivolgi al bel giardino
che sotto i raggi di Cristo s'infiora?
Quivi  la rosa in che 'l verbo divino
carne si fece; quivi son li gigli
al cui odor si prese il buon cammino.
Cos Beatrice; e io, che a' suoi consigli
tutto era pronto, ancora mi rendei
a la battaglia de' debili cigli.
Come a raggio di sol, che puro mei
per fratta nube, gi prato di fiori
vider, coverti d'ombra, li occhi miei;
vid' io cos pi turbe di splendori,
folgorate di s da raggi ardenti,
sanza veder principio di folgri.
O benigna vert che s li 'mprenti,
s t'essaltasti, per largirmi loco
a li occhi l che non t'eran possenti.
Il nome del bel fior ch'io sempre invoco
e mane e sera, tutto mi ristrinse
l'animo ad avvisar lo maggior foco;
e come ambo le luci mi dipinse
il quale e il quanto de la viva stella
che l s vince come qua gi vinse,
per entro il cielo scese una facella,
formata in cerchio a guisa di corona,
e cinsela e girossi intorno ad ella.
Qualunque melodia pi dolce suona
qua gi e pi a s l'anima tira,
parrebbe nube che squarciata tona,
comparata al sonar di quella lira
onde si coronava il bel zaffiro
del quale il ciel pi chiaro s'inzaffira.
Io sono amore angelico, che giro
l'alta letizia che spira del ventre
che fu albergo del nostro disiro;
e girerommi, donna del ciel, mentre
che seguirai tuo figlio, e farai dia
pi la spera supprema perch l entre.
Cos la circulata melodia
si sigillava, e tutti li altri lumi
facean sonare il nome di Maria.
Lo real manto di tutti i volumi
del mondo, che pi ferve e pi s'avviva
ne l'alito di Dio e nei costumi,
avea sopra di noi l'interna riva
tanto distante, che la sua parvenza,
l dov' io era, ancor non appariva:
per non ebber li occhi miei potenza
di seguitar la coronata fiamma
che si lev appresso sua semenza.
E come fantolin che 'nver' la mamma
tende le braccia, poi che 'l latte prese,
per l'animo che 'nfin di fuor s'infiamma;
ciascun di quei candori in s si stese
con la sua cima, s che l'alto affetto
ch'elli avieno a Maria mi fu palese.
Indi rimaser l nel mio cospetto,
'Regina celi' cantando s dolce,
che mai da me non si part 'l diletto.
Oh quanta  l'ubert che si soffolce
in quelle arche ricchissime che fuoro
a seminar qua gi buone bobolce!
Quivi si vive e gode del tesoro
che s'acquist piangendo ne lo essilio
di Babilln, ove si lasci l'oro.
Quivi trunfa, sotto l'alto Filio
di Dio e di Maria, di sua vittoria,
e con l'antico e col novo concilio,
colui che tien le chiavi di tal gloria.

CANTO XXIV
[Canto XXIV, dove si tratta de la nona e ultima parte di questa ultima cantica; ne la quale san Pietro Appostolo a priego di Beatrice essamina l'auttore sopra la fede cattolica.]


O sodalizio eletto a la gran cena
del benedetto Agnello, il qual vi ciba
s, che la vostra voglia  sempre piena,
se per grazia di Dio questi preliba
di quel che cade de la vostra mensa,
prima che morte tempo li prescriba,
ponete mente a l'affezione immensa
e roratelo alquanto: voi bevete
sempre del fonte onde vien quel ch'ei pensa.
Cos Beatrice; e quelle anime liete
si fero spere sopra fissi poli,
fiammando, volte, a guisa di comete.
E come cerchi in tempra d'oruoli
si giran s, che 'l primo a chi pon mente
queto pare, e l'ultimo che voli;
cos quelle carole, differente-
mente danzando, de la sua ricchezza
mi facieno stimar, veloci e lente.
Di quella ch'io notai di pi carezza
vid' o uscire un foco s felice,
che nullo vi lasci di pi chiarezza;
e tre fate intorno di Beatrice
si volse con un canto tanto divo,
che la mia fantasia nol mi ridice.
Per salta la penna e non lo scrivo:
ch l'imagine nostra a cotai pieghe,
non che 'l parlare,  troppo color vivo.
O santa suora mia che s ne prieghe
divota, per lo tuo ardente affetto
da quella bella spera mi disleghe.
Poscia fermato, il foco benedetto
a la mia donna dirizz lo spiro,
che favell cos com' i' ho detto.
Ed ella: O luce etterna del gran viro
a cui Nostro Segnor lasci le chiavi,
ch'ei port gi, di questo gaudio miro,
tenta costui di punti lievi e gravi,
come ti piace, intorno de la fede,
per la qual tu su per lo mare andavi.
S'elli ama bene e bene spera e crede,
non t' occulto, perch 'l viso hai quivi
dov' ogne cosa dipinta si vede;
ma perch questo regno ha fatto civi
per la verace fede, a glorarla,
di lei parlare  ben ch'a lui arrivi.
S come il baccialier s'arma e non parla
fin che 'l maestro la question propone,
per approvarla, non per terminarla,
cos m'armava io d'ogne ragione
mentre ch'ella dicea, per esser presto
a tal querente e a tal professione.
D, buon Cristiano, fatti manifesto:
fede che ?. Ond' io levai la fronte
in quella luce onde spirava questo;
poi mi volsi a Beatrice, ed essa pronte
sembianze femmi perch' o spandessi
l'acqua di fuor del mio interno fonte.
La Grazia che mi d ch'io mi confessi,
comincia' io, da l'alto primipilo,
faccia li miei concetti bene espressi.
E seguitai: Come 'l verace stilo
ne scrisse, padre, del tuo caro frate
che mise teco Roma nel buon filo,
fede  sustanza di cose sperate
e argomento de le non parventi;
e questa pare a me sua quiditate.
Allora udi': Dirittamente senti,
se bene intendi perch la ripuose
tra le sustanze, e poi tra li argomenti.
E io appresso: Le profonde cose
che mi largiscon qui la lor parvenza,
a li occhi di l gi son s ascose,
che l'esser loro v' in sola credenza,
sopra la qual si fonda l'alta spene;
e per di sustanza prende intenza.
E da questa credenza ci convene
silogizzar, sanz' avere altra vista:
per intenza d'argomento tene.
Allora udi': Se quantunque s'acquista
gi per dottrina, fosse cos 'nteso,
non l avria loco ingegno di sofista.
Cos spir di quello amore acceso;
indi soggiunse: Assai bene  trascorsa
d'esta moneta gi la lega e 'l peso;
ma dimmi se tu l'hai ne la tua borsa.
Ond' io: S ho, s lucida e s tonda,
che nel suo conio nulla mi s'inforsa.
Appresso usc de la luce profonda
che l splendeva: Questa cara gioia
sopra la quale ogne virt si fonda,
onde ti venne?. E io: La larga ploia
de lo Spirito Santo, ch' diffusa
in su le vecchie e 'n su le nuove cuoia,
 silogismo che la m'ha conchiusa
acutamente s, che 'nverso d'ella
ogne dimostrazion mi pare ottusa.
Io udi' poi: L'antica e la novella
proposizion che cos ti conchiude,
perch l'hai tu per divina favella?.
E io: La prova che 'l ver mi dischiude,
son l'opere seguite, a che natura
non scalda ferro mai n batte incude.
Risposto fummi: D, chi t'assicura
che quell' opere fosser? Quel medesmo
che vuol provarsi, non altri, il ti giura.
Se 'l mondo si rivolse al cristianesmo,
diss' io, sanza miracoli, quest' uno
 tal, che li altri non sono il centesmo:
ch tu intrasti povero e digiuno
in campo, a seminar la buona pianta
che fu gi vite e ora  fatta pruno.
Finito questo, l'alta corte santa
rison per le spere un 'Dio laudamo'
ne la melode che l s si canta.
E quel baron che s di ramo in ramo,
essaminando, gi tratto m'avea,
che a l'ultime fronde appressavamo,
ricominci: La Grazia, che donnea
con la tua mente, la bocca t'aperse
infino a qui come aprir si dovea,
s ch'io approvo ci che fuori emerse;
ma or convien espremer quel che credi,
e onde a la credenza tua s'offerse.
O santo padre, e spirito che vedi
ci che credesti s, che tu vincesti
ver' lo sepulcro pi giovani piedi,
comincia' io, tu vuo' ch'io manifesti
la forma qui del pronto creder mio,
e anche la cagion di lui chiedesti.
E io rispondo: Io credo in uno Dio
solo ed etterno, che tutto 'l ciel move,
non moto, con amore e con disio;
e a tal creder non ho io pur prove
fisice e metafisice, ma dalmi
anche la verit che quinci piove
per Mos, per profeti e per salmi,
per l'Evangelio e per voi che scriveste
poi che l'ardente Spirto vi f almi;
e credo in tre persone etterne, e queste
credo una essenza s una e s trina,
che soffera congiunto 'sono' ed 'este'.
De la profonda condizion divina
ch'io tocco mo, la mente mi sigilla
pi volte l'evangelica dottrina.
Quest'  'l principio, quest'  la favilla
che si dilata in fiamma poi vivace,
e come stella in cielo in me scintilla.
Come 'l segnor ch'ascolta quel che i piace,
da indi abbraccia il servo, gratulando
per la novella, tosto ch'el si tace;
cos, benedicendomi cantando,
tre volte cinse me, s com' io tacqui,
l'appostolico lume al cui comando
io avea detto: s nel dir li piacqui!

CANTO XXV
[Canto XXV, che tratta come l'auttore parla con Beatrice e con santo Iacopo Maggiore sopra certe questioni de le quali santo Iacopo solve la prima.]


Se mai continga che 'l poema sacro
al quale ha posto mano e cielo e terra,
s che m'ha fatto per molti anni macro,
vinca la crudelt che fuor mi serra
del bello ovile ov' io dormi' agnello,
nimico ai lupi che li danno guerra;
con altra voce omai, con altro vello
ritorner poeta, e in sul fonte
del mio battesmo prender 'l cappello;
per che ne la fede, che fa conte
l'anime a Dio, quivi intra' io, e poi
Pietro per lei s mi gir la fronte.
Indi si mosse un lume verso noi
di quella spera ond' usc la primizia
che lasci Cristo d'i vicari suoi;
e la mia donna, piena di letizia,
mi disse: Mira, mira: ecco il barone
per cui l gi si vicita Galizia.
S come quando il colombo si pone
presso al compagno, l'uno a l'altro pande,
girando e mormorando, l'affezione;
cos vid' o l'un da l'altro grande
principe gloroso essere accolto,
laudando il cibo che l s li prande.
Ma poi che 'l gratular si fu assolto,
tacito coram me ciascun s'affisse,
ignito s che vinca 'l mio volto.
Ridendo allora Batrice disse:
Inclita vita per cui la larghezza
de la nostra basilica si scrisse,
fa risonar la spene in questa altezza:
tu sai, che tante fiate la figuri,
quante Ies ai tre f pi carezza.
Leva la testa e fa che t'assicuri:
ch ci che vien qua s del mortal mondo,
convien ch'ai nostri raggi si maturi.
Questo conforto del foco secondo
mi venne; ond' io levi li occhi a' monti
che li 'ncurvaron pria col troppo pondo.
Poi che per grazia vuol che tu t'affronti
lo nostro Imperadore, anzi la morte,
ne l'aula pi secreta co' suoi conti,
s che, veduto il ver di questa corte,
la spene, che l gi bene innamora,
in te e in altrui di ci conforte,
d quel ch'ell' , d come se ne 'nfiora
la mente tua, e d onde a te venne.
Cos segu 'l secondo lume ancora.
E quella pa che guid le penne
de le mie ali a cos alto volo,
a la risposta cos mi prevenne:
La Chiesa militante alcun figliuolo
non ha con pi speranza, com'  scritto
nel Sol che raggia tutto nostro stuolo:
per li  conceduto che d'Egitto
vegna in Ierusalemme per vedere,
anzi che 'l militar li sia prescritto.
Li altri due punti, che non per sapere
son dimandati, ma perch' ei rapporti
quanto questa virt t' in piacere,
a lui lasc' io, ch non li saran forti
n di iattanza; ed elli a ci risponda,
e la grazia di Dio ci li comporti.
Come discente ch'a dottor seconda
pronto e libente in quel ch'elli  esperto,
perch la sua bont si disasconda,
Spene, diss' io,  uno attender certo
de la gloria futura, il qual produce
grazia divina e precedente merto.
Da molte stelle mi vien questa luce;
ma quei la distill nel mio cor pria
che fu sommo cantor del sommo duce.
'Sperino in te', ne la sua todia
dice, 'color che sanno il nome tuo':
e chi nol sa, s'elli ha la fede mia?
Tu mi stillasti, con lo stillar suo,
ne la pistola poi; s ch'io son pieno,
e in altrui vostra pioggia repluo.
Mentr' io diceva, dentro al vivo seno
di quello incendio tremolava un lampo
sbito e spesso a guisa di baleno.
Indi spir: L'amore ond' o avvampo
ancor ver' la virt che mi seguette
infin la palma e a l'uscir del campo,
vuol ch'io respiri a te che ti dilette
di lei; ed emmi a grato che tu diche
quello che la speranza ti 'mpromette.
E io: Le nove e le scritture antiche
pongon lo segno, ed esso lo mi addita,
de l'anime che Dio s'ha fatte amiche.
Dice Isaia che ciascuna vestita
ne la sua terra fia di doppia vesta:
e la sua terra  questa dolce vita;
e 'l tuo fratello assai vie pi digesta,
l dove tratta de le bianche stole,
questa revelazion ci manifesta.
E prima, appresso al fin d'este parole,
'Sperent in te' di sopr' a noi s'ud;
a che rispuoser tutte le carole.
Poscia tra esse un lume si schiar
s che, se 'l Cancro avesse un tal cristallo,
l'inverno avrebbe un mese d'un sol d.
E come surge e va ed entra in ballo
vergine lieta, sol per fare onore
a la novizia, non per alcun fallo,
cos vid' io lo schiarato splendore
venire a' due che si volgieno a nota
qual conveniesi al loro ardente amore.
Misesi l nel canto e ne la rota;
e la mia donna in lor tenea l'aspetto,
pur come sposa tacita e immota.
Questi  colui che giacque sopra 'l petto
del nostro pellicano, e questi fue
di su la croce al grande officio eletto.
La donna mia cos; n per pie
mosser la vista sua di stare attenta
poscia che prima le parole sue.
Qual  colui ch'adocchia e s'argomenta
di vedere eclissar lo sole un poco,
che, per veder, non vedente diventa;
tal mi fec' o a quell' ultimo foco
mentre che detto fu: Perch t'abbagli
per veder cosa che qui non ha loco?
In terra  terra il mio corpo, e saragli
tanto con li altri, che 'l numero nostro
con l'etterno proposito s'agguagli.
Con le due stole nel beato chiostro
son le due luci sole che saliro;
e questo apporterai nel mondo vostro.
A questa voce l'infiammato giro
si quet con esso il dolce mischio
che si facea nel suon del trino spiro,
s come, per cessar fatica o rischio,
li remi, pria ne l'acqua ripercossi,
tutti si posano al sonar d'un fischio.
Ahi quanto ne la mente mi commossi,
quando mi volsi per veder Beatrice,
per non poter veder, bench io fossi
presso di lei, e nel mondo felice!

CANTO XXVI
[Canto XXVI, nel quale l'auttore ne conforta seguitare lo innefabile amore, e dove trova Adamo il nostro primo padre, dicente a lui il tempo de la sua felicitade e infelicitade.]


Mentr' io dubbiava per lo viso spento,
de la fulgida fiamma che lo spense
usc un spiro che mi fece attento,
dicendo: Intanto che tu ti risense
de la vista che ha in me consunta,
ben  che ragionando la compense.
Comincia dunque; e d ove s'appunta
l'anima tua, e fa ragion che sia
la vista in te smarrita e non defunta:
perch la donna che per questa dia
regon ti conduce, ha ne lo sguardo
la virt ch'ebbe la man d'Anania.
Io dissi: Al suo piacere e tosto e tardo
vegna remedio a li occhi, che fuor porte
quand' ella entr col foco ond' io sempr' ardo.
Lo ben che fa contenta questa corte,
Alfa e O  di quanta scrittura
mi legge Amore o lievemente o forte.
Quella medesma voce che paura
tolta m'avea del sbito abbarbaglio,
di ragionare ancor mi mise in cura;
e disse: Certo a pi angusto vaglio
ti conviene schiarar: dicer convienti
chi drizz l'arco tuo a tal berzaglio.
E io: Per filosofici argomenti
e per autorit che quinci scende
cotale amor convien che in me si 'mprenti:
ch 'l bene, in quanto ben, come s'intende,
cos accende amore, e tanto maggio
quanto pi di bontate in s comprende.
Dunque a l'essenza ov'  tanto avvantaggio,
che ciascun ben che fuor di lei si trova
altro non  ch'un lume di suo raggio,
pi che in altra convien che si mova
la mente, amando, di ciascun che cerne
il vero in che si fonda questa prova.
Tal vero a l'intelletto mo sterne
colui che mi dimostra il primo amore
di tutte le sustanze sempiterne.
Sternel la voce del verace autore,
che dice a Mos, di s parlando:
'Io ti far vedere ogne valore'.
Sternilmi tu ancora, incominciando
l'alto preconio che grida l'arcano
di qui l gi sovra ogne altro bando.
E io udi': Per intelletto umano
e per autoritadi a lui concorde
d'i tuoi amori a Dio guarda il sovrano.
Ma d ancor se tu senti altre corde
tirarti verso lui, s che tu suone
con quanti denti questo amor ti morde.
Non fu latente la santa intenzione
de l'aguglia di Cristo, anzi m'accorsi
dove volea menar mia professione.
Per ricominciai: Tutti quei morsi
che posson far lo cor volgere a Dio,
a la mia caritate son concorsi:
ch l'essere del mondo e l'esser mio,
la morte ch'el sostenne perch' io viva,
e quel che spera ogne fedel com' io,
con la predetta conoscenza viva,
tratto m'hanno del mar de l'amor torto,
e del diritto m'han posto a la riva.
Le fronde onde s'infronda tutto l'orto
de l'ortolano etterno, am' io cotanto
quanto da lui a lor di bene  porto.
S com' io tacqui, un dolcissimo canto
rison per lo cielo, e la mia donna
dicea con li altri: Santo, santo, santo!.
E come a lume acuto si disonna
per lo spirto visivo che ricorre
a lo splendor che va di gonna in gonna,
e lo svegliato ci che vede aborre,
s nesca  la sbita vigilia
fin che la stimativa non soccorre;
cos de li occhi miei ogne quisquilia
fug Beatrice col raggio d'i suoi,
che rifulgea da pi di mille milia:
onde mei che dinanzi vidi poi;
e quasi stupefatto domandai
d'un quarto lume ch'io vidi tra noi.
E la mia donna: Dentro da quei rai
vagheggia il suo fattor l'anima prima
che la prima virt creasse mai.
Come la fronda che flette la cima
nel transito del vento, e poi si leva
per la propria virt che la soblima,
fec' io in tanto in quant' ella diceva,
stupendo, e poi mi rifece sicuro
un disio di parlare ond' o ardeva.
E cominciai: O pomo che maturo
solo prodotto fosti, o padre antico
a cui ciascuna sposa  figlia e nuro,
divoto quanto posso a te supplco
perch mi parli: tu vedi mia voglia,
e per udirti tosto non la dico.
Talvolta un animal coverto broglia,
s che l'affetto convien che si paia
per lo seguir che face a lui la 'nvoglia;
e similmente l'anima primaia
mi facea trasparer per la coverta
quant' ella a compiacermi vena gaia.
Indi spir: Sanz' essermi proferta
da te, la voglia tua discerno meglio
che tu qualunque cosa t' pi certa;
perch' io la veggio nel verace speglio
che fa di s pareglio a l'altre cose,
e nulla face lui di s pareglio.
Tu vuogli udir quant'  che Dio mi puose
ne l'eccelso giardino, ove costei
a cos lunga scala ti dispuose,
e quanto fu diletto a li occhi miei,
e la propria cagion del gran disdegno,
e l'idoma ch'usai e che fei.
Or, figliuol mio, non il gustar del legno
fu per s la cagion di tanto essilio,
ma solamente il trapassar del segno.
Quindi onde mosse tua donna Virgilio,
quattromilia trecento e due volumi
di sol desiderai questo concilio;
e vidi lui tornare a tutt' i lumi
de la sua strada novecento trenta
fate, mentre ch'o in terra fu'mi.
La lingua ch'io parlai fu tutta spenta
innanzi che a l'ovra inconsummabile
fosse la gente di Nembrt attenta:
ch nullo effetto mai razonabile,
per lo piacere uman che rinovella
seguendo il cielo, sempre fu durabile.
Opera naturale  ch'uom favella;
ma cos o cos, natura lascia
poi fare a voi secondo che v'abbella.
Pria ch'i' scendessi a l'infernale ambascia,
I s'appellava in terra il sommo bene
onde vien la letizia che mi fascia;
e El si chiam poi: e ci convene,
ch l'uso d'i mortali  come fronda
in ramo, che sen va e altra vene.
Nel monte che si leva pi da l'onda,
fu' io, con vita pura e disonesta,
da la prim' ora a quella che seconda,
come 'l sol muta quadra, l'ora sesta.

CANTO XXVII
[Canto XXVII, dove tratta s come santo Pietro appostolo, proverbiando li suoi successori papi, adempie l'animo de l'auttore di questo libro.]


'Al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo',
cominci, 'gloria!', tutto 'l paradiso,
s che m'inebrava il dolce canto.
Ci ch'io vedeva mi sembiava un riso
de l'universo; per che mia ebbrezza
intrava per l'udire e per lo viso.
Oh gioia! oh ineffabile allegrezza!
oh vita intgra d'amore e di pace!
oh sanza brama sicura ricchezza!
Dinanzi a li occhi miei le quattro face
stavano accese, e quella che pria venne
incominci a farsi pi vivace,
e tal ne la sembianza sua divenne,
qual diverrebbe Iove, s'elli e Marte
fossero augelli e cambiassersi penne.
La provedenza, che quivi comparte
vice e officio, nel beato coro
silenzio posto avea da ogne parte,
quand' o udi': Se io mi trascoloro,
non ti maravigliar, ch, dicend' io,
vedrai trascolorar tutti costoro.
Quelli ch'usurpa in terra il luogo mio,
il luogo mio, il luogo mio che vaca
ne la presenza del Figliuol di Dio,
fatt' ha del cimitero mio cloaca
del sangue e de la puzza; onde 'l perverso
che cadde di qua s, l gi si placa.
Di quel color che per lo sole avverso
nube dipigne da sera e da mane,
vid' o allora tutto 'l ciel cosperso.
E come donna onesta che permane
di s sicura, e per l'altrui fallanza,
pur ascoltando, timida si fane,
cos Beatrice trasmut sembianza;
e tale eclissi credo che 'n ciel fue
quando pat la supprema possanza.
Poi procedetter le parole sue
con voce tanto da s trasmutata,
che la sembianza non si mut pie:
Non fu la sposa di Cristo allevata
del sangue mio, di Lin, di quel di Cleto,
per essere ad acquisto d'oro usata;
ma per acquisto d'esto viver lieto
e Sisto e Po e Calisto e Urbano
sparser lo sangue dopo molto fleto.
Non fu nostra intenzion ch'a destra mano
d'i nostri successor parte sedesse,
parte da l'altra del popol cristiano;
n che le chiavi che mi fuor concesse,
divenisser signaculo in vessillo
che contra battezzati combattesse;
n ch'io fossi figura di sigillo
a privilegi venduti e mendaci,
ond' io sovente arrosso e disfavillo.
In vesta di pastor lupi rapaci
si veggion di qua s per tutti i paschi:
o difesa di Dio, perch pur giaci?
Del sangue nostro Caorsini e Guaschi
s'apparecchian di bere: o buon principio,
a che vil fine convien che tu caschi!
Ma l'alta provedenza, che con Scipio
difese a Roma la gloria del mondo,
soccorr tosto, s com' io concipio;
e tu, figliuol, che per lo mortal pondo
ancor gi tornerai, apri la bocca,
e non asconder quel ch'io non ascondo.
S come di vapor gelati fiocca
in giuso l'aere nostro, quando 'l corno
de la capra del ciel col sol si tocca,
in s vid' io cos l'etera addorno
farsi e fioccar di vapor trunfanti
che fatto avien con noi quivi soggiorno.
Lo viso mio seguiva i suoi sembianti,
e segu fin che 'l mezzo, per lo molto,
li tolse il trapassar del pi avanti.
Onde la donna, che mi vide assolto
de l'attendere in s, mi disse: Adima
il viso e guarda come tu se' vlto.
Da l'ora ch'o avea guardato prima
i' vidi mosso me per tutto l'arco
che fa dal mezzo al fine il primo clima;
s ch'io vedea di l da Gade il varco
folle d'Ulisse, e di qua presso il lito
nel qual si fece Europa dolce carco.
E pi mi fora discoverto il sito
di questa aiuola; ma 'l sol procedea
sotto i mie' piedi un segno e pi partito.
La mente innamorata, che donnea
con la mia donna sempre, di ridure
ad essa li occhi pi che mai ardea;
e se natura o arte f pasture
da pigliare occhi, per aver la mente,
in carne umana o ne le sue pitture,
tutte adunate, parrebber nente
ver' lo piacer divin che mi refulse,
quando mi volsi al suo viso ridente.
E la virt che lo sguardo m'indulse,
del bel nido di Leda mi divelse,
e nel ciel velocissimo m'impulse.
Le parti sue vivissime ed eccelse
s uniforme son, ch'i' non so dire
qual Batrice per loco mi scelse.
Ma ella, che veda 'l mio disire,
incominci, ridendo tanto lieta,
che Dio parea nel suo volto gioire:
La natura del mondo, che queta
il mezzo e tutto l'altro intorno move,
quinci comincia come da sua meta;
e questo cielo non ha altro dove
che la mente divina, in che s'accende
l'amor che 'l volge e la virt ch'ei piove.
Luce e amor d'un cerchio lui comprende,
s come questo li altri; e quel precinto
colui che 'l cinge solamente intende.
Non  suo moto per altro distinto,
ma li altri son mensurati da questo,
s come diece da mezzo e da quinto;
e come il tempo tegna in cotal testo
le sue radici e ne li altri le fronde,
omai a te pu esser manifesto.
Oh cupidigia, che i mortali affonde
s sotto te, che nessuno ha podere
di trarre li occhi fuor de le tue onde!
Ben fiorisce ne li uomini il volere;
ma la pioggia contina converte
in bozzacchioni le sosine vere.
Fede e innocenza son reperte
solo ne' parvoletti; poi ciascuna
pria fugge che le guance sian coperte.
Tale, balbuzendo ancor, digiuna,
che poi divora, con la lingua sciolta,
qualunque cibo per qualunque luna;
e tal, balbuzendo, ama e ascolta
la madre sua, che, con loquela intera,
disa poi di vederla sepolta.
Cos si fa la pelle bianca nera
nel primo aspetto de la bella figlia
di quel ch'apporta mane e lascia sera.
Tu, perch non ti facci maraviglia,
pensa che 'n terra non  chi governi;
onde s sva l'umana famiglia.
Ma prima che gennaio tutto si sverni
per la centesma ch' l gi negletta,
raggeran s questi cerchi superni,
che la fortuna che tanto s'aspetta,
le poppe volger u' son le prore,
s che la classe correr diretta;
e vero frutto verr dopo 'l fiore.

CANTO XXVIII
[Canto XXVIII, nel quale Beatrice distingue a l'auttore li nove ordini de li angeli gloriosi che sono nel nono cielo e il loro offizio.]


Poscia che 'ncontro a la vita presente
d'i miseri mortali aperse 'l vero
quella che 'mparadisa la mia mente,
come in lo specchio fiamma di doppiero
vede colui che se n'alluma retro,
prima che l'abbia in vista o in pensiero,
e s rivolge per veder se 'l vetro
li dice il vero, e vede ch'el s'accorda
con esso come nota con suo metro;
cos la mia memoria si ricorda
ch'io feci riguardando ne' belli occhi
onde a pigliarmi fece Amor la corda.
E com' io mi rivolsi e furon tocchi
li miei da ci che pare in quel volume,
quandunque nel suo giro ben s'adocchi,
un punto vidi che raggiava lume
acuto s, che 'l viso ch'elli affoca
chiuder conviensi per lo forte acume;
e quale stella par quinci pi poca,
parrebbe luna, locata con esso
come stella con stella si collca.
Forse cotanto quanto pare appresso
alo cigner la luce che 'l dipigne
quando 'l vapor che 'l porta pi  spesso,
distante intorno al punto un cerchio d'igne
si girava s ratto, ch'avria vinto
quel moto che pi tosto il mondo cigne;
e questo era d'un altro circumcinto,
e quel dal terzo, e 'l terzo poi dal quarto,
dal quinto il quarto, e poi dal sesto il quinto.
Sopra seguiva il settimo s sparto
gi di larghezza, che 'l messo di Iuno
intero a contenerlo sarebbe arto.
Cos l'ottavo e 'l nono; e chiascheduno
pi tardo si movea, secondo ch'era
in numero distante pi da l'uno;
e quello avea la fiamma pi sincera
cui men distava la favilla pura,
credo, per che pi di lei s'invera.
La donna mia, che mi veda in cura
forte sospeso, disse: Da quel punto
depende il cielo e tutta la natura.
Mira quel cerchio che pi li  congiunto;
e sappi che 'l suo muovere  s tosto
per l'affocato amore ond' elli  punto.
E io a lei: Se 'l mondo fosse posto
con l'ordine ch'io veggio in quelle rote,
sazio m'avrebbe ci che m' proposto;
ma nel mondo sensibile si puote
veder le volte tanto pi divine,
quant' elle son dal centro pi remote.
Onde, se 'l mio disir dee aver fine
in questo miro e angelico templo
che solo amore e luce ha per confine,
udir convienmi ancor come l'essemplo
e l'essemplare non vanno d'un modo,
ch io per me indarno a ci contemplo.
Se li tuoi diti non sono a tal nodo
sufficenti, non  maraviglia:
tanto, per non tentare,  fatto sodo!.
Cos la donna mia; poi disse: Piglia
quel ch'io ti dicer, se vuo' saziarti;
e intorno da esso t'assottiglia.
Li cerchi corporai sono ampi e arti
secondo il pi e 'l men de la virtute
che si distende per tutte lor parti.
Maggior bont vuol far maggior salute;
maggior salute maggior corpo cape,
s'elli ha le parti igualmente compiute.
Dunque costui che tutto quanto rape
l'altro universo seco, corrisponde
al cerchio che pi ama e che pi sape:
per che, se tu a la virt circonde
la tua misura, non a la parvenza
de le sustanze che t'appaion tonde,
tu vederai mirabil consequenza
di maggio a pi e di minore a meno,
in ciascun cielo, a sa intelligenza.
Come rimane splendido e sereno
l'emisperio de l'aere, quando soffia
Borea da quella guancia ond'  pi leno,
per che si purga e risolve la roffia
che pria turbava, s che 'l ciel ne ride
con le bellezze d'ogne sua paroffia;
cos fec'o, poi che mi provide
la donna mia del suo risponder chiaro,
e come stella in cielo il ver si vide.
E poi che le parole sue restaro,
non altrimenti ferro disfavilla
che bolle, come i cerchi sfavillaro.
L'incendio suo seguiva ogne scintilla;
ed eran tante, che 'l numero loro
pi che 'l doppiar de li scacchi s'inmilla.
Io sentiva osannar di coro in coro
al punto fisso che li tiene a li ubi,
e terr sempre, ne' quai sempre fuoro.
E quella che veda i pensier dubi
ne la mia mente, disse: I cerchi primi
t'hanno mostrato Serafi e Cherubi.
Cos veloci seguono i suoi vimi,
per somigliarsi al punto quanto ponno;
e posson quanto a veder son soblimi.
Quelli altri amori che 'ntorno li vonno,
si chiaman Troni del divino aspetto,
per che 'l primo ternaro terminonno;
e dei saper che tutti hanno diletto
quanto la sua veduta si profonda
nel vero in che si queta ogne intelletto.
Quinci si pu veder come si fonda
l'esser beato ne l'atto che vede,
non in quel ch'ama, che poscia seconda;
e del vedere  misura mercede,
che grazia partorisce e buona voglia:
cos di grado in grado si procede.
L'altro ternaro, che cos germoglia
in questa primavera sempiterna
che notturno Arete non dispoglia,
perpetalemente 'Osanna' sberna
con tre melode, che suonano in tree
ordini di letizia onde s'interna.
In essa gerarcia son l'altre dee:
prima Dominazioni, e poi Virtudi;
l'ordine terzo di Podestadi e.
Poscia ne' due penultimi tripudi
Principati e Arcangeli si girano;
l'ultimo  tutto d'Angelici ludi.
Questi ordini di s tutti s'ammirano,
e di gi vincon s, che verso Dio
tutti tirati sono e tutti tirano.
E Donisio con tanto disio
a contemplar questi ordini si mise,
che li nom e distinse com' io.
Ma Gregorio da lui poi si divise;
onde, s tosto come li occhi aperse
in questo ciel, di s medesmo rise.
E se tanto secreto ver proferse
mortale in terra, non voglio ch'ammiri:
ch chi 'l vide qua s gliel discoperse
con altro assai del ver di questi giri.

CANTO XXIX
[Canto XXIX, ove si tratta de la superbia e cacciamento de li rei e malvagi angeli e de la dilezione e gloria de' buoni; e infine si riprende tutti coloro che predicando si partono dal santo Evangelio e dicono favole; e contiencisi in questo canto certe declaragioni di certe oscuritadi del celestiale regno.]


Quando ambedue li figli di Latona,
coperti del Montone e de la Libra,
fanno de l'orizzonte insieme zona,
quant'  dal punto che 'l cent inlibra
infin che l'uno e l'altro da quel cinto,
cambiando l'emisperio, si dilibra,
tanto, col volto di riso dipinto,
si tacque Batrice, riguardando
fiso nel punto che m'ava vinto.
Poi cominci: Io dico, e non dimando,
quel che tu vuoli udir, perch' io l'ho visto
l 've s'appunta ogne ubi e ogne quando.
Non per aver a s di bene acquisto,
ch'esser non pu, ma perch suo splendore
potesse, risplendendo, dir "Subsisto",
in sua etternit di tempo fore,
fuor d'ogne altro comprender, come i piacque,
s'aperse in nuovi amor l'etterno amore.
N prima quasi torpente si giacque;
ch n prima n poscia procedette
lo discorrer di Dio sovra quest' acque.
Forma e materia, congiunte e purette,
usciro ad esser che non avia fallo,
come d'arco tricordo tre saette.
E come in vetro, in ambra o in cristallo
raggio resplende s, che dal venire
a l'esser tutto non  intervallo,
cos 'l triforme effetto del suo sire
ne l'esser suo raggi insieme tutto
sanza distinzone in essordire.
Concreato fu ordine e costrutto
a le sustanze; e quelle furon cima
nel mondo in che puro atto fu produtto;
pura potenza tenne la parte ima;
nel mezzo strinse potenza con atto
tal vime, che gi mai non si divima.
Ieronimo vi scrisse lungo tratto
di secoli de li angeli creati
anzi che l'altro mondo fosse fatto;
ma questo vero  scritto in molti lati
da li scrittor de lo Spirito Santo,
e tu te n'avvedrai se bene agguati;
e anche la ragione il vede alquanto,
che non concederebbe che ' motori
sanza sua perfezion fosser cotanto.
Or sai tu dove e quando questi amori
furon creati e come: s che spenti
nel tuo diso gi son tre ardori.
N giugneriesi, numerando, al venti
s tosto, come de li angeli parte
turb il suggetto d'i vostri alimenti.
L'altra rimase, e cominci quest' arte
che tu discerni, con tanto diletto,
che mai da circir non si diparte.
Principio del cader fu il maladetto
superbir di colui che tu vedesti
da tutti i pesi del mondo costretto.
Quelli che vedi qui furon modesti
a riconoscer s da la bontate
che li avea fatti a tanto intender presti:
per che le viste lor furo essaltate
con grazia illuminante e con lor merto,
s c'hanno ferma e piena volontate;
e non voglio che dubbi, ma sia certo,
che ricever la grazia  meritorio
secondo che l'affetto l' aperto.
Omai dintorno a questo consistorio
puoi contemplare assai, se le parole
mie son ricolte, sanz' altro aiutorio.
Ma perch 'n terra per le vostre scole
si legge che l'angelica natura
 tal, che 'ntende e si ricorda e vole,
ancor dir, perch tu veggi pura
la verit che l gi si confonde,
equivocando in s fatta lettura.
Queste sustanze, poi che fur gioconde
de la faccia di Dio, non volser viso
da essa, da cui nulla si nasconde:
per non hanno vedere interciso
da novo obietto, e per non bisogna
rememorar per concetto diviso;
s che l gi, non dormendo, si sogna,
credendo e non credendo dicer vero;
ma ne l'uno  pi colpa e pi vergogna.
Voi non andate gi per un sentiero
filosofando: tanto vi trasporta
l'amor de l'apparenza e 'l suo pensiero!
E ancor questo qua s si comporta
con men disdegno che quando  posposta
la divina Scrittura o quando  torta.
Non vi si pensa quanto sangue costa
seminarla nel mondo e quanto piace
chi umilmente con essa s'accosta.
Per apparer ciascun s'ingegna e face
sue invenzioni; e quelle son trascorse
da' predicanti e 'l Vangelio si tace.
Un dice che la luna si ritorse
ne la passion di Cristo e s'interpuose,
per che 'l lume del sol gi non si porse;
e mente, ch la luce si nascose
da s: per a li Spani e a l'Indi
come a' Giudei tale eclissi rispuose.
Non ha Fiorenza tanti Lapi e Bindi
quante s fatte favole per anno
in pergamo si gridan quinci e quindi:
s che le pecorelle, che non sanno,
tornan del pasco pasciute di vento,
e non le scusa non veder lo danno.
Non disse Cristo al suo primo convento:
'Andate, e predicate al mondo ciance';
ma diede lor verace fondamento;
e quel tanto son ne le sue guance,
s ch'a pugnar per accender la fede
de l'Evangelio fero scudo e lance.
Ora si va con motti e con iscede
a predicare, e pur che ben si rida,
gonfia il cappuccio e pi non si richiede.
Ma tale uccel nel becchetto s'annida,
che se 'l vulgo il vedesse, vederebbe
la perdonanza di ch'el si confida:
per cui tanta stoltezza in terra crebbe,
che, sanza prova d'alcun testimonio,
ad ogne promession si correrebbe.
Di questo ingrassa il porco sant' Antonio,
e altri assai che sono ancor pi porci,
pagando di moneta sanza conio.
Ma perch siam digressi assai, ritorci
li occhi oramai verso la dritta strada,
s che la via col tempo si raccorci.
Questa natura s oltre s'ingrada
in numero, che mai non fu loquela
n concetto mortal che tanto vada;
e se tu guardi quel che si revela
per Danel, vedrai che 'n sue migliaia
determinato numero si cela.
La prima luce, che tutta la raia,
per tanti modi in essa si recepe,
quanti son li splendori a chi s'appaia.
Onde, per che a l'atto che concepe
segue l'affetto, d'amar la dolcezza
diversamente in essa ferve e tepe.
Vedi l'eccelso omai e la larghezza
de l'etterno valor, poscia che tanti
speculi fatti s'ha in che si spezza,
uno manendo in s come davanti.

CANTO XXX
[Canto XXX, ove narra come l'auttore vidde per conducimento di Beatrice li splendori de la divinit e le seggie de l'anime de li uomini, tra le quali vide gi collocata quella de lo imperadore Arrigo di Lunzimborgo con la sua corona.]


Forse semilia miglia di lontano
ci ferve l'ora sesta, e questo mondo
china gi l'ombra quasi al letto piano,
quando 'l mezzo del cielo, a noi profondo,
comincia a farsi tal, ch'alcuna stella
perde il parere infino a questo fondo;
e come vien la chiarissima ancella
del sol pi oltre, cos 'l ciel si chiude
di vista in vista infino a la pi bella.
Non altrimenti il trunfo che lude
sempre dintorno al punto che mi vinse,
parendo inchiuso da quel ch'elli 'nchiude,
a poco a poco al mio veder si stinse:
per che tornar con li occhi a Batrice
nulla vedere e amor mi costrinse.
Se quanto infino a qui di lei si dice
fosse conchiuso tutto in una loda,
poca sarebbe a fornir questa vice.
La bellezza ch'io vidi si trasmoda
non pur di l da noi, ma certo io credo
che solo il suo fattor tutta la goda.
Da questo passo vinto mi concedo
pi che gi mai da punto di suo tema
soprato fosse comico o tragedo:
ch, come sole in viso che pi trema,
cos lo rimembrar del dolce riso
la mente mia da me medesmo scema.
Dal primo giorno ch'i' vidi il suo viso
in questa vita, infino a questa vista,
non m' il seguire al mio cantar preciso;
ma or convien che mio seguir desista
pi dietro a sua bellezza, poetando,
come a l'ultimo suo ciascuno artista.
Cotal qual io la lascio a maggior bando
che quel de la mia tuba, che deduce
l'arda sua matera terminando,
con atto e voce di spedito duce
ricominci: Noi siamo usciti fore
del maggior corpo al ciel ch' pura luce:
luce intellettal, piena d'amore;
amor di vero ben, pien di letizia;
letizia che trascende ogne dolzore.
Qui vederai l'una e l'altra milizia
di paradiso, e l'una in quelli aspetti
che tu vedrai a l'ultima giustizia.
Come sbito lampo che discetti
li spiriti visivi, s che priva
da l'atto l'occhio di pi forti obietti,
cos mi circunfulse luce viva,
e lasciommi fasciato di tal velo
del suo fulgor, che nulla m'appariva.
Sempre l'amor che queta questo cielo
accoglie in s con s fatta salute,
per far disposto a sua fiamma il candelo.
Non fur pi tosto dentro a me venute
queste parole brievi, ch'io compresi
me sormontar di sopr' a mia virtute;
e di novella vista mi raccesi
tale, che nulla luce  tanto mera,
che li occhi miei non si fosser difesi;
e vidi lume in forma di rivera
fulvido di fulgore, intra due rive
dipinte di mirabil primavera.
Di tal fiumana uscian faville vive,
e d'ogne parte si mettien ne' fiori,
quasi rubin che oro circunscrive;
poi, come inebrate da li odori,
riprofondavan s nel miro gurge,
e s'una intrava, un'altra n'uscia fori.
L'alto disio che mo t'infiamma e urge,
d'aver notizia di ci che tu vei,
tanto mi piace pi quanto pi turge;
ma di quest' acqua convien che tu bei
prima che tanta sete in te si sazi:
cos mi disse il sol de li occhi miei.
Anche soggiunse: Il fiume e li topazi
ch'entrano ed escono e 'l rider de l'erbe
son di lor vero umbriferi prefazi.
Non che da s sian queste cose acerbe;
ma  difetto da la parte tua,
che non hai viste ancor tanto superbe.
Non  fantin che s sbito rua
col volto verso il latte, se si svegli
molto tardato da l'usanza sua,
come fec' io, per far migliori spegli
ancor de li occhi, chinandomi a l'onda
che si deriva perch vi s'immegli;
e s come di lei bevve la gronda
de le palpebre mie, cos mi parve
di sua lunghezza divenuta tonda.
Poi, come gente stata sotto larve,
che pare altro che prima, se si sveste
la sembianza non sa in che disparve,
cos mi si cambiaro in maggior feste
li fiori e le faville, s ch'io vidi
ambo le corti del ciel manifeste.
O isplendor di Dio, per cu' io vidi
l'alto trunfo del regno verace,
dammi virt a dir com' o il vidi!
Lume  l s che visibile face
lo creatore a quella creatura
che solo in lui vedere ha la sua pace.
E' si distende in circular figura,
in tanto che la sua circunferenza
sarebbe al sol troppo larga cintura.
Fassi di raggio tutta sua parvenza
reflesso al sommo del mobile primo,
che prende quindi vivere e potenza.
E come clivo in acqua di suo imo
si specchia, quasi per vedersi addorno,
quando  nel verde e ne' fioretti opimo,
s, soprastando al lume intorno intorno,
vidi specchiarsi in pi di mille soglie
quanto di noi l s fatto ha ritorno.
E se l'infimo grado in s raccoglie
s grande lume, quanta  la larghezza
di questa rosa ne l'estreme foglie!
La vista mia ne l'ampio e ne l'altezza
non si smarriva, ma tutto prendeva
il quanto e 'l quale di quella allegrezza.
Presso e lontano, l, n pon n leva:
ch dove Dio sanza mezzo governa,
la legge natural nulla rileva.
Nel giallo de la rosa sempiterna,
che si digrada e dilata e redole
odor di lode al sol che sempre verna,
qual  colui che tace e dicer vole,
mi trasse Batrice, e disse: Mira
quanto  'l convento de le bianche stole!
Vedi nostra citt quant' ella gira;
vedi li nostri scanni s ripieni,
che poca gente pi ci si disira.
E 'n quel gran seggio a che tu li occhi tieni
per la corona che gi v' s posta,
prima che tu a queste nozze ceni,
seder l'alma, che fia gi agosta,
de l'alto Arrigo, ch'a drizzare Italia
verr in prima ch'ella sia disposta.
La cieca cupidigia che v'ammalia
simili fatti v'ha al fantolino
che muor per fame e caccia via la balia.
E fia prefetto nel foro divino
allora tal, che palese e coverto
non ander con lui per un cammino.
Ma poco poi sar da Dio sofferto
nel santo officio; ch'el sar detruso
l dove Simon mago  per suo merto,
e far quel d'Alagna intrar pi giuso.

CANTO XXXI
[Canto XXXI, il quale tratta come l'auttore fue lasciato da Beatrice e trov Santo Bernardo, per lo cui conducimento rivide Beatrice ne la sua gloria; poi pone una orazione che Dante fece a Beatrice che pregasse per lui lo nostro Segnore Iddio e la nostra Donna sua Madre; e come vide la Divina Maest.]


In forma dunque di candida rosa
mi si mostrava la milizia santa
che nel suo sangue Cristo fece sposa;
ma l'altra, che volando vede e canta
la gloria di colui che la 'nnamora
e la bont che la fece cotanta,
s come schiera d'ape che s'infiora
una fata e una si ritorna
l dove suo laboro s'insapora,
nel gran fior discendeva che s'addorna
di tante foglie, e quindi risaliva
l dove 'l so amor sempre soggiorna.
Le facce tutte avean di fiamma viva
e l'ali d'oro, e l'altro tanto bianco,
che nulla neve a quel termine arriva.
Quando scendean nel fior, di banco in banco
porgevan de la pace e de l'ardore
ch'elli acquistavan ventilando il fianco.
N l'interporsi tra 'l disopra e 'l fiore
di tanta moltitudine volante
impediva la vista e lo splendore:
ch la luce divina  penetrante
per l'universo secondo ch' degno,
s che nulla le puote essere ostante.
Questo sicuro e gaudoso regno,
frequente in gente antica e in novella,
viso e amore avea tutto ad un segno.
Oh trina luce che 'n unica stella
scintillando a lor vista, s li appaga!
guarda qua giuso a la nostra procella!
Se i barbari, venendo da tal plaga
che ciascun giorno d'Elice si cuopra,
rotante col suo figlio ond' ella  vaga,
veggendo Roma e l'arda sua opra,
stupefaciensi, quando Laterano
a le cose mortali and di sopra;
o, che al divino da l'umano,
a l'etterno dal tempo era venuto,
e di Fiorenza in popol giusto e sano,
di che stupor dovea esser compiuto!
Certo tra esso e 'l gaudio mi facea
libito non udire e starmi muto.
E quasi peregrin che si ricrea
nel tempio del suo voto riguardando,
e spera gi ridir com' ello stea,
su per la viva luce passeggiando,
menava o li occhi per li gradi,
mo s, mo gi e mo recirculando.
Veda visi a carit sadi,
d'altrui lume fregiati e di suo riso,
e atti ornati di tutte onestadi.
La forma general di paradiso
gi tutta mo sguardo avea compresa,
in nulla parte ancor fermato fiso;
e volgeami con voglia raccesa
per domandar la mia donna di cose
di che la mente mia era sospesa.
Uno intenda, e altro mi rispuose:
credea veder Beatrice e vidi un sene
vestito con le genti glorose.
Diffuso era per li occhi e per le gene
di benigna letizia, in atto pio
quale a tenero padre si convene.
E Ov'  ella?, sbito diss' io.
Ond' elli: A terminar lo tuo disiro
mosse Beatrice me del loco mio;
e se riguardi s nel terzo giro
dal sommo grado, tu la rivedrai
nel trono che suoi merti le sortiro.
Sanza risponder, li occhi s levai,
e vidi lei che si facea corona
reflettendo da s li etterni rai.
Da quella regon che pi s tona
occhio mortale alcun tanto non dista,
qualunque in mare pi gi s'abbandona,
quanto l da Beatrice la mia vista;
ma nulla mi facea, ch sa effige
non discenda a me per mezzo mista.
O donna in cui la mia speranza vige,
e che soffristi per la mia salute
in inferno lasciar le tue vestige,
di tante cose quant' i' ho vedute,
dal tuo podere e da la tua bontate
riconosco la grazia e la virtute.
Tu m'hai di servo tratto a libertate
per tutte quelle vie, per tutt' i modi
che di ci fare avei la potestate.
La tua magnificenza in me custodi,
s che l'anima mia, che fatt' hai sana,
piacente a te dal corpo si disnodi.
Cos orai; e quella, s lontana
come parea, sorrise e riguardommi;
poi si torn a l'etterna fontana.
E 'l santo sene: Acci che tu assommi
perfettamente, disse, il tuo cammino,
a che priego e amor santo mandommi,
vola con li occhi per questo giardino;
ch veder lui t'acconcer lo sguardo
pi al montar per lo raggio divino.
E la regina del cielo, ond' o ardo
tutto d'amor, ne far ogne grazia,
per ch'i' sono il suo fedel Bernardo.
Qual  colui che forse di Croazia
viene a veder la Veronica nostra,
che per l'antica fame non sen sazia,
ma dice nel pensier, fin che si mostra:
'Segnor mio Ies Cristo, Dio verace,
or fu s fatta la sembianza vostra?';
tal era io mirando la vivace
carit di colui che 'n questo mondo,
contemplando, gust di quella pace.
Figliuol di grazia, quest' esser giocondo,
cominci elli, non ti sar noto,
tenendo li occhi pur qua gi al fondo;
ma guarda i cerchi infino al pi remoto,
tanto che veggi seder la regina
cui questo regno  suddito e devoto.
Io levai li occhi; e come da mattina
la parte orental de l'orizzonte
soverchia quella dove 'l sol declina,
cos, quasi di valle andando a monte
con li occhi, vidi parte ne lo stremo
vincer di lume tutta l'altra fronte.
E come quivi ove s'aspetta il temo
che mal guid Fetonte, pi s'infiamma,
e quinci e quindi il lume si fa scemo,
cos quella pacifica oriafiamma
nel mezzo s'avvivava, e d'ogne parte
per igual modo allentava la fiamma;
e a quel mezzo, con le penne sparte,
vid' io pi di mille angeli festanti,
ciascun distinto di fulgore e d'arte.
Vidi a lor giochi quivi e a lor canti
ridere una bellezza, che letizia
era ne li occhi a tutti li altri santi;
e s'io avessi in dir tanta divizia
quanta ad imaginar, non ardirei
lo minimo tentar di sua delizia.
Bernardo, come vide li occhi miei
nel caldo suo caler fissi e attenti,
li suoi con tanto affetto volse a lei,
che ' miei di rimirar f pi ardenti.

CANTO XXXII
[Canto XXXII, ove tratta come santo Bernardo mostr a Dante ordinatamente li luoghi de' beati del Vecchio e del Nuovo Testamento; e come a la voce de l'Arcangelo Gabriello laudavano nostra Madonna, cio la Virgine Maria.]


Affetto al suo piacer, quel contemplante
libero officio di dottore assunse,
e cominci queste parole sante:
La piaga che Maria richiuse e unse,
quella ch' tanto bella da' suoi piedi
 colei che l'aperse e che la punse.
Ne l'ordine che fanno i terzi sedi,
siede Rachel di sotto da costei
con Batrice, s come tu vedi.
Sarra e Rebecca, Iudt e colei
che fu bisava al cantor che per doglia
del fallo disse 'Miserere mei',
puoi tu veder cos di soglia in soglia
gi digradar, com' io ch'a proprio nome
vo per la rosa gi di foglia in foglia.
E dal settimo grado in gi, s come
infino ad esso, succedono Ebree,
dirimendo del fior tutte le chiome;
perch, secondo lo sguardo che fe
la fede in Cristo, queste sono il muro
a che si parton le sacre scalee.
Da questa parte onde 'l fiore  maturo
di tutte le sue foglie, sono assisi
quei che credettero in Cristo venturo;
da l'altra parte onde sono intercisi
di vti i semicirculi, si stanno
quei ch'a Cristo venuto ebber li visi.
E come quinci il gloroso scanno
de la donna del cielo e li altri scanni
di sotto lui cotanta cerna fanno,
cos di contra quel del gran Giovanni,
che sempre santo 'l diserto e 'l martiro
sofferse, e poi l'inferno da due anni;
e sotto lui cos cerner sortiro
Francesco, Benedetto e Augustino
e altri fin qua gi di giro in giro.
Or mira l'alto proveder divino:
ch l'uno e l'altro aspetto de la fede
igualmente empier questo giardino.
E sappi che dal grado in gi che fiede
a mezzo il tratto le due discrezioni,
per nullo proprio merito si siede,
ma per l'altrui, con certe condizioni:
ch tutti questi son spiriti asciolti
prima ch'avesser vere elezoni.
Ben te ne puoi accorger per li volti
e anche per le voci perili,
se tu li guardi bene e se li ascolti.
Or dubbi tu e dubitando sili;
ma io discioglier 'l forte legame
in che ti stringon li pensier sottili.
Dentro a l'ampiezza di questo reame
casal punto non puote aver sito,
se non come tristizia o sete o fame:
ch per etterna legge  stabilito
quantunque vedi, s che giustamente
ci si risponde da l'anello al dito;
e per questa festinata gente
a vera vita non  sine causa
intra s qui pi e meno eccellente.
Lo rege per cui questo regno pausa
in tanto amore e in tanto diletto,
che nulla volont  di pi ausa,
le menti tutte nel suo lieto aspetto
creando, a suo piacer di grazia dota
diversamente; e qui basti l'effetto.
E ci espresso e chiaro vi si nota
ne la Scrittura santa in quei gemelli
che ne la madre ebber l'ira commota.
Per, secondo il color d'i capelli,
di cotal grazia l'altissimo lume
degnamente convien che s'incappelli.
Dunque, sanza merc di lor costume,
locati son per gradi differenti,
sol differendo nel primiero acume.
Bastavasi ne' secoli recenti
con l'innocenza, per aver salute,
solamente la fede d'i parenti;
poi che le prime etadi fuor compiute,
convenne ai maschi a l'innocenti penne
per circuncidere acquistar virtute;
ma poi che 'l tempo de la grazia venne,
sanza battesmo perfetto di Cristo
tale innocenza l gi si ritenne.
Riguarda omai ne la faccia che a Cristo
pi si somiglia, ch la sua chiarezza
sola ti pu disporre a veder Cristo.
Io vidi sopra lei tanta allegrezza
piover, portata ne le menti sante
create a trasvolar per quella altezza,
che quantunque io avea visto davante,
di tanta ammirazion non mi sospese,
n mi mostr di Dio tanto sembiante;
e quello amor che primo l discese,
cantando 'Ave, Maria, grata plena',
dinanzi a lei le sue ali distese.
Rispuose a la divina cantilena
da tutte parti la beata corte,
s ch'ogne vista sen f pi serena.
O santo padre, che per me comporte
l'esser qua gi, lasciando il dolce loco
nel qual tu siedi per etterna sorte,
qual  quell' angel che con tanto gioco
guarda ne li occhi la nostra regina,
innamorato s che par di foco?.
Cos ricorsi ancora a la dottrina
di colui ch'abbelliva di Maria,
come del sole stella mattutina.
Ed elli a me: Baldezza e leggiadria
quant' esser puote in angelo e in alma,
tutta  in lui; e s volem che sia,
perch' elli  quelli che port la palma
giuso a Maria, quando 'l Figliuol di Dio
carcar si volse de la nostra salma.
Ma vieni omai con li occhi s com' io
andr parlando, e nota i gran patrici
di questo imperio giustissimo e pio.
Quei due che seggon l s pi felici
per esser propinquissimi ad Agusta,
son d'esta rosa quasi due radici:
colui che da sinistra le s'aggiusta
 il padre per lo cui ardito gusto
l'umana specie tanto amaro gusta;
dal destro vedi quel padre vetusto
di Santa Chiesa a cui Cristo le chiavi
raccomand di questo fior venusto.
E quei che vide tutti i tempi gravi,
pria che morisse, de la bella sposa
che s'acquist con la lancia e coi clavi,
siede lungh' esso, e lungo l'altro posa
quel duca sotto cui visse di manna
la gente ingrata, mobile e retrosa.
Di contr' a Pietro vedi sedere Anna,
tanto contenta di mirar sua figlia,
che non move occhio per cantare osanna;
e contro al maggior padre di famiglia
siede Lucia, che mosse la tua donna
quando chinavi, a rovinar, le ciglia.
Ma perch 'l tempo fugge che t'assonna,
qui farem punto, come buon sartore
che com' elli ha del panno fa la gonna;
e drizzeremo li occhi al primo amore,
s che, guardando verso lui, pentri
quant'  possibil per lo suo fulgore.
Veramente, ne forse tu t'arretri
movendo l'ali tue, credendo oltrarti,
orando grazia conven che s'impetri
grazia da quella che puote aiutarti;
e tu mi seguirai con l'affezione,
s che dal dicer mio lo cor non parti.
E cominci questa santa orazione:

CANTO XXXIII
[Canto XXXIII, il quale  l'ultimo de la terza cantica e ultima; nel quale canto santo Bernardo in figura de l'auttore fa una orazione a la Vergine Maria, pregandola che s e la Divina Maestade si lasci vedere visibilemente.]


Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta pi che creatura,
termine fisso d'etterno consiglio,
tu se' colei che l'umana natura
nobilitasti s, che 'l suo fattore
non disdegn di farsi sua fattura.
Nel ventre tuo si raccese l'amore,
per lo cui caldo ne l'etterna pace
cos  germinato questo fiore.
Qui se' a noi meridana face
di caritate, e giuso, intra ' mortali,
se' di speranza fontana vivace.
Donna, se' tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre,
sua disanza vuol volar sanz' ali.
La tua benignit non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fate
liberamente al dimandar precorre.
In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s'aduna
quantunque in creatura  di bontate.
Or questi, che da l'infima lacuna
de l'universo infin qui ha vedute
le vite spiritali ad una ad una,
supplica a te, per grazia, di virtute
tanto, che possa con li occhi levarsi
pi alto verso l'ultima salute.
E io, che mai per mio veder non arsi
pi ch'i' fo per lo suo, tutti miei prieghi
ti porgo, e priego che non sieno scarsi,
perch tu ogne nube li disleghi
di sua mortalit co' prieghi tuoi,
s che 'l sommo piacer li si dispieghi.
Ancor ti priego, regina, che puoi
ci che tu vuoli, che conservi sani,
dopo tanto veder, li affetti suoi.
Vinca tua guardia i movimenti umani:
vedi Beatrice con quanti beati
per li miei prieghi ti chiudon le mani!.
Li occhi da Dio diletti e venerati,
fissi ne l'orator, ne dimostraro
quanto i devoti prieghi le son grati;
indi a l'etterno lume s'addrizzaro,
nel qual non si dee creder che s'invii
per creatura l'occhio tanto chiaro.
E io ch'al fine di tutt' i disii
appropinquava, s com' io dovea,
l'ardor del desiderio in me finii.
Bernardo m'accennava, e sorridea,
perch' io guardassi suso; ma io era
gi per me stesso tal qual ei volea:
ch la mia vista, venendo sincera,
e pi e pi intrava per lo raggio
de l'alta luce che da s  vera.
Da quinci innanzi il mio veder fu maggio
che 'l parlar mostra, ch'a tal vista cede,
e cede la memoria a tanto oltraggio.
Qual  coli che sognando vede,
che dopo 'l sogno la passione impressa
rimane, e l'altro a la mente non riede,
cotal son io, ch quasi tutta cessa
mia visone, e ancor mi distilla
nel core il dolce che nacque da essa.
Cos la neve al sol si disigilla;
cos al vento ne le foglie levi
si perdea la sentenza di Sibilla.
O somma luce che tanto ti levi
da' concetti mortali, a la mia mente
ripresta un poco di quel che parevi,
e fa la lingua mia tanto possente,
ch'una favilla sol de la tua gloria
possa lasciare a la futura gente;
ch, per tornare alquanto a mia memoria
e per sonare un poco in questi versi,
pi si conceper di tua vittoria.
Io credo, per l'acume ch'io soffersi
del vivo raggio, ch'i' sarei smarrito,
se li occhi miei da lui fossero aversi.
E' mi ricorda ch'io fui pi ardito
per questo a sostener, tanto ch'i' giunsi
l'aspetto mio col valore infinito.
Oh abbondante grazia ond' io presunsi
ficcar lo viso per la luce etterna,
tanto che la veduta vi consunsi!
Nel suo profondo vidi che s'interna,
legato con amore in un volume,
ci che per l'universo si squaderna:
sustanze e accidenti e lor costume
quasi conflati insieme, per tal modo
che ci ch'i' dico  un semplice lume.
La forma universal di questo nodo
credo ch'i' vidi, perch pi di largo,
dicendo questo, mi sento ch'i' godo.
Un punto solo m' maggior letargo
che venticinque secoli a la 'mpresa
che f Nettuno ammirar l'ombra d'Argo.
Cos la mente mia, tutta sospesa,
mirava fissa, immobile e attenta,
e sempre di mirar faceasi accesa.
A quella luce cotal si diventa,
che volgersi da lei per altro aspetto
 impossibil che mai si consenta;
per che 'l ben, ch' del volere obietto,
tutto s'accoglie in lei, e fuor di quella
 defettivo ci ch' l perfetto.
Omai sar pi corta mia favella,
pur a quel ch'io ricordo, che d'un fante
che bagni ancor la lingua a la mammella.
Non perch pi ch'un semplice sembiante
fosse nel vivo lume ch'io mirava,
che tal  sempre qual s'era davante;
ma per la vista che s'avvalorava
in me guardando, una sola parvenza,
mutandom' io, a me si travagliava.
Ne la profonda e chiara sussistenza
de l'alto lume parvermi tre giri
di tre colori e d'una contenenza;
e l'un da l'altro come iri da iri
parea reflesso, e 'l terzo parea foco
che quinci e quindi igualmente si spiri.
Oh quanto  corto il dire e come fioco
al mio concetto! e questo, a quel ch'i' vidi,
 tanto, che non basta a dicer 'poco'.
O luce etterna che sola in te sidi,
sola t'intendi, e da te intelletta
e intendente te ami e arridi!
Quella circulazion che s concetta
pareva in te come lume reflesso,
da li occhi miei alquanto circunspetta,
dentro da s, del suo colore stesso,
mi parve pinta de la nostra effige:
per che 'l mio viso in lei tutto era messo.
Qual  'l geomtra che tutto s'affige
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond' elli indige,
tal era io a quella vista nova:
veder voleva come si convenne
l'imago al cerchio e come vi s'indova;
ma non eran da ci le proprie penne:
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne.
A l'alta fantasia qui manc possa;
ma gi volgeva il mio disio e 'l velle,
s come rota ch'igualmente  mossa,
l'amor che move il sole e l'altre stelle.

[Explicit Liber Comedie
Dantis Alagherii de Florentia]
